black limo

Black Limo #9

9.

Passarono settimane tranquille. Troppo tranquille.

Claudio, superate le prime diffidenze causate dai funesti moniti del fratello, iniziò a prenderci gusto per quel lavoro. Il signor Baffi era molto piacevole ed estremamente garbato. Le serate passavano serenamente e i due si vedevano un paio di volte la settimana. L’onorevole si faceva trasportare in vari luoghi della città, ma non era il viaggio di un turista di passaggio. Con la loro Limo attraversavano dei punti molto specifici della città e della provincia. Baffi aveva ogni volta gli occhi sognanti di un bambino la mattina di Natale, ma con una nostalgia di fondo che Claudio vedeva bene. Non si azzardò mai a chiedergli cosa rappresentassero quei luoghi per il suo passeggero e si limitò a portarlo in giro, a rispondere alle sue vaghe domande con brevi scambi molto generici. Però qual era il problema? La paga era ottima, tanto da permettersi dei piccoli lussi, il quotidiano ogni giorno, qualche regalo a Dalia di tanto in tanto e soprattutto una tranquillità cui Claudio iniziava ad abituarsi.

Una sera Claudio a bordo della sua Limo si recò al Vomero, più precisamente nella zona di San Martino. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare però, Baffi non voleva essere portato ad osservare il panorama dalla famosa terrazza che si trova davanti al museo. No, aveva altro in mente. Fece segno a Claudio di girare in una viuzza e rimasero fermi lì, davanti ad un parco, per diversi minuti.

<<Vuole che le prenda qualco…>>, Claudio interruppe quel silenzio e si girò per guardare il suo passeggero. Non l’aveva mai visto così. Piangeva, in silenzio, le lacrime a fiumi ricoprivano il suo volto scavato dalle rughe e così facile ai sorrisi.

<<Onorevole, si sente bene? Posso fare qualcosa per lei?>>, si preoccupò allora Claudio, ma Baffi gli fece segno di no con la mano delicatamente.

<<A meno che tu non possa riavvolgere il tempo, caro mio, non c’è proprio nulla che sia in tuo potere per farmi stare meglio>>, disse allora l’ex-senatore, con un tono del tutto nuovo ed inaspettato rispetto a quello cui si era abituato Claudio.

I due restarono ancora per degli interminabili istanti in silenzio, quando l’autista decise di rompere gli indugi: <<è forse un luogo a cui era molto legato questo?>>, abbozzò guardandosi intorno per poi soffermarsi sul vecchio.

<<Diciamo di sì>>, tagliò corto Baffi. Prese poi un fazzoletto con le sue iniziali ricamate, si asciugò le lacrime e diede una bella soffiata nello stesso. Claudio si girò cortesemente per lasciarlo alla sua intimità.

<<Non c’è bisogno che ti giri. Sai, puoi dire di aver conosciuto veramente un uomo solo nei momenti in cui è indifeso>>, disse per poi riassettarsi, ripiegando delicatamente e con movimenti precisi il proprio fazzoletto.

<<Quando piange, quando le prende, quando viene scoperto, quando si innamora…>>, accompagnò ogni parola contandole con la mano sinistra tesa verso Claudio, <<…e quando muore>>. A quest’ultima affermazione fece un simpatico saluto con la mano aperta. Notò che Claudio non si girò neanche un istante, continuando a dargli le spalle.

<<Guarda, Claudio…posso chiamarti Claudio?>>, chiese interrompendosi come se stesse per dimenticarsi la cosa più importante del mondo.

<<Ma certo, onorevole>>, replicò prontamente Claudio.

<<Bene, ma a patto che tu la smetta con questa storia dell’onorevole, d’accordo? Diavolo, ormai credevo avessimo passato questa fase.>>

<<Ci proverò, signor Baffi>>, disse per poi notare l’ex senatore che sorrideva divertito e sconfitto davanti a quell’eccesso di educazione vivente con cui aveva a che fare.

<<E va bene…dicevo, hai mai avuto la sensazione di aver sbagliato tutto nella vita? Ogni singola decisione, le strade che hai scelto, le persone da cui ti sei allontanato…>>

Claudio questa volta si girò, come se qualcosa avesse finalmente fatto “clic” tra di loro. Ascoltò le parole di Baffi con curiosità.

<<Ecco, quando arrivi alla mia età, quella è una sensazione che non ti abbandona mai un attimo. Un maledetto tarlo che ti ossessiona a ogni risveglio, dopo averti rimboccato le coperte la sera prima, ovviamente.

<<Non fraintendermi, probabilmente rifarei esattamente le stesse cose, ma non è quello il punto>>, aggiunse per poi gettare lo sguardo oltre il finestrino e verso il complesso di case presenti nel parco.

<<È che a volte arrivi a pensare di essere destinato a fare delle scelte sbagliate, e che non esista universo parallelo in cui tu possa raggiungere quella cosarella chiamata Felicità.>>

<<Immaginavo che il mondo della politica fosse tremendo, ma ad ascoltarla mi si accappona la pelle…>>, si fece sfuggire Claudio.

Baffi sorrise divertito. Era finalmente riuscito ad entrare in contatto con il proprio autista al livello che desiderava.

<<La politica? Ma che scherzi? Quella è la cosa migliore che mi sia successa!>>, aggiunse l’onorevole, aprendosi in un sorriso devastante. Sembrava il ghigno di un ragazzino.

<<Sai che c’è? Parliamone davanti a un boccone, ti va?>>

<<Signor Baffi, la ringrazio, ma forse non è tanto il caso…>>, Claudio cercò di suonare quanto più professionale possibile.

Ci fu un silenzio imbarazzante e imbarazzato, lungo abbastanza da togliere il sorriso al passeggero della Limo. Si trasformò in un ghigno.

<<Claudio, portami a mangiare una bella pizza. Decidi tu dove, basta che non sia in centro>>, la richiesta di Baffi suonò come un comando ed era la prima volta che l’onorevole si rivolgeva in quel modo al suo autista.

