numero 6

Black Limo #6

6.

Claudio sudava freddo mentre cercava di tenere la strada sfrecciando verso l’incrocio successivo, che per sua sfortuna era di quelli belli zeppi di macchine con tre scelte di svincolo. I ragazzi sui loro scooter lo stavano seguendo dall’incrocio precedente, senza accennare alla resa. Che volessero divertirsi o peggio a Claudio non interessava minimamente. L’unica cosa che voleva evitare era di fare un guaio prima ancora di iniziare quel lavoro caduto dal cielo e quindi optò per non rispondere in alcun modo ai suoi inseguitori. Alzò lo sguardo al semaforo sospeso in aria e con enorme piacere notò che era verde. Finalmente un po’ di fortuna, pensò tra sé e sé, mentre il brano dei Peppers volgeva al termine. Chiaramente, nel più classico cliché, nel momento esatto in cui quel pensiero sereno gli attraversò la mente, la luce del semaforo si fece gialla. Senza perdersi d’animo accelerò ulteriormente, avendo ancora un po’ di strada a disposizione. Notò che la coppia di scooter alla sua destra era scomparsa improvvisamente, e per un attimo volle convincersi di averli seminati, ma nello specchietto retrovisore vide chiaramente i capi di quella combriccola. Quei due che all’incrocio avevano cercato di identificarlo adesso lo seguivano sempre dalla sinistra, ma a debita distanza. Il semaforo si fece impietosamente rosso.

Claudio fermò la vettura e venne subito circondato dai motorini che lo seguivano. Decise che se la sarebbe giocata tranquilla, “cool”, abbassando il finestrino facendo finta di niente. E così fece.

In quell’istante dall’autoradio i Peppers cambiarono decisamente registro e anzi si trasformarono in tutt’altra creatura. Qualcuno aveva sovrascritto a quel disco di b-sides un singolo di Rosario Miraggio, Famme pruvà, il che fece per un attimo sorridere Claudio, che decise di approfittarne per rovistare nuovamente tra i cd. Nel frattempo i capuzzielli della comitiva di motorini si erano di nuovo avvicinati al finestrino ora abbassato.

<<Uà, o zi’, t’e fatt’ ‘sta machin’?>>

<<Quant’è di cilindrata?>>

<<Bella, eh?>>, rispose distrattamente Claudio, mentre scartava disco dopo disco la selezione proposta dal cruscotto della Limo. <<Sinceramente non saprei quant’è, forse mille e sei, mille e otto…>>

<<Azz, buon>>, fece il ragazzo alla guida, cercando un gesto di assenso del suo passeggero e degli altri ragazzi a seguito. Claudio si rese ora conto che erano tutti fermi ad ascoltarlo.

<<E che fatica facite? Purtate e persone famose, eh?>>, domandò sempre quello che doveva essere il capo, il ragazzo in testa al gruppo, alla guida del motorino più potente.

Claudio trovò finalmente qualcosa che lo fece sentire quasi più forte e al sicuro anche in quel momento ambiguo e vagamente teso. Aveva tra le mani Led Zeppelin, il primo disco omonimo della leggendaria band, e sapeva benissimo che quando Jimmy Page avesse attaccato il riff Good times, bad times si sarebbe sentito il padrone di questo e di tutti gli altri mondi possibili. Spense quindi la voce di Miraggio, quasi come un affronto ai suoi interlocutori e a tutto ciò che rappresentavano.

<<A dire il vero ancora non ho iniziato a faticare co’ ‘sta macchina. Anzi, stavo proprio finendo ‘nu giro di prova, se non vi dispiace…>>, fece ora baldanzoso, proprio mentre un poderoso power cord risuonava nell’impianto surround decretando l’inizio del brano e del disco prescelto. Come in quei momenti perfetti e inverosimili usciti da una sceneggiatura cinematografica, il semaforo si fece verde e Claudio sfrecciò verso la libertà, lasciando sul posto e verosimilmente seminando i “centauri” sui loro mezzi.

Fu talmente gasato dalla cosa che non poté fare a meno di lanciarsi in un controcanto scatenato alla sensualissima voce di Robert Plant. Superò un ulteriore incrocio, il cui semaforo a conferma del momento magico era verde, e in cuor suo seppe di aver effettivamente fatto una stronzata colossale. Ma sembrava allo stesso tempo un qualcosa di giusto e sacrosanto, e per di più non gli sembrava di vedere più i propri inseguitori.

