drama

Black Limo #9

9.

Passarono settimane tranquille. Troppo tranquille.

Claudio, superate le prime diffidenze causate dai funesti moniti del fratello, iniziò a prenderci gusto per quel lavoro. Il signor Baffi era molto piacevole ed estremamente garbato. Le serate passavano serenamente e i due si vedevano un paio di volte la settimana. L’onorevole si faceva trasportare in vari luoghi della città, ma non era il viaggio di un turista di passaggio. Con la loro Limo attraversavano dei punti molto specifici della città e della provincia. Baffi aveva ogni volta gli occhi sognanti di un bambino la mattina di Natale, ma con una nostalgia di fondo che Claudio vedeva bene. Non si azzardò mai a chiedergli cosa rappresentassero quei luoghi per il suo passeggero e si limitò a portarlo in giro, a rispondere alle sue vaghe domande con brevi scambi molto generici. Però qual era il problema? La paga era ottima, tanto da permettersi dei piccoli lussi, il quotidiano ogni giorno, qualche regalo a Dalia di tanto in tanto e soprattutto una tranquillità cui Claudio iniziava ad abituarsi.

Una sera Claudio a bordo della sua Limo si recò al Vomero, più precisamente nella zona di San Martino. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare però, Baffi non voleva essere portato ad osservare il panorama dalla famosa terrazza che si trova davanti al museo. No, aveva altro in mente. Fece segno a Claudio di girare in una viuzza e rimasero fermi lì, davanti ad un parco, per diversi minuti.

<<Vuole che le prenda qualco…>>, Claudio interruppe quel silenzio e si girò per guardare il suo passeggero. Non l’aveva mai visto così. Piangeva, in silenzio, le lacrime a fiumi ricoprivano il suo volto scavato dalle rughe e così facile ai sorrisi.

<<Onorevole, si sente bene? Posso fare qualcosa per lei?>>, si preoccupò allora Claudio, ma Baffi gli fece segno di no con la mano delicatamente.

<<A meno che tu non possa riavvolgere il tempo, caro mio, non c’è proprio nulla che sia in tuo potere per farmi stare meglio>>, disse allora l’ex-senatore, con un tono del tutto nuovo ed inaspettato rispetto a quello cui si era abituato Claudio.

I due restarono ancora per degli interminabili istanti in silenzio, quando l’autista decise di rompere gli indugi: <<è forse un luogo a cui era molto legato questo?>>, abbozzò guardandosi intorno per poi soffermarsi sul vecchio.

<<Diciamo di sì>>, tagliò corto Baffi. Prese poi un fazzoletto con le sue iniziali ricamate, si asciugò le lacrime e diede una bella soffiata nello stesso. Claudio si girò cortesemente per lasciarlo alla sua intimità.

<<Non c’è bisogno che ti giri. Sai, puoi dire di aver conosciuto veramente un uomo solo nei momenti in cui è indifeso>>, disse per poi riassettarsi, ripiegando delicatamente e con movimenti precisi il proprio fazzoletto.

<<Quando piange, quando le prende, quando viene scoperto, quando si innamora…>>, accompagnò ogni parola contandole con la mano sinistra tesa verso Claudio, <<…e quando muore>>. A quest’ultima affermazione fece un simpatico saluto con la mano aperta. Notò che Claudio non si girò neanche un istante, continuando a dargli le spalle.

<<Guarda, Claudio…posso chiamarti Claudio?>>, chiese interrompendosi come se stesse per dimenticarsi la cosa più importante del mondo.

<<Ma certo, onorevole>>, replicò prontamente Claudio.

<<Bene, ma a patto che tu la smetta con questa storia dell’onorevole, d’accordo? Diavolo, ormai credevo avessimo passato questa fase.>>

<<Ci proverò, signor Baffi>>, disse per poi notare l’ex senatore che sorrideva divertito e sconfitto davanti a quell’eccesso di educazione vivente con cui aveva a che fare.

<<E va bene…dicevo, hai mai avuto la sensazione di aver sbagliato tutto nella vita? Ogni singola decisione, le strade che hai scelto, le persone da cui ti sei allontanato…>>

Claudio questa volta si girò, come se qualcosa avesse finalmente fatto “clic” tra di loro. Ascoltò le parole di Baffi con curiosità.

<<Ecco, quando arrivi alla mia età, quella è una sensazione che non ti abbandona mai un attimo. Un maledetto tarlo che ti ossessiona a ogni risveglio, dopo averti rimboccato le coperte la sera prima, ovviamente.

<<Non fraintendermi, probabilmente rifarei esattamente le stesse cose, ma non è quello il punto>>, aggiunse per poi gettare lo sguardo oltre il finestrino e verso il complesso di case presenti nel parco.

<<È che a volte arrivi a pensare di essere destinato a fare delle scelte sbagliate, e che non esista universo parallelo in cui tu possa raggiungere quella cosarella chiamata Felicità.>>

<<Immaginavo che il mondo della politica fosse tremendo, ma ad ascoltarla mi si accappona la pelle…>>, si fece sfuggire Claudio.