Claudio ci pensò su un attimo, stringendo tra le mani il volante. Non gli piaceva di certo ricevere ordini, figuriamoci così dal nulla, dopo che i due avevano impostato un rapporto professionale molto garbato. Non sapeva dove volesse andare a parare Baffi, ma fatto sta che riaccese il motore e senza dire una parola si diressero lontano dalla città, nella provincia.

Rimasero in silenzio a lungo durante il viaggio. Claudio pensò dove potessero andare e quasi automaticamente si indirizzò verso Torre del Greco, non pensando a una particolare pizzeria, ma ricordandosi di aver sempre mangiato bene da quelle parti.

Poi gli tornò in mente la pizzeria da cui andava quando Dalia era piccola. Non era chissà quanto buona o speciale come pizza, ma c’era un’atmosfera che sapeva di casa e il giusto livello di confusione da godersi una serata in famiglia. Sì, quando andavano tutti e quattro…

<<Le va bene qui?>>, disse Claudio al suo passeggero, pregando che Baffi non si rivelasse improvvisamente anche uno snob.

<<Ma è perfetta! Immaginavo proprio un posto così.>>

Claudio fece per aprire le portiere e nel girarsi notò che Baffi non si era ancora mosso.

<<Allora io l’aspetto qui dietro. Appena ha finito…>>, si fermò. Baffi dopo aver trafficato con la giacca ne estrasse delle banconote, abbastanza da offrire la cena a una comitiva di quaranta persone.

<<Stasera offro io, insisto>>, piazzò le banconote vicino la spalla di Claudio, il quale titubò per un istante. D’accordo il clima non più amichevole rispetto alle sere precedenti, ma quanto sarebbe potuta essere tremenda quella pizza?

Fece per afferrare la mazzetta, ma Baffi, riproponendo quel sorriso beffardo da ragazzino, gliela negò tirando indietro la mano.

<<Prima mangiamo, ti pare?>>

Claudio dovette fare uno sforzo per tenere a bada l’orgoglio, ma un po’ per la fame, un po’ per la dimensione della mazzetta, decise di ingoiare il rospo. Scesero dalla macchina dopo aver parcheggiato nella zona prospiciente il locale. Claudio allungò una banconota da venti al parcheggiatore in modo che desse un occhio di riguardo alla Limo (già ampiamente adocchiata da chiunque lungo la strada). La strana coppia entrò nella pizzeria e presero posto in un tavolo isolato, nonostante il locale non fosse gremito.

<<Vieni spesso qui, Claudio?>>, chiese l’onorevole, abbozzando un sorriso accomodante, quasi a dimenticarsi della stramba serata che stavano passando.

<<Ero solito venirci, un tempo. La pizza non è male, l’atmosfera quella giusta e costa quanto dovrebbe.>>

<<Ci venivi con tua figlia, Dalia, giusto?>>

Claudio non ricordava di averne parlato al suo cliente e quindi quell’uscita lo mise parecchio a disagio. Come sapeva di sua figlia? Che l’avesse studiato prima di assumerlo?

<<E magari anche con tua moglie e l’altra bambina, la maggiore.>>

Questo era troppo. Claudio si alzò di scatto e si avvicinò minaccioso a Baffi.

<<A che razza di gioco sta giocando???>>

<<Mio caro, ho semplicemente fatto due più due>>, disse alzando le mani in segno di resa verso Claudio. Girò poi una delle due con un gesto molto teatrale e indicò l’altro lato della sala.

<<Dalia, Marina e la tua ex-moglie Paola, giusto?>>

Claudio si fermò proprio sul punto di prendere per la collottola Baffi e si girò lentamente. Le vide, erano proprio loro lì in fondo, sedute a quel tavolo che grosso modo era rimasto lo stesso da quasi vent’anni. Dall'ultima volta che ci si sedettero insieme.

Ma era tutto il resto ad essere cambiato.

Oh, Paola… 

Black Limo #8

8.

Sentiva la politica come un mondo lontano galassie e diversi sistemi planetari dalla sua vita. Claudio non si era mai interessato più di tanto se non da giovane, quando era solito accompagnare alcuni amici più “impegnati” durante le tipiche manifestazioni di quell’età. Non ci capiva nulla, ma sentiva in qualche maniera che fosse giusto esprimere il proprio disappunto per ciò che si credeva sbagliato. L’unico problema è che proprio non si spiegava a cosa servisse tutto il contorno di canne, spranghe e comunismi vari. Come fu o come non fu, Claudio aveva vissuto una vita lontano dalla politica, e a entrambi sembrava stare bene la cosa.

La rivelazione di Pino lasciò quindi Claudio parecchio interdetto. Perché tutta quella difficoltà a comunicare la notizia? Cosa ci celava di così terribile dietro l’identità del suo passeggero misterioso? Con la testa piena di domande riaccompagnò Pino verso casa. Non si parlarono. Lasciò il fratello sotto casa. Pino si congedò lanciandogli un’occhiata come per chiedergli se fosse tutto a posto. Claudio lo rassicurò con un gesto del capo e i due si divisero. Tantissimi pensieri turbinarono nella mente di Claudio. Era però uno di quei momenti in cui per quanto ti sforzi di pensare, nessun concetto riesce a fissarsi nella tua mente. Stava subendo un bombardamento di emozioni, pensieri, suggestioni, ma si rifiutò di accoglierli. Sopraffatto da tutto quello cui aveva assistito quel giorno, ebbe giusto le forze di salire a casa, salutare Dalia e mettersi a dormire.

Già, dormire…facile a dirsi.

Sì, avevano sempre immaginato che Pino avesse ucciso un’altra volta dopo la prima di quella fatidica notte di novembre, ma mai si era trovato di fronte a quell’evidenza. Come spesso capita, l’orrore dell’intera giornata lo venne a trovare di notte. Proprio lì dove sarebbe stato più vulnerabile, lì dove non era il fratello maggiore, il padre, in controllo. In quel momento era un bambino, una formichina, un autista. Rivide continuamente le scene di quel pomeriggio, in rapida e confusa sequenza. Si svegliò ripetutamente e quando cercò di riprendere sonno non riuscì a liberarsi di quelle visioni.

