Black Limo #3

3.

Il racconto di Pino fu preciso e terribile, tanto quanto fu per Claudio sentire certe cose venir fuori dal suo fratellino. I minuziosi dettagli dello sparo, l’espressione che trovò così divertente del malcapitato senzatetto, il suono che fa una vita mentre si spegne…quei ricordi lo avrebbero segnato a lungo, ma come spesso accade la nostra memoria funziona in maniera misteriosa e l’unico dettaglio che ricordava precisamente era la faccia di Pino, del suo ormai perso fratellino. Non era più lui, non c’era più traccia del seppur scorbutico divertente pazzerello della famiglia, ma solo un sorriso perso nel vuoto, il petto rigonfio d’orgoglio. Sembrava addirittura più alto del solito.

<<Una sensazione così…così…così bella, Claudio. Una sensazione di pienezza>>, disse sorridendogli questa volta dritto in faccia, con due occhi spiritati che cercavano complicità nei suoi.

Claudio rimase in silenzio trattenendo la rabbia e la delusione. Provò a tenere lo sguardo di Pino, ma dovette distoglierlo senza far trasparire nulla della sua tristezza.

<<Sono contento di avertelo detto>>, fece alzandosi ora di fronte al fratello, in uno di quei rari casi in cui si potevano guardare alla stessa altezza. Poi con delicatezza gli cinse le guance con le sue manine tozze, che a Claudio sembrarono più grandi e vecchie per qualche strana ragione, come ingiallite e invecchiate di colpo. Gli si avvicinò dolcemente e gli stampò un bacio sulla fronte.

<<Sarà il nostro segreto, fratellò.>>

 

<<Papà, ma mi ascolti?>>

Claudio ripiombò di colpo nella realtà. L’abbraccio che lo legava alla figlia si era sciolto da tempo e lei l’aveva lasciato così imbambolato in cucina con quello strano sguardo perso nel vuoto, in quel muro di candide mattonelle. Avrà ripreso la discussione, pensò come risvegiandosi, quella o un’altra insomma, solo che doveva esserle sembrato un monologo a giudicare dall’aria intontita di Claudio.

<<Zio Pino ha chiamato. Ha detto che se vuoi potreste incontrarvi al bar di Lello dopo le undici>>, si affrettò a comunicargli, mentre finiva di lavare le stoviglie disposte confusamente nel lavabo.

Claudio come per riconnettersi con la realtà si avvicinò a Dalia per darle una mano e presa una spugnetta logora iniziò a lavorarsi il pentolone in cui avevano cucinato il sugo per il primo piatto del giorno prima. Già, il suo compleanno. Il peso di quei quarant’anni gli era piombato addosso come evocato semplicemente da quel pensiero. Tutte quelle considerazioni erano avvenute in un nanosecondo, mentre guardava ora sorridendo sua figlia in tutta la sua grazia. Che miracolo che era, che incredibile connubio di bellezza e forza.

<<Credo che andrò>>, sentenziò con serietà senza incontrare il suo sguardo. Poi si girò sorridendole incontrando un ghigno meno convinto. <<Ammesso che qui tu riesca a finire senza il mio aiuto…>>

<<Ma se è la prima volta che ti vedo con le mani nel lavabo dal che ho memoria!>>

Claudio le diede una leggera spinta con l’anca, spostandola di un buon mezzo metro. La sua natura assolutamente pacifica non gli aveva quasi mai permesso di “mettere a buon uso”, come diceva Pino, quella sua mastodontica stazza, ma Claudio avrebbe potuto benissimo lanciare sua figlia dall’altra parte della stanza solo con quella semplice manovra, per dire.

Dalia accettò la sfida con un sorriso di sorpresa e spugna alla mano iniziò a impiastricciare il padre con la schiuma dello sgrassatore profumato al lime.

Che poi che profumazione era “al lime”, pensò Claudio. Cioè, d’accordo agli agrumi, alla mela verde, al sentore di qualche fiore fresco di montagna, ma il lime gli proponeva nella testa solo immagini di cocktail e caramelle gommose.

Fatto sta che non poteva desiderare stato d’animo migliore per affrontare da lì a poco il diabolico fratellino e la sua proposta misteriosa. Lime o meno.