Baffi sorrise divertito. Era finalmente riuscito ad entrare in contatto con il proprio autista al livello che desiderava.

<<La politica? Ma che scherzi? Quella è la cosa migliore che mi sia successa!>>, aggiunse l’onorevole, aprendosi in un sorriso devastante. Sembrava il ghigno di un ragazzino.

<<Sai che c’è? Parliamone davanti a un boccone, ti va?>>

<<Signor Baffi, la ringrazio, ma forse non è tanto il caso…>>, Claudio cercò di suonare quanto più professionale possibile.

Ci fu un silenzio imbarazzante e imbarazzato, lungo abbastanza da togliere il sorriso al passeggero della Limo. Si trasformò in un ghigno.

<<Claudio, portami a mangiare una bella pizza. Decidi tu dove, basta che non sia in centro>>, la richiesta di Baffi suonò come un comando ed era la prima volta che l’onorevole si rivolgeva in quel modo al suo autista.

Claudio ci pensò su un attimo, stringendo tra le mani il volante. Non gli piaceva di certo ricevere ordini, figuriamoci così dal nulla, dopo che i due avevano impostato un rapporto professionale molto garbato. Non sapeva dove volesse andare a parare Baffi, ma fatto sta che riaccese il motore e senza dire una parola si diressero lontano dalla città, nella provincia.

Rimasero in silenzio a lungo durante il viaggio. Claudio pensò dove potessero andare e quasi automaticamente si indirizzò verso Torre del Greco, non pensando a una particolare pizzeria, ma ricordandosi di aver sempre mangiato bene da quelle parti.

Poi gli tornò in mente la pizzeria da cui andava quando Dalia era piccola. Non era chissà quanto buona o speciale come pizza, ma c’era un’atmosfera che sapeva di casa e il giusto livello di confusione da godersi una serata in famiglia. Sì, quando andavano tutti e quattro…

<<Le va bene qui?>>, disse Claudio al suo passeggero, pregando che Baffi non si rivelasse improvvisamente anche uno snob.

<<Ma è perfetta! Immaginavo proprio un posto così.>>

Claudio fece per aprire le portiere e nel girarsi notò che Baffi non si era ancora mosso.

<<Allora io l’aspetto qui dietro. Appena ha finito…>>, si fermò. Baffi dopo aver trafficato con la giacca ne estrasse delle banconote, abbastanza da offrire la cena a una comitiva di quaranta persone.

<<Stasera offro io, insisto>>, piazzò le banconote vicino la spalla di Claudio, il quale titubò per un istante. D’accordo il clima non più amichevole rispetto alle sere precedenti, ma quanto sarebbe potuta essere tremenda quella pizza?

Fece per afferrare la mazzetta, ma Baffi, riproponendo quel sorriso beffardo da ragazzino, gliela negò tirando indietro la mano.

<<Prima mangiamo, ti pare?>>

Claudio dovette fare uno sforzo per tenere a bada l’orgoglio, ma un po’ per la fame, un po’ per la dimensione della mazzetta, decise di ingoiare il rospo. Scesero dalla macchina dopo aver parcheggiato nella zona prospiciente il locale. Claudio allungò una banconota da venti al parcheggiatore in modo che desse un occhio di riguardo alla Limo (già ampiamente adocchiata da chiunque lungo la strada). La strana coppia entrò nella pizzeria e presero posto in un tavolo isolato, nonostante il locale non fosse gremito.

<<Vieni spesso qui, Claudio?>>, chiese l’onorevole, abbozzando un sorriso accomodante, quasi a dimenticarsi della stramba serata che stavano passando.

<<Ero solito venirci, un tempo. La pizza non è male, l’atmosfera quella giusta e costa quanto dovrebbe.>>

<<Ci venivi con tua figlia, Dalia, giusto?>>

Claudio non ricordava di averne parlato al suo cliente e quindi quell’uscita lo mise parecchio a disagio. Come sapeva di sua figlia? Che l’avesse studiato prima di assumerlo?

<<E magari anche con tua moglie e l’altra bambina, la maggiore.>>

Questo era troppo. Claudio si alzò di scatto e si avvicinò minaccioso a Baffi.

<<A che razza di gioco sta giocando???>>

<<Mio caro, ho semplicemente fatto due più due>>, disse alzando le mani in segno di resa verso Claudio. Girò poi una delle due con un gesto molto teatrale e indicò l’altro lato della sala.

<<Dalia, Marina e la tua ex-moglie Paola, giusto?>>

Claudio si fermò proprio sul punto di prendere per la collottola Baffi e si girò lentamente. Le vide, erano proprio loro lì in fondo, sedute a quel tavolo che grosso modo era rimasto lo stesso da quasi vent’anni. Dall'ultima volta che ci si sedettero insieme.

Ma era tutto il resto ad essere cambiato.

Oh, Paola… 

Black Limo #4

4.

“L’acqua deve arrivare fino alla valvola”

Fatto.

“e mettici un po’ più di caffè!”

Fatto anche quello.