Dopo quella notte tormentata si svegliò con quel peso enorme sulla coscienza. Guardando negli occhi Dalia, non riuscì a nascondere la sua preoccupazione per ciò che era successo la sera prima, né tantomeno quella per il misterioso appuntamento che Pino gli aveva combinato.

<<Pà, ma tutto a posto? Tieni ‘na faccia!>>

<<Niente, niente, Dà…sempre le solite preoccupazioni.>>

<<Ah capisco. Cose “da papà”…>>, disse Dalia, gesticolando ampiamente il virgolettato della sua frase. Si alzò dalla tavola dove stavano facendo colazione e fece per uscire.

<<Che vorresti dire, scusa?>>, fece ora incuriosito e divertito Claudio.

Dalia si bloccò sulla porta, ancora caffellatte alla mano, in un’espressione goffa e imbarazzata.

<<…dico solo che prima o poi sapevo me l’avresti chiesto.>>

Claudio a questa affermazione rimase stupito. La faccia di sua figlia non faceva pensare a nulla di grave, ma davvero non capì a cosa si riferiva. Decise di fare lo gnorri.

<<Eh beh, tesoro…cosa credi, che tuo padre è ceco?>>, abbozzò.

<<No, assolutamente. È solo che speravo non avessimo bisogno di parlarne>>. Il volto di Dalia mostrò una certa colpevolezza e la cosa non passò assolutamente inosservata. Claudio iniziò a preoccuparsi.

<<Amore mio, ma hai combinato qualcosa? Guarda che se si tratta di una cannetta non fa niente.

La faccia di Dalia si fece subito sorniona. Claudio aveva preso un abbaglio incredibile. Quasi trattenne una risata.

<<Basta che non ti metti a fumare, che si spendono troppi soldi>>, aggiunse Claudio, ma capì subito di essere fuori strada.

<<Papà, si vede che stai tra le nuvole ultimamente>>, lo canzonò Dalia. <<Volevo solo rassicurarti che è un bravo ragazzo>>, disse per poi stampargli un bel bacio sulla guancia.

<<Ti sei fidanzata? Dalia???>>, cercò di bloccarla Claudio, ma Dalia si era già involata verso la porta e in fretta e furia era uscita di casa.

Quindi rimase così, con un sorriso ebete stampato in faccia. Nonostante la terribile nottata, sua figlia riuscì a tirargli su il morale, come solo lei sapeva fare. In effetti la situazione era nuova anche per lui. Un fidanzato. Poteva mai preoccuparsi di una cosa del genere? Eppure non pensò ad altro tutto il giorno, mentre fissava la busta consegnatagli da Pino. All’interno erano custoditi i dettagli del passeggero che avrebbe dovuto scarrozzare quella sera. Fece passare l’intera mattina, quando finalmente, mentre si preparava un misero pranzo, decise di aprire la busta di colpo. Come strappare un cerotto, si dice in questi casi. “Martedì, 22.30, largo San Giovanni, Onorevole Umberto Baffi”.

Umberto Baffi… un nome un programma. Nella sua testa si stava costruendo l’immagine di un tipico ometto tutto italiano, pancia, giacca cravatta. Dal nome sembrava una persona simpatica, ma se c’era solo una cosa che Claudio aveva imparato nonostante la scarsa dimestichezza con la materia, è che in politica soprattutto non bisogna fidarsi delle apparenze.

Per quanto si sforzasse non riuscì a ricordarsi la faccia di questo onorevole, né tantomeno pensò di averlo mai visto in tv. Così decise di fare qualche ricerca su internet. Passò l’intero pomeriggio a documentarsi. Umberto Baffi sembrava il tipico nonno, sguardo dolce e modi affabili. Laureato in legge, era stato un protagonista silenzioso della politica da anni, a quanto leggeva Claudio. Una carriera decorosa e sempre al servizio dei più bisognosi, oltre che una spiccata propensione per l’Arte e la Cultura. Cattolico praticante e devoto, Baffi veniva regolarmente rieletto da diversi anni ormai ed era uno stacanovista della Camera. Ora al centro, ora più tendente a destra, era riuscito a cavarsela in qualsiasi situazione. Un personaggio del genere proprio non poteva andare a genio a Claudio, ma quella sua faccia per qualche assurdo motivo lo rassicurava. Quasi gli si voleva bene solo grazie a quella sua espressione.

Claudio fece spallucce a sé stesso e pensò che tutto sommato non gli era andata poi così male. Sibillina però si insinuò in lui la consapevolezza che qualcosa non quadrava di certo. Perché tutta quella segretezza da parte di Pino? E cosa intendeva dire con “tutto questo ti servirà” riferendosi alla strage cui era stato costretto ad assistere? Ma soprattutto, <<mo’ chi cazzo è sto ragazzetto che si vuole fottere la mia Dalia?>>

<<Uno si gira un secondo e quella mi diventa una mangia uomini?>>

Resosi conto della confusione che aveva in testa, scoppiò in una sonora risata e decise che era arrivato il momento di un sonnellino, così da essere in forze per la serata. Qualcosa gli diceva che sarebbe stata lunga.

Dalia tornò direttamente per cena e trovò suo padre in modalità ghiro. La capacità di Claudio di addormentarsi in qualsiasi momento se voleva, la faceva innervosire a dismisura. Come faceva a sottrarsi con così poco sforzo alla dinamicità della giornata? Gli stampò un bacio sulla fronte e lui la vide allontanarsi verso la cucina. Dalia preparò una cenetta coi fiocchi e i due discussero del più e del meno. Claudio decise non era il caso di indagare oltre su quell’infida serpe che si stava insinuando nella sua vita…questo ragazzino che voleva…vabbè. Ringraziò Dalia per la cena e si preparò in fretta e furia per l’appuntamento.

Volle arrivare in largo anticipo e aspettò il proprio ospite seduto nella limo ascoltando la radio. Fortunatamente la sua buona stella fece sì che il dj di turno avesse buon gusto. Così, mentre Roger Daltrey intonava “Behind Blue Eyes”, un uomo gli bussò al finestrino e ironia della sorte aveva proprio due grandi occhioni azzurri, contratti dalle rughe e da un’espressione bonaria.

