novel

Black Limo #9

9.

Passarono settimane tranquille. Troppo tranquille.

Claudio, superate le prime diffidenze causate dai funesti moniti del fratello, iniziò a prenderci gusto per quel lavoro. Il signor Baffi era molto piacevole ed estremamente garbato. Le serate passavano serenamente e i due si vedevano un paio di volte la settimana. L’onorevole si faceva trasportare in vari luoghi della città, ma non era il viaggio di un turista di passaggio. Con la loro Limo attraversavano dei punti molto specifici della città e della provincia. Baffi aveva ogni volta gli occhi sognanti di un bambino la mattina di Natale, ma con una nostalgia di fondo che Claudio vedeva bene. Non si azzardò mai a chiedergli cosa rappresentassero quei luoghi per il suo passeggero e si limitò a portarlo in giro, a rispondere alle sue vaghe domande con brevi scambi molto generici. Però qual era il problema? La paga era ottima, tanto da permettersi dei piccoli lussi, il quotidiano ogni giorno, qualche regalo a Dalia di tanto in tanto e soprattutto una tranquillità cui Claudio iniziava ad abituarsi.

Una sera Claudio a bordo della sua Limo si recò al Vomero, più precisamente nella zona di San Martino. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare però, Baffi non voleva essere portato ad osservare il panorama dalla famosa terrazza che si trova davanti al museo. No, aveva altro in mente. Fece segno a Claudio di girare in una viuzza e rimasero fermi lì, davanti ad un parco, per diversi minuti.

<<Vuole che le prenda qualco…>>, Claudio interruppe quel silenzio e si girò per guardare il suo passeggero. Non l’aveva mai visto così. Piangeva, in silenzio, le lacrime a fiumi ricoprivano il suo volto scavato dalle rughe e così facile ai sorrisi.

<<Onorevole, si sente bene? Posso fare qualcosa per lei?>>, si preoccupò allora Claudio, ma Baffi gli fece segno di no con la mano delicatamente.

<<A meno che tu non possa riavvolgere il tempo, caro mio, non c’è proprio nulla che sia in tuo potere per farmi stare meglio>>, disse allora l’ex-senatore, con un tono del tutto nuovo ed inaspettato rispetto a quello cui si era abituato Claudio.

I due restarono ancora per degli interminabili istanti in silenzio, quando l’autista decise di rompere gli indugi: <<è forse un luogo a cui era molto legato questo?>>, abbozzò guardandosi intorno per poi soffermarsi sul vecchio.

<<Diciamo di sì>>, tagliò corto Baffi. Prese poi un fazzoletto con le sue iniziali ricamate, si asciugò le lacrime e diede una bella soffiata nello stesso. Claudio si girò cortesemente per lasciarlo alla sua intimità.

<<Non c’è bisogno che ti giri. Sai, puoi dire di aver conosciuto veramente un uomo solo nei momenti in cui è indifeso>>, disse per poi riassettarsi, ripiegando delicatamente e con movimenti precisi il proprio fazzoletto.

<<Quando piange, quando le prende, quando viene scoperto, quando si innamora…>>, accompagnò ogni parola contandole con la mano sinistra tesa verso Claudio, <<…e quando muore>>. A quest’ultima affermazione fece un simpatico saluto con la mano aperta. Notò che Claudio non si girò neanche un istante, continuando a dargli le spalle.

<<Guarda, Claudio…posso chiamarti Claudio?>>, chiese interrompendosi come se stesse per dimenticarsi la cosa più importante del mondo.

<<Ma certo, onorevole>>, replicò prontamente Claudio.

<<Bene, ma a patto che tu la smetta con questa storia dell’onorevole, d’accordo? Diavolo, ormai credevo avessimo passato questa fase.>>

<<Ci proverò, signor Baffi>>, disse per poi notare l’ex senatore che sorrideva divertito e sconfitto davanti a quell’eccesso di educazione vivente con cui aveva a che fare.

<<E va bene…dicevo, hai mai avuto la sensazione di aver sbagliato tutto nella vita? Ogni singola decisione, le strade che hai scelto, le persone da cui ti sei allontanato…>>

Claudio questa volta si girò, come se qualcosa avesse finalmente fatto “clic” tra di loro. Ascoltò le parole di Baffi con curiosità.