Queste erano le classiche raccomandazioni che sua madre era solita fare a Claudio sin da quando era piccolo e lui le aveva sempre seguite alla lettera in maniera maniacale. Non c’era una mattina che non eseguiva le mosse con precisione ed eleganza e quelle mattina dopo l’incontro con Pino non fece eccezione. Il caffè in casa loro non poteva venire male!

Dalia s’era da poco svegliata e dopo aver farfugliato un saluto veloce e stampato un altrettanto rapido bacio sulla guancia del padre si andò a preparare. La giornata tipica in casa loro cominciava proprio così, con Claudio lento e solenne, ma sveglissimo, mentre la figlia era ancora immersa nel mondo dei sogni, ma incredibilmente rapida nel prepararsi.

<<Com’è andata ieri sera con zio Pino?>>, disse Dalia, riemersa in un battibaleno dal bagno.

Claudio si prese il tempo necessario a sigillare a dovere la macchinetta e solo dopo aver acceso il fuoco le disse: <<tutto sommato bene.>>

<<…e?>>

<<…e niente>>, rispose lui dopo una rapida occhiata alla figlia. Si rimise subito in direzione dei fornelli. La fiamma doveva tassativamente stare a quella che lui chiamava temperatura da crociera. Bassa, insomma.

<<Zio Pino mi ha proposto un lavoro che sembrerebbe essere tranquillo.>>

<<…ma non ti convince del tutto.>>

<<Beh, è pur sempre di Pino che stiamo parlando. Dovrei guidare quella sua vecchia limousine, se così la vogliamo chiamare>>, disse Claudio mentre teneva d’occhio moka e fiamma. Il caffè guardato a vista si dice non esca mai, ma tant’è, non gli si può togliere gli occhi di dosso.

<<Me la ricordo! È quella macchinona nera che trovò in offerta da quei suoi amici. Quella per la quale quasi si lasciava con zia Chiara>>, affermò Dalia, ormai già vestita e pronta ad uscire, in attesa del caffè. Durante queste operazioni mattutine i suoi occhi prima restavano coperti dai lunghi capelli in una ridicola frangetta gigante e dopo averli pettinati si mostravano, ma sempre chiusi. Un dettaglio quello che faceva ammattire Claudio. Come faceva a prepararsi in quello stato? “Ma chi sei, Mr. Magoo?”.

<<Esatto, proprio quella. Dice che dovrei scarrozzare un tizio, un pezzo grosso.>>

<<Papà, che genere di pezzo grosso?>>, chiese Dalia, ora preoccupata e più che mai sveglia.

<<Non lo so, dice che per motivi di sicurezza può solo darmi un indirizzo e un orario>>, affermò Claudio con una punta di mistero. La richiesta di Pino era si particolare e potenzialmente pericolosa, ma sentiva di potersi fidare per una volta del terribile fratello.

<<Secondo me è il Papa!>>, aggiunse con un enorme sorriso. Il caffè intanto iniziava la sua decisa risalita lungo il “camino”. Padre e figlia si scambiarono un rapido sorriso, rassicurando quest’ultima sulla gravità della situazione. Claudio si girò immediatamente udendo i primi borbottii della macchinetta. Era considerabile un’onta insanabile non girare il caffè immediatamente alla prima avvisaglia di uscita, rendeva l’intero lavoro un disastro. Grazie, mamma.

<<Vabbè, quindi posso stare tranquilla?>>

Claudio si prese tutto il tempo per rispondere, facendo salire inutilmente la tensione. Le sue energie dovevano essere tutte dedicate alla perfetta realizzazione del nettare supremo.

<<Papà, non farmi incazzare!>>

Pronto, era tutto pronto. Il momento solenne della mescita era uno dei suoi preferiti, in quanto a differenza della preparazione del caffè prevedeva un’accortezza diversa, più speciale e particolare a seconda del “cliente”. Dalia prendeva il suo caffè con un cucchiaino e mezzo di zucchero di canna. Non uno, non due, né tantomeno un cucchiaino stentato, ma un cucchiaino bello pieno e uno a metà.

<<Andrà tutto bene>>, disse porgendole la tazzina. Dalia gli credette e sorseggiò il caffè nei suoi canonici tre movimenti, imitata quasi all’istante dal padre. Posarono le tazzine l’una vicino all’altra.

<<Quindi adesso aggiungerai anche chauffeur al curriculum?>>

<<Quale curriculum?>>

Lei lo guardò con quel suo sorriso disarmante e i due si unirono in una fragorosa risata. L’ultimo momento felice di quella giornata…

In testa non aveva che le confuse parole del fratello, la spiegazione così vaga eppure così convincente di quel lavoro e le rassicurazioni sull’assoluta legalità di ciò che stava andando a fare. Forse era per questo che quella mattina più di altre gli erano tornate in mente tutte le raccomandazioni di sua madre su come fare il caffè e del rituale ad esso annesso. Erano cose ormai insite nel suo dna, dei movimenti così ripetuti e provati che non ci faceva più caso. Ma non quella mattina. Quelle parole, quegli antichi insegnamenti gli erano utili per esorcizzare il germe della paura che nonostante tutto stava crescendo in lui. Perché aveva accettato allora? Perché non aveva tirato avanti nonostante l’apparentemente ghiotta occasione?