<<La manda Pino?>>, fece l’uomo. Claudio abbassò il finestrino e riconobbe subito il personaggio su cui aveva fatto i compiti quel pomeriggio.

<<Salve, signor…onorevole. Prego, entri pure>>, disse. Poi si rese conto che forse era il caso di scendere e aprire la portiera al suo ospite. Baffi si aprì da solo la portiera del passeggero anteriore. Claudio lo fermò subito.

<<No, no, onorevole. Lei viaggerà dietro come si conviene>>, si produsse nel sorriso più strano della sua vita, mentre gli apriva la portiera di dietro. Baffi gli sorrise inizialmente smarrito. Sembra proprio un vecchietto confuso. Gli si avvicinò e lo ringraziò con una carezza sulla spalla.

<<Com’è gentile. Passeremo proprio delle belle serate, me lo sento!>>

 

Oh, sì…

Black Limo #7

7.

"Prendi fiato", continuava a ripetersi Claudio. "In fondo non è nulla di nuovo".

Ma purtroppo la scena cui suo malgrado aveva appena assistito sembrava essere la più beffarda delle verità. Lo sapeva benissimo che suo fratello era ormai morto e sepolto. Morto da quella notte di novembre, finito da quell'atto raccontato con tanta semplicità e con divertimento. Quella piccola vocina dentro la testa di Claudio che non volle credere a quella storia all'epoca, ormai era un flebile sussurro portato dal vento. Suo fratello era morto quella notte di tanto tempo fa, così come morti erano quei corpi che adesso trascinava chissà dove e che aveva accoppato per chissà quale ragione.

Faticò a ragionare dopo le parole di Pino. “Questo, Claudio. Io sono questo” gli aveva detto. Contrariamente a quanto si aspettasse non aveva effettivamente altro da chiedere al fratello, né tantomeno aveva alcuna intenzione di uscire dalla limo e aiutarlo nelle sue faccende. Lo sapeva, l’aveva sempre saputo chi o cosa era diventato e adesso doveva solo mettere in pratica una sorta di automatico piano di difesa già presente nel suo organismo e a cui aveva lavorato inconsciamente negli anni. Non poteva più avere a che fare con suo fratello. Pino rimase immobile, mentre l’autovettura partì sgommando a tutta forza lontano da quel massacro dal motivo ignoto. Il volto dell’assassino si contrasse in un’espressione seccata, come se Claudio stesse avendo una reazione da ragazzino. Fatto sta che la limo ormai era lontana dallo sguardo di Pino, ma Claudio non rallentò neanche un secondo fino a casa sua.

Passò effettivamente nel suo viale, ma un impulso improvviso gli fece pensare che forse non sarebbe stata una buona idea. In fondo nel bagagliaio di quella vettura era stato legato e imbavagliato un malvivente di lì a pochi minuti prima. Rimise subito in moto e fece per allontanarsi il più possibile da casa sua e dalla sua Dalia. Guidò per quasi un’ora finché non si sentì al sicuro e lontano da sguardi indiscreti. Decise quindi di lasciare la macchina in una strada anonima di periferia, da cui si sarebbe allontanato a piedi. Spense il motore e fece per uscire, quando una mano calò pesantemente sulla sua spalla e lo spinse nuovamente all’interno dell’abitacolo. Incredulo Claudio vide suo fratello richiudere il suo sportello e una volta fatto il giro entrò dal lato del passeggero e si sedette in silenzio per quelli che sembrarono dei secondi interminabili.

Quando alzò lo sguardo il suo volto era contratto in un sorriso sgraziato, ma al tempo stesso molto dolce.

<<Devo ammettere che questa volta non sono stato molto sincero con te>>, disse Pino.

Un altro interminabile silenzio.

<<Ma sappi che fa tutto parte di un piano che ha come unico scopo il tuo bene e quello di Dalia.>>

<<Il mio bene…>> a Claudio tremavano le mani, appoggiate pesantemente sul volante, e la voce era sottilissima.

Prese violentemente Pino per la collottola e lo guardò carico d’odio dritto in quegli occhi che aveva conosciuto vivaci e solitamente indiavolati. In quel momento lo sguardo del fratellino era più che mai inquietante proprio per la insolita tranquillità che trasmettevano. Incurante di questo dettaglio lo strattonò violentemente.

<<Ti rendi conto di cosa ho dovuto assistere? Lo capisci che adesso sono un complice? Io! Complice di un delitto!!!>>

Pino allargò ulteriormente il suo ghigno e con estrema cura bloccò i polsi del fratello, staccandosi le sue mani di dosso. Claudio non poté che assecondare il gesto per non farsi male.

<<So benissimo cosa ho appena fatto e come ti dicevo l’ho fatto per te>>, disse Pino. <<Così come so benissimo che ora come ora ti sembra di impazzire e non capirai subito il mio gesto.>>

Claudio tirò via le mani dalla morsa di Pino e ascoltò inerme le sue parole.

<<Questo non era il lavoro che volevo passarti…>>, rivelò Pino utilizzando un tono paterno, quasi rassicurante. Peccato che in quella frase Claudio ci trovasse ben poco di cui fidarsi.

<<Il tuo compito resta quello di accompagnare in giro una certa persona e credimi, quello a cui hai assistito oggi ti servirà>>, disse Pino ora cercando di scuotere Claudio, scandendo parola per parola, affinché fosse tutto chiaro.

<<In che guaio mi stai cacciando, Pino?>>

<<Nessun guaio, se fai come ti dico. Questa è un’occasione unica.>>

Con un gesto particolarmente solenne Pino estrasse da una tasca interna del giubbino una busta sigillata. La passò con altrettanta cura e con un gesto teatrale a Claudio, il quale dopo un istante di titubanza decise di prenderla.