<<Ecco, quando arrivi alla mia età, quella è una sensazione che non ti abbandona mai un attimo. Un maledetto tarlo che ti ossessiona a ogni risveglio, dopo averti rimboccato le coperte la sera prima, ovviamente.

<<Non fraintendermi, probabilmente rifarei esattamente le stesse cose, ma non è quello il punto>>, aggiunse per poi gettare lo sguardo oltre il finestrino e verso il complesso di case presenti nel parco.

<<È che a volte arrivi a pensare di essere destinato a fare delle scelte sbagliate, e che non esista universo parallelo in cui tu possa raggiungere quella cosarella chiamata Felicità.>>

<<Immaginavo che il mondo della politica fosse tremendo, ma ad ascoltarla mi si accappona la pelle…>>, si fece sfuggire Claudio.

Baffi sorrise divertito. Era finalmente riuscito ad entrare in contatto con il proprio autista al livello che desiderava.

<<La politica? Ma che scherzi? Quella è la cosa migliore che mi sia successa!>>, aggiunse l’onorevole, aprendosi in un sorriso devastante. Sembrava il ghigno di un ragazzino.

<<Sai che c’è? Parliamone davanti a un boccone, ti va?>>

<<Signor Baffi, la ringrazio, ma forse non è tanto il caso…>>, Claudio cercò di suonare quanto più professionale possibile.

Ci fu un silenzio imbarazzante e imbarazzato, lungo abbastanza da togliere il sorriso al passeggero della Limo. Si trasformò in un ghigno.

<<Claudio, portami a mangiare una bella pizza. Decidi tu dove, basta che non sia in centro>>, la richiesta di Baffi suonò come un comando ed era la prima volta che l’onorevole si rivolgeva in quel modo al suo autista.

Claudio ci pensò su un attimo, stringendo tra le mani il volante. Non gli piaceva di certo ricevere ordini, figuriamoci così dal nulla, dopo che i due avevano impostato un rapporto professionale molto garbato. Non sapeva dove volesse andare a parare Baffi, ma fatto sta che riaccese il motore e senza dire una parola si diressero lontano dalla città, nella provincia.

Rimasero in silenzio a lungo durante il viaggio. Claudio pensò dove potessero andare e quasi automaticamente si indirizzò verso Torre del Greco, non pensando a una particolare pizzeria, ma ricordandosi di aver sempre mangiato bene da quelle parti.

Poi gli tornò in mente la pizzeria da cui andava quando Dalia era piccola. Non era chissà quanto buona o speciale come pizza, ma c’era un’atmosfera che sapeva di casa e il giusto livello di confusione da godersi una serata in famiglia. Sì, quando andavano tutti e quattro…

<<Le va bene qui?>>, disse Claudio al suo passeggero, pregando che Baffi non si rivelasse improvvisamente anche uno snob.

<<Ma è perfetta! Immaginavo proprio un posto così.>>

Claudio fece per aprire le portiere e nel girarsi notò che Baffi non si era ancora mosso.

<<Allora io l’aspetto qui dietro. Appena ha finito…>>, si fermò. Baffi dopo aver trafficato con la giacca ne estrasse delle banconote, abbastanza da offrire la cena a una comitiva di quaranta persone.

<<Stasera offro io, insisto>>, piazzò le banconote vicino la spalla di Claudio, il quale titubò per un istante. D’accordo il clima non più amichevole rispetto alle sere precedenti, ma quanto sarebbe potuta essere tremenda quella pizza?

Fece per afferrare la mazzetta, ma Baffi, riproponendo quel sorriso beffardo da ragazzino, gliela negò tirando indietro la mano.

<<Prima mangiamo, ti pare?>>

Claudio dovette fare uno sforzo per tenere a bada l’orgoglio, ma un po’ per la fame, un po’ per la dimensione della mazzetta, decise di ingoiare il rospo. Scesero dalla macchina dopo aver parcheggiato nella zona prospiciente il locale. Claudio allungò una banconota da venti al parcheggiatore in modo che desse un occhio di riguardo alla Limo (già ampiamente adocchiata da chiunque lungo la strada). La strana coppia entrò nella pizzeria e presero posto in un tavolo isolato, nonostante il locale non fosse gremito.

<<Vieni spesso qui, Claudio?>>, chiese l’onorevole, abbozzando un sorriso accomodante, quasi a dimenticarsi della stramba serata che stavano passando.

