thriller

Black Limo #9

9.

Passarono settimane tranquille. Troppo tranquille.

Claudio, superate le prime diffidenze causate dai funesti moniti del fratello, iniziò a prenderci gusto per quel lavoro. Il signor Baffi era molto piacevole ed estremamente garbato. Le serate passavano serenamente e i due si vedevano un paio di volte la settimana. L’onorevole si faceva trasportare in vari luoghi della città, ma non era il viaggio di un turista di passaggio. Con la loro Limo attraversavano dei punti molto specifici della città e della provincia. Baffi aveva ogni volta gli occhi sognanti di un bambino la mattina di Natale, ma con una nostalgia di fondo che Claudio vedeva bene. Non si azzardò mai a chiedergli cosa rappresentassero quei luoghi per il suo passeggero e si limitò a portarlo in giro, a rispondere alle sue vaghe domande con brevi scambi molto generici. Però qual era il problema? La paga era ottima, tanto da permettersi dei piccoli lussi, il quotidiano ogni giorno, qualche regalo a Dalia di tanto in tanto e soprattutto una tranquillità cui Claudio iniziava ad abituarsi.

Una sera Claudio a bordo della sua Limo si recò al Vomero, più precisamente nella zona di San Martino. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare però, Baffi non voleva essere portato ad osservare il panorama dalla famosa terrazza che si trova davanti al museo. No, aveva altro in mente. Fece segno a Claudio di girare in una viuzza e rimasero fermi lì, davanti ad un parco, per diversi minuti.

<<Vuole che le prenda qualco…>>, Claudio interruppe quel silenzio e si girò per guardare il suo passeggero. Non l’aveva mai visto così. Piangeva, in silenzio, le lacrime a fiumi ricoprivano il suo volto scavato dalle rughe e così facile ai sorrisi.

<<Onorevole, si sente bene? Posso fare qualcosa per lei?>>, si preoccupò allora Claudio, ma Baffi gli fece segno di no con la mano delicatamente.

<<A meno che tu non possa riavvolgere il tempo, caro mio, non c’è proprio nulla che sia in tuo potere per farmi stare meglio>>, disse allora l’ex-senatore, con un tono del tutto nuovo ed inaspettato rispetto a quello cui si era abituato Claudio.

I due restarono ancora per degli interminabili istanti in silenzio, quando l’autista decise di rompere gli indugi: <<è forse un luogo a cui era molto legato questo?>>, abbozzò guardandosi intorno per poi soffermarsi sul vecchio.

<<Diciamo di sì>>, tagliò corto Baffi. Prese poi un fazzoletto con le sue iniziali ricamate, si asciugò le lacrime e diede una bella soffiata nello stesso. Claudio si girò cortesemente per lasciarlo alla sua intimità.

<<Non c’è bisogno che ti giri. Sai, puoi dire di aver conosciuto veramente un uomo solo nei momenti in cui è indifeso>>, disse per poi riassettarsi, ripiegando delicatamente e con movimenti precisi il proprio fazzoletto.

<<Quando piange, quando le prende, quando viene scoperto, quando si innamora…>>, accompagnò ogni parola contandole con la mano sinistra tesa verso Claudio, <<…e quando muore>>. A quest’ultima affermazione fece un simpatico saluto con la mano aperta. Notò che Claudio non si girò neanche un istante, continuando a dargli le spalle.

<<Guarda, Claudio…posso chiamarti Claudio?>>, chiese interrompendosi come se stesse per dimenticarsi la cosa più importante del mondo.

<<Ma certo, onorevole>>, replicò prontamente Claudio.

<<Bene, ma a patto che tu la smetta con questa storia dell’onorevole, d’accordo? Diavolo, ormai credevo avessimo passato questa fase.>>

<<Ci proverò, signor Baffi>>, disse per poi notare l’ex senatore che sorrideva divertito e sconfitto davanti a quell’eccesso di educazione vivente con cui aveva a che fare.

<<E va bene…dicevo, hai mai avuto la sensazione di aver sbagliato tutto nella vita? Ogni singola decisione, le strade che hai scelto, le persone da cui ti sei allontanato…>>

Claudio questa volta si girò, come se qualcosa avesse finalmente fatto “clic” tra di loro. Ascoltò le parole di Baffi con curiosità.

<<Ecco, quando arrivi alla mia età, quella è una sensazione che non ti abbandona mai un attimo. Un maledetto tarlo che ti ossessiona a ogni risveglio, dopo averti rimboccato le coperte la sera prima, ovviamente.