<<Dentro questa busta ci sono i dati del tuo passeggero, dove vi incontrerete e dove dovrai portarlo domani sera.>>

Claudio fissò a lungo la busta senza aprirla e cercò per quanto possibile di evitare lo sguardo del fratello.

<<Perché dovrei fidarmi di te, Pino? Perché dovrei continuare a fidarmi di te dopo quello che mi hai costretto a vedere? Di cos’altro vuoi rendermi complice?>>

Pino pose una mano sulla spalla del fratello, ma senza alcun segno di minaccia, affettuosamente.

<<Quello di cui sei stato testimone ti servirà per quello che andrai a fare, ma non lo capirai subito il perché>>, aggiunse Pino, ora ponendo l’altra mano sulla busta, senza distogliere lo sguardo da quello di Claudio. <<Questo lavoro può finalmente darti una stabilità, anzi, può rappresentare un nuovo inizio per te e Dalia. Purtroppo non sarà così semplice e richiederà l’unico sacrificio che non hai mai voluto fare.>>

Claudio sembrò iniziare ad avere una reazione stizzita, ma notò qualcosa di strano in Pino. Il fratello aveva per la prima volta in quella conversazione distolto lo sguardo e adesso con il capo chino sembrava essersi improvvisamente rattristito. Sentì addirittura dei singhiozzi dimessi e quasi impercettibili. Pino stava piangendo.

<<Non sono mai riuscito a dimostrarvi quanto vi voglia bene, Clà. Lo so che sono sbagliato, ma ve ne voglio! Non sono mai stato il fratello ideale, ma questa volta ho fatto tutto per te e lo vedrai. Purtroppo non vedrai solo questo…>>, ormai strozzato dalle lacrime Pino si lascia andare e abbraccia tremante il fratello incredulo.

Rimasero così abbracciati a lungo in quel momento doloroso e terribile, eppure così carico di significati e di amore da far male. Poi con una gentilezza che mai ha avuto modo di mostrargli, Claudio si allontanò e accarezzò dolcemente il fratellino.

<<Mi hai messo in un bel guaio e da qui in poi ho paura che andrà sempre peggio. Tuttavia mi sa che non posso più rifiutarmi, è così?>>

Pino si limitò ad annuire.

<<La persona che devo accompagnare è solita fare cose assurde a cui io dovrò fare da testimone per forza. È così?>>

Un altro cenno di assenso con la testa.

<<Pino, dovrò scarrozzare un boss?>>

Pino si riprese dal momento di commozione e adesso serissimo incrociò di nuovo lo sguardo con il fratello.

 

<<Peggio, Claudio. Un onorevole.>>

 

Il gelo di quella strada inospitale e isolata si fece se possibile ancora più terribile.

Black Limo #6

6.

Claudio sudava freddo mentre cercava di tenere la strada sfrecciando verso l’incrocio successivo, che per sua sfortuna era di quelli belli zeppi di macchine con tre scelte di svincolo. I ragazzi sui loro scooter lo stavano seguendo dall’incrocio precedente, senza accennare alla resa. Che volessero divertirsi o peggio a Claudio non interessava minimamente. L’unica cosa che voleva evitare era di fare un guaio prima ancora di iniziare quel lavoro caduto dal cielo e quindi optò per non rispondere in alcun modo ai suoi inseguitori. Alzò lo sguardo al semaforo sospeso in aria e con enorme piacere notò che era verde. Finalmente un po’ di fortuna, pensò tra sé e sé, mentre il brano dei Peppers volgeva al termine. Chiaramente, nel più classico cliché, nel momento esatto in cui quel pensiero sereno gli attraversò la mente, la luce del semaforo si fece gialla. Senza perdersi d’animo accelerò ulteriormente, avendo ancora un po’ di strada a disposizione. Notò che la coppia di scooter alla sua destra era scomparsa improvvisamente, e per un attimo volle convincersi di averli seminati, ma nello specchietto retrovisore vide chiaramente i capi di quella combriccola. Quei due che all’incrocio avevano cercato di identificarlo adesso lo seguivano sempre dalla sinistra, ma a debita distanza. Il semaforo si fece impietosamente rosso.

Claudio fermò la vettura e venne subito circondato dai motorini che lo seguivano. Decise che se la sarebbe giocata tranquilla, “cool”, abbassando il finestrino facendo finta di niente. E così fece.

In quell’istante dall’autoradio i Peppers cambiarono decisamente registro e anzi si trasformarono in tutt’altra creatura. Qualcuno aveva sovrascritto a quel disco di b-sides un singolo di Rosario Miraggio, Famme pruvà, il che fece per un attimo sorridere Claudio, che decise di approfittarne per rovistare nuovamente tra i cd. Nel frattempo i capuzzielli della comitiva di motorini si erano di nuovo avvicinati al finestrino ora abbassato.

<<Uà, o zi’, t’e fatt’ ‘sta machin’?>>

<<Quant’è di cilindrata?>>

<<Bella, eh?>>, rispose distrattamente Claudio, mentre scartava disco dopo disco la selezione proposta dal cruscotto della Limo. <<Sinceramente non saprei quant’è, forse mille e sei, mille e otto…>>

<<Azz, buon>>, fece il ragazzo alla guida, cercando un gesto di assenso del suo passeggero e degli altri ragazzi a seguito. Claudio si rese ora conto che erano tutti fermi ad ascoltarlo.

<<E che fatica facite? Purtate e persone famose, eh?>>, domandò sempre quello che doveva essere il capo, il ragazzo in testa al gruppo, alla guida del motorino più potente.

Claudio trovò finalmente qualcosa che lo fece sentire quasi più forte e al sicuro anche in quel momento ambiguo e vagamente teso. Aveva tra le mani Led Zeppelin, il primo disco omonimo della leggendaria band, e sapeva benissimo che quando Jimmy Page avesse attaccato il riff Good times, bad times si sarebbe sentito il padrone di questo e di tutti gli altri mondi possibili. Spense quindi la voce di Miraggio, quasi come un affronto ai suoi interlocutori e a tutto ciò che rappresentavano.