<<Ero solito venirci, un tempo. La pizza non è male, l’atmosfera quella giusta e costa quanto dovrebbe.>>

<<Ci venivi con tua figlia, Dalia, giusto?>>

Claudio non ricordava di averne parlato al suo cliente e quindi quell’uscita lo mise parecchio a disagio. Come sapeva di sua figlia? Che l’avesse studiato prima di assumerlo?

<<E magari anche con tua moglie e l’altra bambina, la maggiore.>>

Questo era troppo. Claudio si alzò di scatto e si avvicinò minaccioso a Baffi.

<<A che razza di gioco sta giocando???>>

<<Mio caro, ho semplicemente fatto due più due>>, disse alzando le mani in segno di resa verso Claudio. Girò poi una delle due con un gesto molto teatrale e indicò l’altro lato della sala.

<<Dalia, Marina e la tua ex-moglie Paola, giusto?>>

Claudio si fermò proprio sul punto di prendere per la collottola Baffi e si girò lentamente. Le vide, erano proprio loro lì in fondo, sedute a quel tavolo che grosso modo era rimasto lo stesso da quasi vent’anni. Dall'ultima volta che ci si sedettero insieme.

Ma era tutto il resto ad essere cambiato.

Oh, Paola… 

Black Limo #8

8.

Sentiva la politica come un mondo lontano galassie e diversi sistemi planetari dalla sua vita. Claudio non si era mai interessato più di tanto se non da giovane, quando era solito accompagnare alcuni amici più “impegnati” durante le tipiche manifestazioni di quell’età. Non ci capiva nulla, ma sentiva in qualche maniera che fosse giusto esprimere il proprio disappunto per ciò che si credeva sbagliato. L’unico problema è che proprio non si spiegava a cosa servisse tutto il contorno di canne, spranghe e comunismi vari. Come fu o come non fu, Claudio aveva vissuto una vita lontano dalla politica, e a entrambi sembrava stare bene la cosa.

La rivelazione di Pino lasciò quindi Claudio parecchio interdetto. Perché tutta quella difficoltà a comunicare la notizia? Cosa ci celava di così terribile dietro l’identità del suo passeggero misterioso? Con la testa piena di domande riaccompagnò Pino verso casa. Non si parlarono. Lasciò il fratello sotto casa. Pino si congedò lanciandogli un’occhiata come per chiedergli se fosse tutto a posto. Claudio lo rassicurò con un gesto del capo e i due si divisero. Tantissimi pensieri turbinarono nella mente di Claudio. Era però uno di quei momenti in cui per quanto ti sforzi di pensare, nessun concetto riesce a fissarsi nella tua mente. Stava subendo un bombardamento di emozioni, pensieri, suggestioni, ma si rifiutò di accoglierli. Sopraffatto da tutto quello cui aveva assistito quel giorno, ebbe giusto le forze di salire a casa, salutare Dalia e mettersi a dormire.

Già, dormire…facile a dirsi.

Sì, avevano sempre immaginato che Pino avesse ucciso un’altra volta dopo la prima di quella fatidica notte di novembre, ma mai si era trovato di fronte a quell’evidenza. Come spesso capita, l’orrore dell’intera giornata lo venne a trovare di notte. Proprio lì dove sarebbe stato più vulnerabile, lì dove non era il fratello maggiore, il padre, in controllo. In quel momento era un bambino, una formichina, un autista. Rivide continuamente le scene di quel pomeriggio, in rapida e confusa sequenza. Si svegliò ripetutamente e quando cercò di riprendere sonno non riuscì a liberarsi di quelle visioni.

Dopo quella notte tormentata si svegliò con quel peso enorme sulla coscienza. Guardando negli occhi Dalia, non riuscì a nascondere la sua preoccupazione per ciò che era successo la sera prima, né tantomeno quella per il misterioso appuntamento che Pino gli aveva combinato.

<<Pà, ma tutto a posto? Tieni ‘na faccia!>>

<<Niente, niente, Dà…sempre le solite preoccupazioni.>>

<<Ah capisco. Cose “da papà”…>>, disse Dalia, gesticolando ampiamente il virgolettato della sua frase. Si alzò dalla tavola dove stavano facendo colazione e fece per uscire.

<<Che vorresti dire, scusa?>>, fece ora incuriosito e divertito Claudio.

Dalia si bloccò sulla porta, ancora caffellatte alla mano, in un’espressione goffa e imbarazzata.