<<Non fraintendermi, probabilmente rifarei esattamente le stesse cose, ma non è quello il punto>>, aggiunse per poi gettare lo sguardo oltre il finestrino e verso il complesso di case presenti nel parco.

<<È che a volte arrivi a pensare di essere destinato a fare delle scelte sbagliate, e che non esista universo parallelo in cui tu possa raggiungere quella cosarella chiamata Felicità.>>

<<Immaginavo che il mondo della politica fosse tremendo, ma ad ascoltarla mi si accappona la pelle…>>, si fece sfuggire Claudio.

Baffi sorrise divertito. Era finalmente riuscito ad entrare in contatto con il proprio autista al livello che desiderava.

<<La politica? Ma che scherzi? Quella è la cosa migliore che mi sia successa!>>, aggiunse l’onorevole, aprendosi in un sorriso devastante. Sembrava il ghigno di un ragazzino.

<<Sai che c’è? Parliamone davanti a un boccone, ti va?>>

<<Signor Baffi, la ringrazio, ma forse non è tanto il caso…>>, Claudio cercò di suonare quanto più professionale possibile.

Ci fu un silenzio imbarazzante e imbarazzato, lungo abbastanza da togliere il sorriso al passeggero della Limo. Si trasformò in un ghigno.

<<Claudio, portami a mangiare una bella pizza. Decidi tu dove, basta che non sia in centro>>, la richiesta di Baffi suonò come un comando ed era la prima volta che l’onorevole si rivolgeva in quel modo al suo autista.

Claudio ci pensò su un attimo, stringendo tra le mani il volante. Non gli piaceva di certo ricevere ordini, figuriamoci così dal nulla, dopo che i due avevano impostato un rapporto professionale molto garbato. Non sapeva dove volesse andare a parare Baffi, ma fatto sta che riaccese il motore e senza dire una parola si diressero lontano dalla città, nella provincia.

Rimasero in silenzio a lungo durante il viaggio. Claudio pensò dove potessero andare e quasi automaticamente si indirizzò verso Torre del Greco, non pensando a una particolare pizzeria, ma ricordandosi di aver sempre mangiato bene da quelle parti.

Poi gli tornò in mente la pizzeria da cui andava quando Dalia era piccola. Non era chissà quanto buona o speciale come pizza, ma c’era un’atmosfera che sapeva di casa e il giusto livello di confusione da godersi una serata in famiglia. Sì, quando andavano tutti e quattro…

<<Le va bene qui?>>, disse Claudio al suo passeggero, pregando che Baffi non si rivelasse improvvisamente anche uno snob.

<<Ma è perfetta! Immaginavo proprio un posto così.>>

Claudio fece per aprire le portiere e nel girarsi notò che Baffi non si era ancora mosso.

<<Allora io l’aspetto qui dietro. Appena ha finito…>>, si fermò. Baffi dopo aver trafficato con la giacca ne estrasse delle banconote, abbastanza da offrire la cena a una comitiva di quaranta persone.

<<Stasera offro io, insisto>>, piazzò le banconote vicino la spalla di Claudio, il quale titubò per un istante. D’accordo il clima non più amichevole rispetto alle sere precedenti, ma quanto sarebbe potuta essere tremenda quella pizza?

Fece per afferrare la mazzetta, ma Baffi, riproponendo quel sorriso beffardo da ragazzino, gliela negò tirando indietro la mano.

<<Prima mangiamo, ti pare?>>

Claudio dovette fare uno sforzo per tenere a bada l’orgoglio, ma un po’ per la fame, un po’ per la dimensione della mazzetta, decise di ingoiare il rospo. Scesero dalla macchina dopo aver parcheggiato nella zona prospiciente il locale. Claudio allungò una banconota da venti al parcheggiatore in modo che desse un occhio di riguardo alla Limo (già ampiamente adocchiata da chiunque lungo la strada). La strana coppia entrò nella pizzeria e presero posto in un tavolo isolato, nonostante il locale non fosse gremito.

<<Vieni spesso qui, Claudio?>>, chiese l’onorevole, abbozzando un sorriso accomodante, quasi a dimenticarsi della stramba serata che stavano passando.

<<Ero solito venirci, un tempo. La pizza non è male, l’atmosfera quella giusta e costa quanto dovrebbe.>>

<<Ci venivi con tua figlia, Dalia, giusto?>>

Claudio non ricordava di averne parlato al suo cliente e quindi quell’uscita lo mise parecchio a disagio. Come sapeva di sua figlia? Che l’avesse studiato prima di assumerlo?

<<E magari anche con tua moglie e l’altra bambina, la maggiore.>>

Questo era troppo. Claudio si alzò di scatto e si avvicinò minaccioso a Baffi.