<<A dire il vero ancora non ho iniziato a faticare co’ ‘sta macchina. Anzi, stavo proprio finendo ‘nu giro di prova, se non vi dispiace…>>, fece ora baldanzoso, proprio mentre un poderoso power cord risuonava nell’impianto surround decretando l’inizio del brano e del disco prescelto. Come in quei momenti perfetti e inverosimili usciti da una sceneggiatura cinematografica, il semaforo si fece verde e Claudio sfrecciò verso la libertà, lasciando sul posto e verosimilmente seminando i “centauri” sui loro mezzi.

Fu talmente gasato dalla cosa che non poté fare a meno di lanciarsi in un controcanto scatenato alla sensualissima voce di Robert Plant. Superò un ulteriore incrocio, il cui semaforo a conferma del momento magico era verde, e in cuor suo seppe di aver effettivamente fatto una stronzata colossale. Ma sembrava allo stesso tempo un qualcosa di giusto e sacrosanto, e per di più non gli sembrava di vedere più i propri inseguitori.

Mentre cambiava il cd ormai conclusosi (passando alla semplice radio in FM), si ritrovò a pensare di aver forse esagerato. Ma sì, magari quegli scugnizzielli volevano soltanto far vedere che ne capivano qualcosa o sfrogoliarlo per diletto, così, per perdere il tempo. Chissà, magari stavano semplicemente recandosi alla sala giochi di Lelluccio per bruciare quei pochi risparmi che avevano racimolato durante una settimana di duro lavoro come sguatteri in qualche altro terribile bar o ristorante. Quello facevano i ragazzi della zona, almeno quei pochi che non erano immischiati in loschi affari. Per un attimo si ritrovò proprio a pensare di aver incontrato dei poveri cristi che volevano solo fargli una domanda per curiosità. Dopo un paio di curve si ritrovò ad un nuovo incrocio a tre vie, ma questa volta il semaforo era di un rosso impietoso. In fondo erano solo dei ragazzi, proprio come si era considerato lui fino a quel suo ultimo compleanno. Ragazzi che vivevano una situazione di merda, esattamente come era successo a lui, costretto a crescere una figlia proprio alla loro età. Le difficoltà di trovare un lavoro onesto; la tremenda lotta per mantenere un’integrità morale; l’età che avanzando lo costringeva sempre più a compiere qui sacrifici necessari e che inevitabilmente gli aveva mostrato il conto costringendolo a quel patto inaspettato con Pino. E chissà cos’altro lo aspettava all’interno di quella nera vettura. I maledetti quaranta…

Qualcuno bussò al finestrino interrompendo quel flusso di coscienza, e Claudio sovrappensiero abbassò il vetro.

<<E mo che hai fatto ‘sta sparata e cazz’ che aviss’ risolto?>>, gli fece il capo della banda. L’avevano raggiunto, ma solo i due a capo della banda, osservò Claudio dopo un rapido sguardo agli specchietti.

Il passeggero gli puntò contro una pistola nascosta dal giubbino imbottito.

<<Che r’è, mo nun parle? Fa ampress, vuttete aret a chillu vicariell’>>, gli intimò muovendo l’arma in direzione della stradina in cui volevano incastrarlo.

Claudio questa volta non pensò neanche lontanamente di rispondere o reagire a quella minaccia e in silenzio obbedì una volta che il semaforo si fece verde. Si ritrovarono in una stradina fatiscente che conduceva a uno spazio molto ampio e murato, con capannone annesso. Il luogo perfetto per ciò che stava per accadere. Lo avrebbero ucciso e poi nascosto lì? Tutto per rubare quell’auto maledetta!

Si fermarono davanti al capannone e fecero segno a Claudio di spegnere il motore e scendere dalla vettura. Lui eseguì immediatamente, dopo di che mentre quello con la pistola continuava a puntarlo, l’altro, il “capo”, gli mollò due pugni da vigliacco qual era, uno alle spalle tra le scapole e un altro alla bocca dello stomaco. Punitivo, fulmineo e letale. Claudio non si era mai sentito così vicino alla morte come in quel momento, né aveva mai subito delle mazzate in quel modo, data la stazza.

<<T’è piaciuto e fa o strunz’, eh? Apri o portabagagli, oì!>>, gli urlò sempre il capo.

Claudio recuperò quelle esigue energie rimaste e si avvicinò al retro della Limo, cercando goffamente le chiavi nelle tasche. Aprì quindi come richiesto il portabagagli e ciò che trovò fu come il primo pugno sferratogli prima dal ragazzo. Un uomo tarchiato e senza capelli giaceva legato all’interno del portabagagli, farfugliando qualcosa di incomprensibile a causa di un bavaglio. Il ragazzo con la pistola gli si avvicinò istantaneamente, dimenticandosi di tenere sotto tiro Claudio, e sciolse il fazzoletto che gli copriva la bocca.

<<Nun è isso! Nun è isso!!!>>, urlò immediatamente l’uomo, lasciando sbigottiti i due ragazzi. Claudio capì immediatamente che dovevano essere i suoi sottoposti.

BANG

BANG

Due esplosioni a brevissima distanza di tempo e a pochi centimetri dalla testa di Claudio. Il sangue schizzò in due enormi fiotti dalle teste dei malcapitati scugnizzi, ricoprendo in parte l’uomo del bagagliaio, che proruppe in un urlo di orrore e sorpresa. I corpi dei ragazzi si accasciarono immediatamente, privi di vita e entrambi con un vistoso foro nella testa.

<<Omm’ e merd’, ma che cazzo hai combinato?>>, disse l’uomo nel bagagliaio.

<<Mo’ siamo pari>>, disse Pino, calando la pistola con cui aveva sparato e avanzando verso la vettura. Si doveva essere nascosto lì nei paraggi sapendo cosa sarebbe successo. Claudio si sentì usato.

BANG

Sparò a l’uomo nel bagagliaio, lasciando il terzo cadavere della sua giornata con un foro fumante nel cranio.

Claudio era a dir poco allibito e tremava. Suo fratello era sì un criminale, ma non pensava fosse diventato un assassino a sangue freddo come l’uomo che si trovò davanti. Sentì di essere stato preso in giro per tutti quegli anni da quando l’aveva coperto per il suo primo delitto. Per la prima volta pensò di averlo perso definitivamente.