<<…dico solo che prima o poi sapevo me l’avresti chiesto.>>

Claudio a questa affermazione rimase stupito. La faccia di sua figlia non faceva pensare a nulla di grave, ma davvero non capì a cosa si riferiva. Decise di fare lo gnorri.

<<Eh beh, tesoro…cosa credi, che tuo padre è ceco?>>, abbozzò.

<<No, assolutamente. È solo che speravo non avessimo bisogno di parlarne>>. Il volto di Dalia mostrò una certa colpevolezza e la cosa non passò assolutamente inosservata. Claudio iniziò a preoccuparsi.

<<Amore mio, ma hai combinato qualcosa? Guarda che se si tratta di una cannetta non fa niente.

La faccia di Dalia si fece subito sorniona. Claudio aveva preso un abbaglio incredibile. Quasi trattenne una risata.

<<Basta che non ti metti a fumare, che si spendono troppi soldi>>, aggiunse Claudio, ma capì subito di essere fuori strada.

<<Papà, si vede che stai tra le nuvole ultimamente>>, lo canzonò Dalia. <<Volevo solo rassicurarti che è un bravo ragazzo>>, disse per poi stampargli un bel bacio sulla guancia.

<<Ti sei fidanzata? Dalia???>>, cercò di bloccarla Claudio, ma Dalia si era già involata verso la porta e in fretta e furia era uscita di casa.

Quindi rimase così, con un sorriso ebete stampato in faccia. Nonostante la terribile nottata, sua figlia riuscì a tirargli su il morale, come solo lei sapeva fare. In effetti la situazione era nuova anche per lui. Un fidanzato. Poteva mai preoccuparsi di una cosa del genere? Eppure non pensò ad altro tutto il giorno, mentre fissava la busta consegnatagli da Pino. All’interno erano custoditi i dettagli del passeggero che avrebbe dovuto scarrozzare quella sera. Fece passare l’intera mattina, quando finalmente, mentre si preparava un misero pranzo, decise di aprire la busta di colpo. Come strappare un cerotto, si dice in questi casi. “Martedì, 22.30, largo San Giovanni, Onorevole Umberto Baffi”.

Umberto Baffi… un nome un programma. Nella sua testa si stava costruendo l’immagine di un tipico ometto tutto italiano, pancia, giacca cravatta. Dal nome sembrava una persona simpatica, ma se c’era solo una cosa che Claudio aveva imparato nonostante la scarsa dimestichezza con la materia, è che in politica soprattutto non bisogna fidarsi delle apparenze.

Per quanto si sforzasse non riuscì a ricordarsi la faccia di questo onorevole, né tantomeno pensò di averlo mai visto in tv. Così decise di fare qualche ricerca su internet. Passò l’intero pomeriggio a documentarsi. Umberto Baffi sembrava il tipico nonno, sguardo dolce e modi affabili. Laureato in legge, era stato un protagonista silenzioso della politica da anni, a quanto leggeva Claudio. Una carriera decorosa e sempre al servizio dei più bisognosi, oltre che una spiccata propensione per l’Arte e la Cultura. Cattolico praticante e devoto, Baffi veniva regolarmente rieletto da diversi anni ormai ed era uno stacanovista della Camera. Ora al centro, ora più tendente a destra, era riuscito a cavarsela in qualsiasi situazione. Un personaggio del genere proprio non poteva andare a genio a Claudio, ma quella sua faccia per qualche assurdo motivo lo rassicurava. Quasi gli si voleva bene solo grazie a quella sua espressione.

Claudio fece spallucce a sé stesso e pensò che tutto sommato non gli era andata poi così male. Sibillina però si insinuò in lui la consapevolezza che qualcosa non quadrava di certo. Perché tutta quella segretezza da parte di Pino? E cosa intendeva dire con “tutto questo ti servirà” riferendosi alla strage cui era stato costretto ad assistere? Ma soprattutto, <<mo’ chi cazzo è sto ragazzetto che si vuole fottere la mia Dalia?>>

<<Uno si gira un secondo e quella mi diventa una mangia uomini?>>

Resosi conto della confusione che aveva in testa, scoppiò in una sonora risata e decise che era arrivato il momento di un sonnellino, così da essere in forze per la serata. Qualcosa gli diceva che sarebbe stata lunga.