Aveva letto qualcosa di diverso in Pino quella volta. La sua non era solo un’offerta, ma celava altro. Suo fratello gli stava in un qualche modo bislacco chiedendo aiuto e si sa, certi riflessi condizionati da fratello maggiore non li perdi mai.

Black Limo #3

3.

Il racconto di Pino fu preciso e terribile, tanto quanto fu per Claudio sentire certe cose venir fuori dal suo fratellino. I minuziosi dettagli dello sparo, l’espressione che trovò così divertente del malcapitato senzatetto, il suono che fa una vita mentre si spegne…quei ricordi lo avrebbero segnato a lungo, ma come spesso accade la nostra memoria funziona in maniera misteriosa e l’unico dettaglio che ricordava precisamente era la faccia di Pino, del suo ormai perso fratellino. Non era più lui, non c’era più traccia del seppur scorbutico divertente pazzerello della famiglia, ma solo un sorriso perso nel vuoto, il petto rigonfio d’orgoglio. Sembrava addirittura più alto del solito.

<<Una sensazione così…così…così bella, Claudio. Una sensazione di pienezza>>, disse sorridendogli questa volta dritto in faccia, con due occhi spiritati che cercavano complicità nei suoi.

Claudio rimase in silenzio trattenendo la rabbia e la delusione. Provò a tenere lo sguardo di Pino, ma dovette distoglierlo senza far trasparire nulla della sua tristezza.

<<Sono contento di avertelo detto>>, fece alzandosi ora di fronte al fratello, in uno di quei rari casi in cui si potevano guardare alla stessa altezza. Poi con delicatezza gli cinse le guance con le sue manine tozze, che a Claudio sembrarono più grandi e vecchie per qualche strana ragione, come ingiallite e invecchiate di colpo. Gli si avvicinò dolcemente e gli stampò un bacio sulla fronte.

<<Sarà il nostro segreto, fratellò.>>

 

<<Papà, ma mi ascolti?>>

Claudio ripiombò di colpo nella realtà. L’abbraccio che lo legava alla figlia si era sciolto da tempo e lei l’aveva lasciato così imbambolato in cucina con quello strano sguardo perso nel vuoto, in quel muro di candide mattonelle. Avrà ripreso la discussione, pensò come risvegiandosi, quella o un’altra insomma, solo che doveva esserle sembrato un monologo a giudicare dall’aria intontita di Claudio.

<<Zio Pino ha chiamato. Ha detto che se vuoi potreste incontrarvi al bar di Lello dopo le undici>>, si affrettò a comunicargli, mentre finiva di lavare le stoviglie disposte confusamente nel lavabo.

Claudio come per riconnettersi con la realtà si avvicinò a Dalia per darle una mano e presa una spugnetta logora iniziò a lavorarsi il pentolone in cui avevano cucinato il sugo per il primo piatto del giorno prima. Già, il suo compleanno. Il peso di quei quarant’anni gli era piombato addosso come evocato semplicemente da quel pensiero. Tutte quelle considerazioni erano avvenute in un nanosecondo, mentre guardava ora sorridendo sua figlia in tutta la sua grazia. Che miracolo che era, che incredibile connubio di bellezza e forza.

<<Credo che andrò>>, sentenziò con serietà senza incontrare il suo sguardo. Poi si girò sorridendole incontrando un ghigno meno convinto. <<Ammesso che qui tu riesca a finire senza il mio aiuto…>>

<<Ma se è la prima volta che ti vedo con le mani nel lavabo dal che ho memoria!>>

Claudio le diede una leggera spinta con l’anca, spostandola di un buon mezzo metro. La sua natura assolutamente pacifica non gli aveva quasi mai permesso di “mettere a buon uso”, come diceva Pino, quella sua mastodontica stazza, ma Claudio avrebbe potuto benissimo lanciare sua figlia dall’altra parte della stanza solo con quella semplice manovra, per dire.

Dalia accettò la sfida con un sorriso di sorpresa e spugna alla mano iniziò a impiastricciare il padre con la schiuma dello sgrassatore profumato al lime.

Che poi che profumazione era “al lime”, pensò Claudio. Cioè, d’accordo agli agrumi, alla mela verde, al sentore di qualche fiore fresco di montagna, ma il lime gli proponeva nella testa solo immagini di cocktail e caramelle gommose.

Fatto sta che non poteva desiderare stato d’animo migliore per affrontare da lì a poco il diabolico fratellino e la sua proposta misteriosa. Lime o meno.