Mentre cambiava il cd ormai conclusosi (passando alla semplice radio in FM), si ritrovò a pensare di aver forse esagerato. Ma sì, magari quegli scugnizzielli volevano soltanto far vedere che ne capivano qualcosa o sfrogoliarlo per diletto, così, per perdere il tempo. Chissà, magari stavano semplicemente recandosi alla sala giochi di Lelluccio per bruciare quei pochi risparmi che avevano racimolato durante una settimana di duro lavoro come sguatteri in qualche altro terribile bar o ristorante. Quello facevano i ragazzi della zona, almeno quei pochi che non erano immischiati in loschi affari. Per un attimo si ritrovò proprio a pensare di aver incontrato dei poveri cristi che volevano solo fargli una domanda per curiosità. Dopo un paio di curve si ritrovò ad un nuovo incrocio a tre vie, ma questa volta il semaforo era di un rosso impietoso. In fondo erano solo dei ragazzi, proprio come si era considerato lui fino a quel suo ultimo compleanno. Ragazzi che vivevano una situazione di merda, esattamente come era successo a lui, costretto a crescere una figlia proprio alla loro età. Le difficoltà di trovare un lavoro onesto; la tremenda lotta per mantenere un’integrità morale; l’età che avanzando lo costringeva sempre più a compiere qui sacrifici necessari e che inevitabilmente gli aveva mostrato il conto costringendolo a quel patto inaspettato con Pino. E chissà cos’altro lo aspettava all’interno di quella nera vettura. I maledetti quaranta…

Qualcuno bussò al finestrino interrompendo quel flusso di coscienza, e Claudio sovrappensiero abbassò il vetro.

<<E mo che hai fatto ‘sta sparata e cazz’ che aviss’ risolto?>>, gli fece il capo della banda. L’avevano raggiunto, ma solo i due a capo della banda, osservò Claudio dopo un rapido sguardo agli specchietti.

Il passeggero gli puntò contro una pistola nascosta dal giubbino imbottito.

<<Che r’è, mo nun parle? Fa ampress, vuttete aret a chillu vicariell’>>, gli intimò muovendo l’arma in direzione della stradina in cui volevano incastrarlo.

Claudio questa volta non pensò neanche lontanamente di rispondere o reagire a quella minaccia e in silenzio obbedì una volta che il semaforo si fece verde. Si ritrovarono in una stradina fatiscente che conduceva a uno spazio molto ampio e murato, con capannone annesso. Il luogo perfetto per ciò che stava per accadere. Lo avrebbero ucciso e poi nascosto lì? Tutto per rubare quell’auto maledetta!

Si fermarono davanti al capannone e fecero segno a Claudio di spegnere il motore e scendere dalla vettura. Lui eseguì immediatamente, dopo di che mentre quello con la pistola continuava a puntarlo, l’altro, il “capo”, gli mollò due pugni da vigliacco qual era, uno alle spalle tra le scapole e un altro alla bocca dello stomaco. Punitivo, fulmineo e letale. Claudio non si era mai sentito così vicino alla morte come in quel momento, né aveva mai subito delle mazzate in quel modo, data la stazza.

<<T’è piaciuto e fa o strunz’, eh? Apri o portabagagli, oì!>>, gli urlò sempre il capo.

Claudio recuperò quelle esigue energie rimaste e si avvicinò al retro della Limo, cercando goffamente le chiavi nelle tasche. Aprì quindi come richiesto il portabagagli e ciò che trovò fu come il primo pugno sferratogli prima dal ragazzo. Un uomo tarchiato e senza capelli giaceva legato all’interno del portabagagli, farfugliando qualcosa di incomprensibile a causa di un bavaglio. Il ragazzo con la pistola gli si avvicinò istantaneamente, dimenticandosi di tenere sotto tiro Claudio, e sciolse il fazzoletto che gli copriva la bocca.

<<Nun è isso! Nun è isso!!!>>, urlò immediatamente l’uomo, lasciando sbigottiti i due ragazzi. Claudio capì immediatamente che dovevano essere i suoi sottoposti.

BANG

BANG

Due esplosioni a brevissima distanza di tempo e a pochi centimetri dalla testa di Claudio. Il sangue schizzò in due enormi fiotti dalle teste dei malcapitati scugnizzi, ricoprendo in parte l’uomo del bagagliaio, che proruppe in un urlo di orrore e sorpresa. I corpi dei ragazzi si accasciarono immediatamente, privi di vita e entrambi con un vistoso foro nella testa.

<<Omm’ e merd’, ma che cazzo hai combinato?>>, disse l’uomo nel bagagliaio.

<<Mo’ siamo pari>>, disse Pino, calando la pistola con cui aveva sparato e avanzando verso la vettura. Si doveva essere nascosto lì nei paraggi sapendo cosa sarebbe successo. Claudio si sentì usato.

BANG

Sparò a l’uomo nel bagagliaio, lasciando il terzo cadavere della sua giornata con un foro fumante nel cranio.

Claudio era a dir poco allibito e tremava. Suo fratello era sì un criminale, ma non pensava fosse diventato un assassino a sangue freddo come l’uomo che si trovò davanti. Sentì di essere stato preso in giro per tutti quegli anni da quando l’aveva coperto per il suo primo delitto. Per la prima volta pensò di averlo perso definitivamente.

<<Chi sei tu, veramente?>>, chiese quasi in lacrime.

Pino richiuse il bagagliaio e iniziò a trascinare il primo cadavere dei ragazzi verso il capannone e rispose distrattamente al fratello.

<<Questo, Claudio. Io sono questo.>>

 

A Claudio bastò.