Dalia tornò direttamente per cena e trovò suo padre in modalità ghiro. La capacità di Claudio di addormentarsi in qualsiasi momento se voleva, la faceva innervosire a dismisura. Come faceva a sottrarsi con così poco sforzo alla dinamicità della giornata? Gli stampò un bacio sulla fronte e lui la vide allontanarsi verso la cucina. Dalia preparò una cenetta coi fiocchi e i due discussero del più e del meno. Claudio decise non era il caso di indagare oltre su quell’infida serpe che si stava insinuando nella sua vita…questo ragazzino che voleva…vabbè. Ringraziò Dalia per la cena e si preparò in fretta e furia per l’appuntamento.

Volle arrivare in largo anticipo e aspettò il proprio ospite seduto nella limo ascoltando la radio. Fortunatamente la sua buona stella fece sì che il dj di turno avesse buon gusto. Così, mentre Roger Daltrey intonava “Behind Blue Eyes”, un uomo gli bussò al finestrino e ironia della sorte aveva proprio due grandi occhioni azzurri, contratti dalle rughe e da un’espressione bonaria.

<<La manda Pino?>>, fece l’uomo. Claudio abbassò il finestrino e riconobbe subito il personaggio su cui aveva fatto i compiti quel pomeriggio.

<<Salve, signor…onorevole. Prego, entri pure>>, disse. Poi si rese conto che forse era il caso di scendere e aprire la portiera al suo ospite. Baffi si aprì da solo la portiera del passeggero anteriore. Claudio lo fermò subito.

<<No, no, onorevole. Lei viaggerà dietro come si conviene>>, si produsse nel sorriso più strano della sua vita, mentre gli apriva la portiera di dietro. Baffi gli sorrise inizialmente smarrito. Sembra proprio un vecchietto confuso. Gli si avvicinò e lo ringraziò con una carezza sulla spalla.

<<Com’è gentile. Passeremo proprio delle belle serate, me lo sento!>>

 

Oh, sì…

Black Limo #2

2.

Non aveva tutti i torti.

Non aveva tutti i torti, no, pensava Claudio mentre Dalia cercava di dissuaderlo dall’accettare la proposta dello zio Pino. Sebbene continuasse ad ascoltarla, gli sembrò di essere anni luce lontano da lei, come in un’altra dimensione. Un classico e terribile errore degli adulti questo, che non gli permise di comprendere la semplice verità del concetto che stava cercando di esprimere la figlia: da suo fratello non era mai venuto nulla di buono, perché quella volta sarebbe stato diverso?

Ma Claudio conosceva anche l’altra verità e cioè che non potevano più lasciarsi sfuggire un’occasione che fosse una nella situazione in cui versavano. Nella sua cocciutaggine non era in grado di conservare a lungo un lavoro decente. Certo, c’erano le suore e l’associazione di quartiere che aiutava di tanto in tanto ricavandone un pasto quando capitava o dei vestiti nei periodi peggiori, ma nulla che potesse essere definito un lavoro. Non sopportava di lavorare alle condizioni imposte dalla maggior parte dei datori di lavoro della zona e quindi finiva spesso a “discuterne” fino a costringerli a mandarlo via. E c’era la scuola di Dalia, il motorino, le uscite, il corso di canto…tutte cose che fino all’anno scorso riusciva a permettersi grazie al signor Tonino e al suo bar. Quello sì che era un lavoro decente e appagante nel suo piccolo. Ma come tutte le cose belle, non durò a lungo…

<<Papà, ma mi ascolti?>>

Claudio cadde letteralmente dalle nuvole, perso com’era in quel turbinio di pensieri. <<Certo, amore, certo…>>, rispose distrattamente.

<<Io lo so che facciamo fatica in questo periodo, ma ti prego, ti scongiuro, pensaci bene prima di accettare anche solo di ascoltare la proposta di zio Pino.>>

<<Amore mio, ma se mi proponesse qualcosa di losco sai che rifiuterei.>>

<<Lo faresti? Anche adesso?>>, disse trattenendo a stento le lacrime. <<Guarda che ho visto il tuo sguardo l’altra sera al tuo compleanno. So che guai stiamo passando…>>

Claudio le andò incontro per abbracciarla, intercettando nel suo sguardo quell’esigenza. Nel silenzio che seguì le lacrime della ragazza, non poté fare a meno di tornare a quell’oscuro ricordo che lo legava al fratello, ridestatosi proprio l’altra sera, leggendo quello sguardo che non vedeva da tempo negli occhi di Pino. Quella maledetta notte di Novembre, quando il fratellino aveva da poco compiuto diciotto anni e lui invece era in procinto di tagliare il traguardo del quarto di secolo…