 

Il locale di Lello (o Lelluccio, come lo chiamavano loro fin da piccoli) era il più classico baretto di quartiere non meglio identificabile. Caffè e cornetto la mattina, con il Corriere dello Sport disponibile ad ogni tavolo; tabacchi, gratta e vinci e schedine prima di pranzo; tavola calda con il cucinato della signora Maria (la moglie di Lello) da mezzogiorno in poi; aperitivi dalle sei per gli studenti di passaggio, tra i vari meandri dei quartieri del Centro Storico; la sera poi cambiava ulteriormente volto e diventava un grande punto di ritrovo per ragazzi e meno giovani, cicchetteria, birre e cocktail (scadenti). Ma era soprattutto nel retro che avveniva il grosso dell’attività serale. Tra le slot machine che Lello aveva fatto montare contro voglia, causa l’aver superato brillantemente il vizio del gioco qualche anno prima, si muovevano “e ‘ruoss”, quelli cui ci si doveva rivolgere nel quartiere. O per lo meno così era fino a qualche anno prima. Da quando le cose si erano fatte più pericolose, l’unico a presenziare quella zona del locale e a muovere i suoi affarucci era proprio Pino. Non che Lello subisse le sue minacce, ma lo conosceva da che era uno scugnizziello e si era fatto convincere a lasciare intatto il suo “ufficio”. Pino in cambio gliela teneva pulita e cacciava ragazzini e chiunque non riuscisse ad accettare la mala sorte che spesso capitava a chi giocava con quelle macchine del demonio. Una mano lava l’altra insomma.

Si erano fatte le undici e Claudio sostava ormai fermo al bancone di Lello da una mezz’oretta abbondante. Aveva chiesto al proprio ospite di non avvisare il fratello del suo arrivo e si era intrattenuto buttando giù un paio di drink. Data la stazza ce ne voleva eccome per ubriacarsi, quindi li gettò giù lungo il gargarozzo senza battere ciglio.

<<Aveva detto alle undici, giusto?>>

<<Sì, Lello, ma non è che avresti un altro drink da propormi?>>, disse facendosi roteare il bicchiere mezzo pieno dell’ultimo.

<<Magari uno buono questa volta.>>

Lello lo guardò divertito. Claudio aveva un modo di scherzare in grado di prenderti in giro senza offenderti. Un aspetto che la gente del suo quartiere, in particolare i negozianti e tutte le persone con cui si era interfacciato negli anni, trovavano assolutamente delizioso e chi più chi meno cercavano di aiutarlo come potevano.

<<E che ci vuoi fare, Claudio…da quando non ci sei più tu qua i drink hanno perso mordente. ‘O vide a quello?>>, gli disse indicando un ragazzo smilzo, dal pizzetto pronunciato, con all’orecchio una vistosa espansione. <<Dice che lo devo chiamare “bartende”, ma a me par sul nu strunz. Vintisei anne e manc’ sape fa ‘nu whiskey ‘n soda!>>

<<Neanche il Gin Tonic a quanto pare>>, aggiunse Claudio indicando il suo bicchiere. <<Vabbuò, mi sa che devo andare…>>

<<In bocca al lupo, Claudiè.>>

<<Già, letteralmente…>>

Lello se ne andò a sbrigare altre faccende, lasciando Claudio sconsolato a rassettarsi per prepararsi all’incontro. D’un tratto si manifestò il “bartende”, in tutta la sua giovanile arroganza.

<<’o zì, ma c’rè, nun v’è piaciut’ o drink?>>, osservò notando uno dei bicchieri mezzi pieni davanti a Claudio. <<Così m’offendete. Ve ne preparo uno omaggio che è na bomba!>>

<<E sentiamo, comme fosse ‘stu drink?>>

<<Se chiamma Napoli Mule. L’ho inventato io. Tipo Moskow Mule, solo che pure la vodka è al lime.>>

<<Guagliò, nun da’ retta. Bevitelo tu, ‘stu lime!>>, disse salutandolo con un ampio gesto della mano, mentre si incamminava verso il retro del locale.

 

Ad attenderlo c’era Pino, camicia vistosa e sorriso sornione stampato in faccia, illuminato come in un trip psichedelico solo dalle roboanti luci delle slot, nel buio del resto della sala. Allargò le braccia per accoglierlo all’interno del suo mondo e della sua oscurità.

<<Allora? ‘e che se tratta? Facimme ampress…>>, fece con fare  sbrigativo Claudio.

Pino smorzò il sorriso e abbassando le braccia gli si avvicinò lentamente.

<<E buonasera anche a te. Vuò a propost’? Ti sei deciso? E va bene…

<<Claudio, te la ricordi quella piccola limousine su cui feci l’investimento anni fa? Quella nera nera, con pure i dettagli delle ruote e della carrozzeria neri?>>

<<No, Pinù, non capisco, è un’offerta di lavoro o un affare che mi vuoi proporre?>>

<<Né l’una, né l’altra. Statte zitto e ascolta. Quella che ti propongo è un’opportunità.

Adesso vicinissimo, Pino gli stringeva le braccia in una morsa stretta quel tanto da iniziare a percepire un dolore.

<<L’hai mai guidata una macchina come quella?>>

<<Pino, io ‘int e cose toie nun ce voglio trasì, comme t’aggia ricere? Mo’ me vuliss fa fa o chauffeur???>>

Con un nuovo sorriso più infido che mai gli avvicinò una mano alla guancia accarezzandola dolcemente.

 

<<Oh, ma non sarò mica io il passeggero…>>

Black Limo #2

2.

Non aveva tutti i torti.