<<A che razza di gioco sta giocando???>>

<<Mio caro, ho semplicemente fatto due più due>>, disse alzando le mani in segno di resa verso Claudio. Girò poi una delle due con un gesto molto teatrale e indicò l’altro lato della sala.

<<Dalia, Marina e la tua ex-moglie Paola, giusto?>>

Claudio si fermò proprio sul punto di prendere per la collottola Baffi e si girò lentamente. Le vide, erano proprio loro lì in fondo, sedute a quel tavolo che grosso modo era rimasto lo stesso da quasi vent’anni. Dall'ultima volta che ci si sedettero insieme.

Ma era tutto il resto ad essere cambiato.

Oh, Paola… 

Black Limo #7

7.

"Prendi fiato", continuava a ripetersi Claudio. "In fondo non è nulla di nuovo".

Ma purtroppo la scena cui suo malgrado aveva appena assistito sembrava essere la più beffarda delle verità. Lo sapeva benissimo che suo fratello era ormai morto e sepolto. Morto da quella notte di novembre, finito da quell'atto raccontato con tanta semplicità e con divertimento. Quella piccola vocina dentro la testa di Claudio che non volle credere a quella storia all'epoca, ormai era un flebile sussurro portato dal vento. Suo fratello era morto quella notte di tanto tempo fa, così come morti erano quei corpi che adesso trascinava chissà dove e che aveva accoppato per chissà quale ragione.

Faticò a ragionare dopo le parole di Pino. “Questo, Claudio. Io sono questo” gli aveva detto. Contrariamente a quanto si aspettasse non aveva effettivamente altro da chiedere al fratello, né tantomeno aveva alcuna intenzione di uscire dalla limo e aiutarlo nelle sue faccende. Lo sapeva, l’aveva sempre saputo chi o cosa era diventato e adesso doveva solo mettere in pratica una sorta di automatico piano di difesa già presente nel suo organismo e a cui aveva lavorato inconsciamente negli anni. Non poteva più avere a che fare con suo fratello. Pino rimase immobile, mentre l’autovettura partì sgommando a tutta forza lontano da quel massacro dal motivo ignoto. Il volto dell’assassino si contrasse in un’espressione seccata, come se Claudio stesse avendo una reazione da ragazzino. Fatto sta che la limo ormai era lontana dallo sguardo di Pino, ma Claudio non rallentò neanche un secondo fino a casa sua.

Passò effettivamente nel suo viale, ma un impulso improvviso gli fece pensare che forse non sarebbe stata una buona idea. In fondo nel bagagliaio di quella vettura era stato legato e imbavagliato un malvivente di lì a pochi minuti prima. Rimise subito in moto e fece per allontanarsi il più possibile da casa sua e dalla sua Dalia. Guidò per quasi un’ora finché non si sentì al sicuro e lontano da sguardi indiscreti. Decise quindi di lasciare la macchina in una strada anonima di periferia, da cui si sarebbe allontanato a piedi. Spense il motore e fece per uscire, quando una mano calò pesantemente sulla sua spalla e lo spinse nuovamente all’interno dell’abitacolo. Incredulo Claudio vide suo fratello richiudere il suo sportello e una volta fatto il giro entrò dal lato del passeggero e si sedette in silenzio per quelli che sembrarono dei secondi interminabili.

Quando alzò lo sguardo il suo volto era contratto in un sorriso sgraziato, ma al tempo stesso molto dolce.

<<Devo ammettere che questa volta non sono stato molto sincero con te>>, disse Pino.

Un altro interminabile silenzio.

<<Ma sappi che fa tutto parte di un piano che ha come unico scopo il tuo bene e quello di Dalia.>>

<<Il mio bene…>> a Claudio tremavano le mani, appoggiate pesantemente sul volante, e la voce era sottilissima.

Prese violentemente Pino per la collottola e lo guardò carico d’odio dritto in quegli occhi che aveva conosciuto vivaci e solitamente indiavolati. In quel momento lo sguardo del fratellino era più che mai inquietante proprio per la insolita tranquillità che trasmettevano. Incurante di questo dettaglio lo strattonò violentemente.

<<Ti rendi conto di cosa ho dovuto assistere? Lo capisci che adesso sono un complice? Io! Complice di un delitto!!!>>

Pino allargò ulteriormente il suo ghigno e con estrema cura bloccò i polsi del fratello, staccandosi le sue mani di dosso. Claudio non poté che assecondare il gesto per non farsi male.