<<Chi sei tu, veramente?>>, chiese quasi in lacrime.

Pino richiuse il bagagliaio e iniziò a trascinare il primo cadavere dei ragazzi verso il capannone e rispose distrattamente al fratello.

<<Questo, Claudio. Io sono questo.>>

 

A Claudio bastò.

Black Limo #5

5.

Pino gli lasciò trovare sotto casa la macchina. La “Limo” era una tipica berlina dei primi anni Novanta, leggermente allungata, diciamo delle dimensioni di una station wagon. Il “fratellino” ci aveva battuto la testa per quasi un anno dietro quell’occasione. Giovanni detto “o scippatore” gli aveva messo la pulce nell’orecchio poco prima del Natale del ’99, proponendogli un affare a sua detta imperdibile per quella vettura. Questo genio della compravendita aveva ottenuto quel soprannome non perché fosse un poco di buono o un ladro, ma semplicemente per la sua soprannaturale capacità di soffiare gli affari ai suoi concorrenti durante delle aste non proprio trasparenti. Teneva uno spaccio nella traversa poco dopo l’incrocio di casa loro dove si poteva trovare veramente di tutto, dai gioielli alle Fender “originali”. Teneva, appunto, perché nel 2002 fu beccato dai “guardi” mentre rincorreva un gruppo ladri che lo avevano appena svaligiato della “roba sua”. Che poi vallo a spiegare il concetto di proprietà…

Il bolide era lì, impenetrabile allo sguardo in quella sua nera totalità. La chiave era semplice, ma spessa ed era collegata a un portachiavi peloso color lilla. Sì, una palletta di pelo lilla era il portachiavi associato a quella vettura nera e terribile. Pino sarà stato anche un criminale, ma aveva un senso dell’umorismo che faceva sempre cedere Claudio, il suo vero punto debole nei confronti del fratellino. Inserita la chiave la girò e uno scatto secco confermò immediatamente l’apertura centralizzata delle porte. Claudio fece per aprire la portiera dal lato del guidatore e non poté fare a meno di notare il vetro fumé che circondava l’intera limo e quasi credette non si potesse vedere attraverso. Una volta sedutosi al suo posto e richiusa la portiera si accorse chiaramente che dall’interno era tutto visibile, anzi, pensò che per certi versi da quella prospettiva il mondo sembrava filtrato e più chiaro.

Per essere una macchina di una certa età era tenuta benissimo; gli interni in pelle non mostravano i segni del tempo e le rifiniture in “oro” erano pacchiane esattamente così com’erano state pensate originariamente (sebbene leggermente opacizzate dal tempo). La seduta era spaventosamente comoda e le braccia cadevano con scioltezza sullo sterzo in un gesto che risultò naturale e allo stesso tempo terribile per Claudio. Si era talmente perso nei propri pensieri da non rendersi conto di aver già messo in moto la vettura. Il monolite nero ruggì all’accensione per poi lasciarsi andare a un ridicolo scoppiettare del motore, come un vecchio borbottante sui tempi andati e contro le macchine moderne che vedeva sfrecciare nell’altro senso di marcia.

Aveva inconsapevolmente iniziato quel giro di prova e se n’era reso conto solo nel momento in cui aveva notato di non aver allacciato la cintura di sicurezza. Con un gesto rapido risolse quella mancanza in un suono che sembrò un sibilo (la cintura cadeva perfettamente senza costringerlo). Una volta raggiunta una moderata velocità la macchina risultava decisamente silenziosa, quasi indifferente al traffico. Il quadro elettrico non era particolarmente illuminato e anzi a stento si riusciva a leggere la velocità a cui si viaggiava. In compenso c’era un comodissimo conta giri, che per chi come Claudio ama guidare è una vera e propria benedizione. In questo modo non si rischia mai di trattare male la propria automobile e anzi si può gestire la salute stessa del bolide in maniera ottimale. In più Claudio pensava soprattutto a contenere i costi.

Sebbene la lunghezza facesse pensare al contrario, in realtà la Limo era facilmente governabile e anzi per Claudio risultò un vero e proprio viaggio di piacere quello che stava effettuando. Fermo al semaforo poté far caso al cruscotto. Non si era reso conto che sebbene non fosse accessoriato con un’autoradio moderna, niente porte Usb o touch screen per intenderci, c’era comunque un lettore cd. Claudio si chiese se fosse possibile trovare addirittura qualche disco, magari proprio nel vano porta oggetti. Il silenzio era sicuramente totale e accogliente, ma non teneva la compagnia del buon rock ‘n roll. Il giorno dopo avrebbe ospitato il suo nuovo datore di lavoro e chissà che genere di musica gli sarebbe piaciuta. Si era immaginato un uomo grassoccio, vecchio stampo, dal fiato pesante e dalla voce petulante, insomma la sua idea di un Senatore della Repubblica. No, un tipo del genere ascolta vecchie canzonette di quando era piccolo e rimpiange il fascismo, di certo non il rock. Mentre attendeva il verde del semaforo si lasciò definitivamente andare alla curiosità e cercando nel portaoggetti trovò in effetti dei cd. Con enorme sorpresa scoprì che Pino aveva degli ottimi gusti. Metallica, Pearl Jam, Nirvana, Les Zeppelin, Red Hot, My Mourning Jacket persino Springsteen! Fu particolarmente attratto da un disco masterizzato in casa di vecchie B-side dei Peppers e così senza pensarci lo inserì. Partì la loro cover di Search and Destroy, un brano reso famoso da Iggy Pop. Notò che il semaforo per i pedoni si era fatto giallo e mentre innestava la prima si rese conto di essere osservato. Alla sua sinistra due ragazzi in motorino usciti direttamente da una stagione di Gomorra lo scrutavano cercando di capire chi fosse alla guida di quella strana vettura. Spazientito distolse lo sguardo solo per notare altri due motorini alla sua destra, sempre di grossa cilindrata e guidati da personaggi della stessa risma.