Non aveva tutti i torti, no, pensava Claudio mentre Dalia cercava di dissuaderlo dall’accettare la proposta dello zio Pino. Sebbene continuasse ad ascoltarla, gli sembrò di essere anni luce lontano da lei, come in un’altra dimensione. Un classico e terribile errore degli adulti questo, che non gli permise di comprendere la semplice verità del concetto che stava cercando di esprimere la figlia: da suo fratello non era mai venuto nulla di buono, perché quella volta sarebbe stato diverso?

Ma Claudio conosceva anche l’altra verità e cioè che non potevano più lasciarsi sfuggire un’occasione che fosse una nella situazione in cui versavano. Nella sua cocciutaggine non era in grado di conservare a lungo un lavoro decente. Certo, c’erano le suore e l’associazione di quartiere che aiutava di tanto in tanto ricavandone un pasto quando capitava o dei vestiti nei periodi peggiori, ma nulla che potesse essere definito un lavoro. Non sopportava di lavorare alle condizioni imposte dalla maggior parte dei datori di lavoro della zona e quindi finiva spesso a “discuterne” fino a costringerli a mandarlo via. E c’era la scuola di Dalia, il motorino, le uscite, il corso di canto…tutte cose che fino all’anno scorso riusciva a permettersi grazie al signor Tonino e al suo bar. Quello sì che era un lavoro decente e appagante nel suo piccolo. Ma come tutte le cose belle, non durò a lungo…

<<Papà, ma mi ascolti?>>

Claudio cadde letteralmente dalle nuvole, perso com’era in quel turbinio di pensieri. <<Certo, amore, certo…>>, rispose distrattamente.

<<Io lo so che facciamo fatica in questo periodo, ma ti prego, ti scongiuro, pensaci bene prima di accettare anche solo di ascoltare la proposta di zio Pino.>>

<<Amore mio, ma se mi proponesse qualcosa di losco sai che rifiuterei.>>

<<Lo faresti? Anche adesso?>>, disse trattenendo a stento le lacrime. <<Guarda che ho visto il tuo sguardo l’altra sera al tuo compleanno. So che guai stiamo passando…>>

Claudio le andò incontro per abbracciarla, intercettando nel suo sguardo quell’esigenza. Nel silenzio che seguì le lacrime della ragazza, non poté fare a meno di tornare a quell’oscuro ricordo che lo legava al fratello, ridestatosi proprio l’altra sera, leggendo quello sguardo che non vedeva da tempo negli occhi di Pino. Quella maledetta notte di Novembre, quando il fratellino aveva da poco compiuto diciotto anni e lui invece era in procinto di tagliare il traguardo del quarto di secolo…

Faceva un dannatissimo freddo e la fioca luce del lampione ad illuminare il vicolo non era in grado di confortarlo nel suo tremore. Claudio sedeva sul letto con la schiena appoggiata al muro di quella stanza che iniziava ad essere troppo stretta per due ragazzi cresciuti come lui e Pino. D’altra parte poco potevano farci visti gli stenti di cui vivevano. Mammà tornava da scuola sempre più stanca e consumata, ma a fine mese erano in grado di farcela con quel suo stipendio da insegnante più qualche extra che Claudio riusciva a ottenere lavorando nei bar. Il posto non era dei migliori, ma in tre erano riusciti a stare fino a quei giorni in cui la convivenza col fratello iniziò a farsi pesante. Clara era preoccupata delle cattive abitudini di Pino, ma si sentiva così impotente da quando Luigi suo li aveva lasciati; più che raccomandarlo all’altro suo figlio, quello con la testa sulle spalle, così coerente e buono da non farsi infinocchiare dalle chiacchiere di quel quartiere degradato, poco poteva farci. Il fratellino invece cadde in una spirale pericolosa e se da principio rappresentava solo uno spassoso svago di quei poco di buono, data la sua stazza minuta e quei suoi tentativi così goffi di sforzarsi a essere uno di loro, piano piano la madre aveva percepito in lui il cambiamento. “Si farà ammazzare, ne sono certa” disse quella sera a cena a Claudio, per la prima volta preoccupata sul serio dalla sua solita assenza a tavola. Non la vedeva così preoccupata da tanto tempo, dalle ultime settimane in compagnia di suo padre Luigi. La fonte della sua preoccupazione era sostanzialmente la stessa, ma di suo marito almeno si fidava ciecamente e fu quella la sua dannazione.

Faceva freddo e per ingannare l’arrivo del sonno si scervellava da qualche tempo su quel dannatissimo cubo di Rubik. Era riuscito a risolverne due facce in contemporanea e sebbene si fosse beato di quel risultato non riusciva a darsi pace. Ci doveva essere un meccanismo che gli sfuggiva di quella diavoleria. D’improvviso avvertì la presenza di Pino, sbucato dal nulla come un fantasma in quella gelida notte. Stava diventando sempre più bravo nel non farsi sentire ai suoi rientri notturni sempre più tardivi, una pratica che Clara detestava particolarmente. Quella notte riuscì a eludere anche la madre e avvolto nel suo cappotto ridicolmente più grande di lui era silenziosamente scivolato nella stanza.