<<So benissimo cosa ho appena fatto e come ti dicevo l’ho fatto per te>>, disse Pino. <<Così come so benissimo che ora come ora ti sembra di impazzire e non capirai subito il mio gesto.>>

Claudio tirò via le mani dalla morsa di Pino e ascoltò inerme le sue parole.

<<Questo non era il lavoro che volevo passarti…>>, rivelò Pino utilizzando un tono paterno, quasi rassicurante. Peccato che in quella frase Claudio ci trovasse ben poco di cui fidarsi.

<<Il tuo compito resta quello di accompagnare in giro una certa persona e credimi, quello a cui hai assistito oggi ti servirà>>, disse Pino ora cercando di scuotere Claudio, scandendo parola per parola, affinché fosse tutto chiaro.

<<In che guaio mi stai cacciando, Pino?>>

<<Nessun guaio, se fai come ti dico. Questa è un’occasione unica.>>

Con un gesto particolarmente solenne Pino estrasse da una tasca interna del giubbino una busta sigillata. La passò con altrettanta cura e con un gesto teatrale a Claudio, il quale dopo un istante di titubanza decise di prenderla.

<<Dentro questa busta ci sono i dati del tuo passeggero, dove vi incontrerete e dove dovrai portarlo domani sera.>>

Claudio fissò a lungo la busta senza aprirla e cercò per quanto possibile di evitare lo sguardo del fratello.

<<Perché dovrei fidarmi di te, Pino? Perché dovrei continuare a fidarmi di te dopo quello che mi hai costretto a vedere? Di cos’altro vuoi rendermi complice?>>

Pino pose una mano sulla spalla del fratello, ma senza alcun segno di minaccia, affettuosamente.

<<Quello di cui sei stato testimone ti servirà per quello che andrai a fare, ma non lo capirai subito il perché>>, aggiunse Pino, ora ponendo l’altra mano sulla busta, senza distogliere lo sguardo da quello di Claudio. <<Questo lavoro può finalmente darti una stabilità, anzi, può rappresentare un nuovo inizio per te e Dalia. Purtroppo non sarà così semplice e richiederà l’unico sacrificio che non hai mai voluto fare.>>

Claudio sembrò iniziare ad avere una reazione stizzita, ma notò qualcosa di strano in Pino. Il fratello aveva per la prima volta in quella conversazione distolto lo sguardo e adesso con il capo chino sembrava essersi improvvisamente rattristito. Sentì addirittura dei singhiozzi dimessi e quasi impercettibili. Pino stava piangendo.

<<Non sono mai riuscito a dimostrarvi quanto vi voglia bene, Clà. Lo so che sono sbagliato, ma ve ne voglio! Non sono mai stato il fratello ideale, ma questa volta ho fatto tutto per te e lo vedrai. Purtroppo non vedrai solo questo…>>, ormai strozzato dalle lacrime Pino si lascia andare e abbraccia tremante il fratello incredulo.

Rimasero così abbracciati a lungo in quel momento doloroso e terribile, eppure così carico di significati e di amore da far male. Poi con una gentilezza che mai ha avuto modo di mostrargli, Claudio si allontanò e accarezzò dolcemente il fratellino.

<<Mi hai messo in un bel guaio e da qui in poi ho paura che andrà sempre peggio. Tuttavia mi sa che non posso più rifiutarmi, è così?>>

Pino si limitò ad annuire.

<<La persona che devo accompagnare è solita fare cose assurde a cui io dovrò fare da testimone per forza. È così?>>

Un altro cenno di assenso con la testa.

<<Pino, dovrò scarrozzare un boss?>>

Pino si riprese dal momento di commozione e adesso serissimo incrociò di nuovo lo sguardo con il fratello.

 

<<Peggio, Claudio. Un onorevole.>>

 

Il gelo di quella strada inospitale e isolata si fece se possibile ancora più terribile.

Black Limo #4

4.

“L’acqua deve arrivare fino alla valvola”

Fatto.

“e mettici un po’ più di caffè!”

Fatto anche quello.

Queste erano le classiche raccomandazioni che sua madre era solita fare a Claudio sin da quando era piccolo e lui le aveva sempre seguite alla lettera in maniera maniacale. Non c’era una mattina che non eseguiva le mosse con precisione ed eleganza e quelle mattina dopo l’incontro con Pino non fece eccezione. Il caffè in casa loro non poteva venire male!

Dalia s’era da poco svegliata e dopo aver farfugliato un saluto veloce e stampato un altrettanto rapido bacio sulla guancia del padre si andò a preparare. La giornata tipica in casa loro cominciava proprio così, con Claudio lento e solenne, ma sveglissimo, mentre la figlia era ancora immersa nel mondo dei sogni, ma incredibilmente rapida nel prepararsi.