Faceva un dannatissimo freddo e la fioca luce del lampione ad illuminare il vicolo non era in grado di confortarlo nel suo tremore. Claudio sedeva sul letto con la schiena appoggiata al muro di quella stanza che iniziava ad essere troppo stretta per due ragazzi cresciuti come lui e Pino. D’altra parte poco potevano farci visti gli stenti di cui vivevano. Mammà tornava da scuola sempre più stanca e consumata, ma a fine mese erano in grado di farcela con quel suo stipendio da insegnante più qualche extra che Claudio riusciva a ottenere lavorando nei bar. Il posto non era dei migliori, ma in tre erano riusciti a stare fino a quei giorni in cui la convivenza col fratello iniziò a farsi pesante. Clara era preoccupata delle cattive abitudini di Pino, ma si sentiva così impotente da quando Luigi suo li aveva lasciati; più che raccomandarlo all’altro suo figlio, quello con la testa sulle spalle, così coerente e buono da non farsi infinocchiare dalle chiacchiere di quel quartiere degradato, poco poteva farci. Il fratellino invece cadde in una spirale pericolosa e se da principio rappresentava solo uno spassoso svago di quei poco di buono, data la sua stazza minuta e quei suoi tentativi così goffi di sforzarsi a essere uno di loro, piano piano la madre aveva percepito in lui il cambiamento. “Si farà ammazzare, ne sono certa” disse quella sera a cena a Claudio, per la prima volta preoccupata sul serio dalla sua solita assenza a tavola. Non la vedeva così preoccupata da tanto tempo, dalle ultime settimane in compagnia di suo padre Luigi. La fonte della sua preoccupazione era sostanzialmente la stessa, ma di suo marito almeno si fidava ciecamente e fu quella la sua dannazione.

Faceva freddo e per ingannare l’arrivo del sonno si scervellava da qualche tempo su quel dannatissimo cubo di Rubik. Era riuscito a risolverne due facce in contemporanea e sebbene si fosse beato di quel risultato non riusciva a darsi pace. Ci doveva essere un meccanismo che gli sfuggiva di quella diavoleria. D’improvviso avvertì la presenza di Pino, sbucato dal nulla come un fantasma in quella gelida notte. Stava diventando sempre più bravo nel non farsi sentire ai suoi rientri notturni sempre più tardivi, una pratica che Clara detestava particolarmente. Quella notte riuscì a eludere anche la madre e avvolto nel suo cappotto ridicolmente più grande di lui era silenziosamente scivolato nella stanza.

<<Maronna, Pino! Pari nu fantasma co sto coso addosso!>>

<<E magari lo sono…d’altronde so i fantasmi a venire di notte, no?>>

Claudio notò qualcosa di strano nella sua voce, una calma ricercata, e un tono leggermente più greve di quello cui era abituato.

<<Dove sei stato?>>, gli chiese cercando di evitare note paternalistiche nella voce. Non voleva cazzate, quindi doveva tentare la strada della complicità. <<Hai di nuovo messo gli occhi su Annalisa-giù-alla-Croce, eh? Ma che ci tieni con le donne degli altri tu?>>

Pino si tolse con calma il giaccone, rivelando la sua tuta preferita che era solito portare solo durante le occasioni importanti (leggasi quei rari appuntamenti concessigli da ragazze più interessate a ingelosire i propri ex che a lui). Era in condizioni pessime, come se avesse lottato contro una tigre, e di sicuro tigri nel vicinato non ce ne sono, pensò stupidamente Claudio. Da qualche strappo intravide anche delle piccole macchie di sangue, non troppo grandi da destare preoccupazione per la sua salute. Per la sua, appunto.

<<Che hai combinato, Pino???>>, fece nell’avvicinarsi e nell’aiutarlo a sedersi sul letto.

<<Ma niente, Clà. Hai presente quando padre Giorgio diceva a quei pisciazzielli dell’oratorio che non mi dovevano far incazzare?>>, si sedette con tranquillità ponendo una mano sulla spalla del fratellone e lo invitò a sederglisi accanto.

<<Beh, non aveva tutti i torti…>>, disse nell’iniziare il raccapricciante racconto di quella serata.