Il semaforo si fece verde e Claudio fece attenzione a non partire di colpo mostrandosi spaventato, ma lo era. Antony Kidis si lanciò nel ritornello urlando a squarciagola cercando di coprire l’acida chitarra di John Frusciante, mentre la Limo e i suoi inseguitori si dirigevano verso l’incrocio successivo.

Black Limo #4

4.

“L’acqua deve arrivare fino alla valvola”

Fatto.

“e mettici un po’ più di caffè!”

Fatto anche quello.

Queste erano le classiche raccomandazioni che sua madre era solita fare a Claudio sin da quando era piccolo e lui le aveva sempre seguite alla lettera in maniera maniacale. Non c’era una mattina che non eseguiva le mosse con precisione ed eleganza e quelle mattina dopo l’incontro con Pino non fece eccezione. Il caffè in casa loro non poteva venire male!

Dalia s’era da poco svegliata e dopo aver farfugliato un saluto veloce e stampato un altrettanto rapido bacio sulla guancia del padre si andò a preparare. La giornata tipica in casa loro cominciava proprio così, con Claudio lento e solenne, ma sveglissimo, mentre la figlia era ancora immersa nel mondo dei sogni, ma incredibilmente rapida nel prepararsi.

<<Com’è andata ieri sera con zio Pino?>>, disse Dalia, riemersa in un battibaleno dal bagno.

Claudio si prese il tempo necessario a sigillare a dovere la macchinetta e solo dopo aver acceso il fuoco le disse: <<tutto sommato bene.>>

<<…e?>>

<<…e niente>>, rispose lui dopo una rapida occhiata alla figlia. Si rimise subito in direzione dei fornelli. La fiamma doveva tassativamente stare a quella che lui chiamava temperatura da crociera. Bassa, insomma.

<<Zio Pino mi ha proposto un lavoro che sembrerebbe essere tranquillo.>>

<<…ma non ti convince del tutto.>>

<<Beh, è pur sempre di Pino che stiamo parlando. Dovrei guidare quella sua vecchia limousine, se così la vogliamo chiamare>>, disse Claudio mentre teneva d’occhio moka e fiamma. Il caffè guardato a vista si dice non esca mai, ma tant’è, non gli si può togliere gli occhi di dosso.

<<Me la ricordo! È quella macchinona nera che trovò in offerta da quei suoi amici. Quella per la quale quasi si lasciava con zia Chiara>>, affermò Dalia, ormai già vestita e pronta ad uscire, in attesa del caffè. Durante queste operazioni mattutine i suoi occhi prima restavano coperti dai lunghi capelli in una ridicola frangetta gigante e dopo averli pettinati si mostravano, ma sempre chiusi. Un dettaglio quello che faceva ammattire Claudio. Come faceva a prepararsi in quello stato? “Ma chi sei, Mr. Magoo?”.

<<Esatto, proprio quella. Dice che dovrei scarrozzare un tizio, un pezzo grosso.>>

<<Papà, che genere di pezzo grosso?>>, chiese Dalia, ora preoccupata e più che mai sveglia.

<<Non lo so, dice che per motivi di sicurezza può solo darmi un indirizzo e un orario>>, affermò Claudio con una punta di mistero. La richiesta di Pino era si particolare e potenzialmente pericolosa, ma sentiva di potersi fidare per una volta del terribile fratello.

<<Secondo me è il Papa!>>, aggiunse con un enorme sorriso. Il caffè intanto iniziava la sua decisa risalita lungo il “camino”. Padre e figlia si scambiarono un rapido sorriso, rassicurando quest’ultima sulla gravità della situazione. Claudio si girò immediatamente udendo i primi borbottii della macchinetta. Era considerabile un’onta insanabile non girare il caffè immediatamente alla prima avvisaglia di uscita, rendeva l’intero lavoro un disastro. Grazie, mamma.

<<Vabbè, quindi posso stare tranquilla?>>

Claudio si prese tutto il tempo per rispondere, facendo salire inutilmente la tensione. Le sue energie dovevano essere tutte dedicate alla perfetta realizzazione del nettare supremo.

<<Papà, non farmi incazzare!>>

Pronto, era tutto pronto. Il momento solenne della mescita era uno dei suoi preferiti, in quanto a differenza della preparazione del caffè prevedeva un’accortezza diversa, più speciale e particolare a seconda del “cliente”. Dalia prendeva il suo caffè con un cucchiaino e mezzo di zucchero di canna. Non uno, non due, né tantomeno un cucchiaino stentato, ma un cucchiaino bello pieno e uno a metà.

<<Andrà tutto bene>>, disse porgendole la tazzina. Dalia gli credette e sorseggiò il caffè nei suoi canonici tre movimenti, imitata quasi all’istante dal padre. Posarono le tazzine l’una vicino all’altra.

<<Quindi adesso aggiungerai anche chauffeur al curriculum?>>

<<Quale curriculum?>>

Lei lo guardò con quel suo sorriso disarmante e i due si unirono in una fragorosa risata. L’ultimo momento felice di quella giornata…

In testa non aveva che le confuse parole del fratello, la spiegazione così vaga eppure così convincente di quel lavoro e le rassicurazioni sull’assoluta legalità di ciò che stava andando a fare. Forse era per questo che quella mattina più di altre gli erano tornate in mente tutte le raccomandazioni di sua madre su come fare il caffè e del rituale ad esso annesso. Erano cose ormai insite nel suo dna, dei movimenti così ripetuti e provati che non ci faceva più caso. Ma non quella mattina. Quelle parole, quegli antichi insegnamenti gli erano utili per esorcizzare il germe della paura che nonostante tutto stava crescendo in lui. Perché aveva accettato allora? Perché non aveva tirato avanti nonostante l’apparentemente ghiotta occasione?

Aveva letto qualcosa di diverso in Pino quella volta. La sua non era solo un’offerta, ma celava altro. Suo fratello gli stava in un qualche modo bislacco chiedendo aiuto e si sa, certi riflessi condizionati da fratello maggiore non li perdi mai.