<<Maronna, Pino! Pari nu fantasma co sto coso addosso!>>

<<E magari lo sono…d’altronde so i fantasmi a venire di notte, no?>>

Claudio notò qualcosa di strano nella sua voce, una calma ricercata, e un tono leggermente più greve di quello cui era abituato.

<<Dove sei stato?>>, gli chiese cercando di evitare note paternalistiche nella voce. Non voleva cazzate, quindi doveva tentare la strada della complicità. <<Hai di nuovo messo gli occhi su Annalisa-giù-alla-Croce, eh? Ma che ci tieni con le donne degli altri tu?>>

Pino si tolse con calma il giaccone, rivelando la sua tuta preferita che era solito portare solo durante le occasioni importanti (leggasi quei rari appuntamenti concessigli da ragazze più interessate a ingelosire i propri ex che a lui). Era in condizioni pessime, come se avesse lottato contro una tigre, e di sicuro tigri nel vicinato non ce ne sono, pensò stupidamente Claudio. Da qualche strappo intravide anche delle piccole macchie di sangue, non troppo grandi da destare preoccupazione per la sua salute. Per la sua, appunto.

<<Che hai combinato, Pino???>>, fece nell’avvicinarsi e nell’aiutarlo a sedersi sul letto.

<<Ma niente, Clà. Hai presente quando padre Giorgio diceva a quei pisciazzielli dell’oratorio che non mi dovevano far incazzare?>>, si sedette con tranquillità ponendo una mano sulla spalla del fratellone e lo invitò a sederglisi accanto.

<<Beh, non aveva tutti i torti…>>, disse nell’iniziare il raccapricciante racconto di quella serata.

Black Limo #1

1.

Claudio non si era mai smentito in vita sua. Mai.

Si sentiva a suo agio nei suoi quarant’anni tondi tondi e appena compiuti, in forma e lucido come sempre. Dalia, la sua splendida figlia adolescente, gli disse di coprirsi gli occhi e di non sbirciare. Claudio era stato al gioco perché sapeva quanto le piacessero le feste di compleanno e quanto amore ci mettesse in particolare nell’organizzare quella del suo “papino”. Puntuale come ogni anno era partita la pantomima che lo vedeva rifiutare qualsiasi forma di festeggiamento, col suo fare da orso insofferente, un aspetto del suo carattere che ormai mostrava solo e soltanto a Dalia. Ma come sempre l’insistenza di quel miracolo di dolcezza l’aveva infine convinto ad accettare prima la torta, poi ad ospitare almeno lo zio Pino e compagnia bella (seconda moglie e i due fobici figliastri) per una festicciola senza troppe pretese. Sarebbe sbagliato definire il sentimento che lega Claudio a suo fratello minore come “odio”. Quello che prova è più un “fastidio”. Pino è sempre stato un traffichino di prim’ordine e non ha mai perso occasione per vantarsi dei suoi agganci.

<<Clà, non andrai mai da nessuna parte se non ti lanci un pochino. Dovresti essere più ambizioso>>, gli disse una volta.

Peccato che quella conversazione fosse avvenuta diversi anni prima durante l’orario di visite a Poggioreale, quella che Pino chiamava “simpaticamente” la sua casa vacanze.

Ad attendere Claudio c’erano quindi gli ospiti riuniti intorno alla tavola, mentre Dalia lo guidava verso tutte le quaranta candeline impietosamente accese ad aspettare il suo desiderio e poi il soffio che le avrebbe spente. Chiuse gli occhi e si augurò di trovare finalmente la stabilità ormai persa da tempo, un lavoro vero, non come quei piccoli impieghi che a stento riuscivano a portare avanti la loro vita in due. Soffiò e le spense. Rialzando la testa vide negli occhi di Dalia lo stesso desiderio, intriso però di una malinconica speranza tale da donargli al contempo la forza di affrontare Pino e la consapevolezza di sentirsi fortunato ad averla cresciuta così nonostante tutto.

Baciò velocemente cognata e nipotini, e tutti e tre trasalirono. Chiara, la moglie di Pino, poiché proprio non riusciva a nascondere il fascino che Claudio riusciva ancora ad esercitare nei suoi confronti, alto e ben piazzato com’era. Gennarino e Gaetano sempre per colpa della stazza dello zio, ma in questo caso si spaventarono (e quando mai) a causa dello scatto improvviso che fece nell’abbassarsi a raccogliere i loro auguri. Claudio era solito farsi beffe del loro essere così irrimediabilmente fifoni, un ricordo di quelle volte in cui martoriava Pino da piccoli, colpevole come da tradizione di essere l’ultimo arrivato. I due non lo odiavano per questo, ma mostravano sempre un tremante terrore reverenziale nei suoi confronti.

<<Claudio bello! Auguri!>>, fece Pino avvicinandosi per sottrarre i figli alle “cure” dello zio. Si abbracciarono brevemente e con freddezza. Il fratellino gli mollò uno schiaffetto affettuoso sulla guancia (dovendosi alzare sulle punte).

<<Quaranta anni, ma tu guarda un po'>>, gli disse.

<<I nuovi trenta, dicono>>, rispose Claudio.