 

Il locale di Lello (o Lelluccio, come lo chiamavano loro fin da piccoli) era il più classico baretto di quartiere non meglio identificabile. Caffè e cornetto la mattina, con il Corriere dello Sport disponibile ad ogni tavolo; tabacchi, gratta e vinci e schedine prima di pranzo; tavola calda con il cucinato della signora Maria (la moglie di Lello) da mezzogiorno in poi; aperitivi dalle sei per gli studenti di passaggio, tra i vari meandri dei quartieri del Centro Storico; la sera poi cambiava ulteriormente volto e diventava un grande punto di ritrovo per ragazzi e meno giovani, cicchetteria, birre e cocktail (scadenti). Ma era soprattutto nel retro che avveniva il grosso dell’attività serale. Tra le slot machine che Lello aveva fatto montare contro voglia, causa l’aver superato brillantemente il vizio del gioco qualche anno prima, si muovevano “e ‘ruoss”, quelli cui ci si doveva rivolgere nel quartiere. O per lo meno così era fino a qualche anno prima. Da quando le cose si erano fatte più pericolose, l’unico a presenziare quella zona del locale e a muovere i suoi affarucci era proprio Pino. Non che Lello subisse le sue minacce, ma lo conosceva da che era uno scugnizziello e si era fatto convincere a lasciare intatto il suo “ufficio”. Pino in cambio gliela teneva pulita e cacciava ragazzini e chiunque non riuscisse ad accettare la mala sorte che spesso capitava a chi giocava con quelle macchine del demonio. Una mano lava l’altra insomma.

Si erano fatte le undici e Claudio sostava ormai fermo al bancone di Lello da una mezz’oretta abbondante. Aveva chiesto al proprio ospite di non avvisare il fratello del suo arrivo e si era intrattenuto buttando giù un paio di drink. Data la stazza ce ne voleva eccome per ubriacarsi, quindi li gettò giù lungo il gargarozzo senza battere ciglio.

<<Aveva detto alle undici, giusto?>>

<<Sì, Lello, ma non è che avresti un altro drink da propormi?>>, disse facendosi roteare il bicchiere mezzo pieno dell’ultimo.

<<Magari uno buono questa volta.>>

Lello lo guardò divertito. Claudio aveva un modo di scherzare in grado di prenderti in giro senza offenderti. Un aspetto che la gente del suo quartiere, in particolare i negozianti e tutte le persone con cui si era interfacciato negli anni, trovavano assolutamente delizioso e chi più chi meno cercavano di aiutarlo come potevano.

<<E che ci vuoi fare, Claudio…da quando non ci sei più tu qua i drink hanno perso mordente. ‘O vide a quello?>>, gli disse indicando un ragazzo smilzo, dal pizzetto pronunciato, con all’orecchio una vistosa espansione. <<Dice che lo devo chiamare “bartende”, ma a me par sul nu strunz. Vintisei anne e manc’ sape fa ‘nu whiskey ‘n soda!>>

<<Neanche il Gin Tonic a quanto pare>>, aggiunse Claudio indicando il suo bicchiere. <<Vabbuò, mi sa che devo andare…>>

<<In bocca al lupo, Claudiè.>>

<<Già, letteralmente…>>

Lello se ne andò a sbrigare altre faccende, lasciando Claudio sconsolato a rassettarsi per prepararsi all’incontro. D’un tratto si manifestò il “bartende”, in tutta la sua giovanile arroganza.

<<’o zì, ma c’rè, nun v’è piaciut’ o drink?>>, osservò notando uno dei bicchieri mezzi pieni davanti a Claudio. <<Così m’offendete. Ve ne preparo uno omaggio che è na bomba!>>

<<E sentiamo, comme fosse ‘stu drink?>>

<<Se chiamma Napoli Mule. L’ho inventato io. Tipo Moskow Mule, solo che pure la vodka è al lime.>>

<<Guagliò, nun da’ retta. Bevitelo tu, ‘stu lime!>>, disse salutandolo con un ampio gesto della mano, mentre si incamminava verso il retro del locale.

 

Ad attenderlo c’era Pino, camicia vistosa e sorriso sornione stampato in faccia, illuminato come in un trip psichedelico solo dalle roboanti luci delle slot, nel buio del resto della sala. Allargò le braccia per accoglierlo all’interno del suo mondo e della sua oscurità.

<<Allora? ‘e che se tratta? Facimme ampress…>>, fece con fare  sbrigativo Claudio.

Pino smorzò il sorriso e abbassando le braccia gli si avvicinò lentamente.

<<E buonasera anche a te. Vuò a propost’? Ti sei deciso? E va bene…

<<Claudio, te la ricordi quella piccola limousine su cui feci l’investimento anni fa? Quella nera nera, con pure i dettagli delle ruote e della carrozzeria neri?>>

<<No, Pinù, non capisco, è un’offerta di lavoro o un affare che mi vuoi proporre?>>

<<Né l’una, né l’altra. Statte zitto e ascolta. Quella che ti propongo è un’opportunità.

Adesso vicinissimo, Pino gli stringeva le braccia in una morsa stretta quel tanto da iniziare a percepire un dolore.

<<L’hai mai guidata una macchina come quella?>>

<<Pino, io ‘int e cose toie nun ce voglio trasì, comme t’aggia ricere? Mo’ me vuliss fa fa o chauffeur???>>

Con un nuovo sorriso più infido che mai gli avvicinò una mano alla guancia accarezzandola dolcemente.

 

<<Oh, ma non sarò mica io il passeggero…>>