<<Beh, visto come va a noi altri, non credo sia proprio un grande augurio.>>

Mentre gli altri commensali si accingevano a prendere un pezzo della torta di compleanno, Pino prese in disparte il fratellone.

<<Ci sono delle cose di cui ti vorrei parlare. Una proposta. Un’opportuna che purtroppo non posso cogliere a causa…beh, sai…un lavoro che mi è impossibile accettare.>>

<<Un lavoro onesto, spero...>>

<<Onestissimo! Solo, sai, è una questione molto riservata>>, gli rispose Pino. Poi gli fece cenno di avvicinarsi per sibilare qualcosa che suonò come una confessione.

<<Quel genere di lavoro per il quale non ho più le qualifiche, diciamo. Ti assicuro però di una cosa, fratellone: la paga è ottima.>>

Claudio ebbe un sussulto impercettibile, di cui Pino si sentì immediatamente appagato chiaramente. Possibile che proprio quel delinquente buono a nulla del suo fratellino potesse risolvere per una volta i suoi di problemi? Un genio della lampada capace di esaudire quel desiderio che aveva espresso pochi istanti prima in perfetta comunione con Dalia?

<<Non avrai mai visto tanti soldi per nessuno dei lavori che tu possa aver fatto in quarant'anni.>>

<<Pino, ti hanno di nuovo tolto la patente?>>

<<Di nuovo e per sempre>>, gli disse tra i denti, poi lo tirò a sé con una cattiveria che Claudio non vedeva da anni e disse gelidamente: <<Non una parola con Chiara e i ragazzi, intesi?>>

Claudio rimase di sasso. Da quando Pino diversi anni prima aveva iniziato a bazzicare le compagnie sbagliate la dinamica del loro rapporto era diametralmente cambiata. Il fratellino martoriato su cui riversare tutte le proprie frustrazioni era diventato un uomo senza che lui se ne accorgesse. Era stato cucinato per benino da quel mondo che Claudio era invece riuscito a scansare, forse proprio a causa della sua stazza, che gli permise di evitare certe rogne, oltre che agli insegnamenti del padre. Pino invece non aveva avuto scampo. “Con noi o contro di noi”, questa era la legge del posto da cui venivano e lui scelse la parte più conveniente, sebbene restasse lontano dai giri che contavano. Gli facevano fare delle sciocchezze, quei “lavoretti” che ritenevano denigranti e quindi consoni a un tipetto come Pino, così insignificante e minuscolo. Ma sebbene non avesse aumentato la propria statura in tutti quegli anni, era cresciuta in lui una cattiveria e una vena di follia che Claudio aveva imparato a percepire come un vero e proprio pericolo. In quel momento si ricordò cosa aveva provato quella volta che Pino, tornato a casa nel pieno di una notte di Novembre, gli aveva confidato con una terrificante naturalezza di aver ucciso per la prima volta un uomo.

<<Papà, zio Pino venitevi a prendere una fetta di torta, sù!>>

I due si guardarono con un cenno d’intesa e andarono verso il tavolo. Mentre gustavano il dolce Claudio non poté fare a meno di guardare il fratellino ripensando a quella proposta di lavoro che aveva in mente per lui. Più ci pensava, mentre intrattenevano una conversazione di poco conto insieme a tutta la famiglia, più era sicuro che si trattasse di un lavoro sporco, di quelli che era solito proporgli e che sempre si era rifiutato di accettare.

<<Ah, Claudio, che ne dici di quella proposta? Ti ho incuriosito?>>

Dalia guardò lo zio con stupore per poi passare con sguardo preoccupato verso il padre.

<<Magari un’altra volta, Pinù.>>

<<Va bene. Lo sapevo che ti saresti arreso alla fine.>>

La festa volgeva al termine. Pino e famiglia annessa iniziarono a prepararsi per congedarsi. Mentre Dalia metteva a posto, Claudio subentrò in cucina e i due ebbero una delle loro conversazioni "telepatiche", fatte di sguardi eloquenti di lei e i goffi gesti del padre. Lo fissò come se avesse da darle delle spiegazioni. Lui si strinse nelle spalle in un festo di difesa e a lei venne da ridere; non sapeva cosa aspettarsi dalla proposta di Pino, ma non poteva nemmeno permettersi un mese in più da giardiniere (suo attuale lavoro pagato per lo più in caffè dalle signore del rione). Dalia sapeva essere convincente e testarda, ma pensò che almeno nel giorno del suo compleanno potesse concedergli il beneficio del dubbio, quindi gli mandò un bacio. Ora più disteso Claudio protese il proprio manone per scompigliarle i capelli a cui seguì una tenue protesta. I due si abbracciarono, poi andarono a salutare i propri ospiti.

<<Allora ci vediamo settimana prossima, fratellone. Ah e vedi di metterti in forma, che ti servirà.>>

<<Non ho ancora accettato, Pinù.>>

<<E io non ti ho ancora detto la paga...>>

Gli diede una pacca sulla spalla (o per meglio dire sul fianco) e li salutò, insieme a moglie e figli, incamminandosi verso il corridoio sporco e cadente della palazzina in cui vivevano Claudio e Dalia.

Il ghigno di Pino non lasciava presagire nulla di buono.