<<Com’è andata ieri sera con zio Pino?>>, disse Dalia, riemersa in un battibaleno dal bagno.

Claudio si prese il tempo necessario a sigillare a dovere la macchinetta e solo dopo aver acceso il fuoco le disse: <<tutto sommato bene.>>

<<…e?>>

<<…e niente>>, rispose lui dopo una rapida occhiata alla figlia. Si rimise subito in direzione dei fornelli. La fiamma doveva tassativamente stare a quella che lui chiamava temperatura da crociera. Bassa, insomma.

<<Zio Pino mi ha proposto un lavoro che sembrerebbe essere tranquillo.>>

<<…ma non ti convince del tutto.>>

<<Beh, è pur sempre di Pino che stiamo parlando. Dovrei guidare quella sua vecchia limousine, se così la vogliamo chiamare>>, disse Claudio mentre teneva d’occhio moka e fiamma. Il caffè guardato a vista si dice non esca mai, ma tant’è, non gli si può togliere gli occhi di dosso.

<<Me la ricordo! È quella macchinona nera che trovò in offerta da quei suoi amici. Quella per la quale quasi si lasciava con zia Chiara>>, affermò Dalia, ormai già vestita e pronta ad uscire, in attesa del caffè. Durante queste operazioni mattutine i suoi occhi prima restavano coperti dai lunghi capelli in una ridicola frangetta gigante e dopo averli pettinati si mostravano, ma sempre chiusi. Un dettaglio quello che faceva ammattire Claudio. Come faceva a prepararsi in quello stato? “Ma chi sei, Mr. Magoo?”.

<<Esatto, proprio quella. Dice che dovrei scarrozzare un tizio, un pezzo grosso.>>

<<Papà, che genere di pezzo grosso?>>, chiese Dalia, ora preoccupata e più che mai sveglia.

<<Non lo so, dice che per motivi di sicurezza può solo darmi un indirizzo e un orario>>, affermò Claudio con una punta di mistero. La richiesta di Pino era si particolare e potenzialmente pericolosa, ma sentiva di potersi fidare per una volta del terribile fratello.

<<Secondo me è il Papa!>>, aggiunse con un enorme sorriso. Il caffè intanto iniziava la sua decisa risalita lungo il “camino”. Padre e figlia si scambiarono un rapido sorriso, rassicurando quest’ultima sulla gravità della situazione. Claudio si girò immediatamente udendo i primi borbottii della macchinetta. Era considerabile un’onta insanabile non girare il caffè immediatamente alla prima avvisaglia di uscita, rendeva l’intero lavoro un disastro. Grazie, mamma.

<<Vabbè, quindi posso stare tranquilla?>>

Claudio si prese tutto il tempo per rispondere, facendo salire inutilmente la tensione. Le sue energie dovevano essere tutte dedicate alla perfetta realizzazione del nettare supremo.

<<Papà, non farmi incazzare!>>

Pronto, era tutto pronto. Il momento solenne della mescita era uno dei suoi preferiti, in quanto a differenza della preparazione del caffè prevedeva un’accortezza diversa, più speciale e particolare a seconda del “cliente”. Dalia prendeva il suo caffè con un cucchiaino e mezzo di zucchero di canna. Non uno, non due, né tantomeno un cucchiaino stentato, ma un cucchiaino bello pieno e uno a metà.

<<Andrà tutto bene>>, disse porgendole la tazzina. Dalia gli credette e sorseggiò il caffè nei suoi canonici tre movimenti, imitata quasi all’istante dal padre. Posarono le tazzine l’una vicino all’altra.

<<Quindi adesso aggiungerai anche chauffeur al curriculum?>>

<<Quale curriculum?>>

Lei lo guardò con quel suo sorriso disarmante e i due si unirono in una fragorosa risata. L’ultimo momento felice di quella giornata…

In testa non aveva che le confuse parole del fratello, la spiegazione così vaga eppure così convincente di quel lavoro e le rassicurazioni sull’assoluta legalità di ciò che stava andando a fare. Forse era per questo che quella mattina più di altre gli erano tornate in mente tutte le raccomandazioni di sua madre su come fare il caffè e del rituale ad esso annesso. Erano cose ormai insite nel suo dna, dei movimenti così ripetuti e provati che non ci faceva più caso. Ma non quella mattina. Quelle parole, quegli antichi insegnamenti gli erano utili per esorcizzare il germe della paura che nonostante tutto stava crescendo in lui. Perché aveva accettato allora? Perché non aveva tirato avanti nonostante l’apparentemente ghiotta occasione?

Aveva letto qualcosa di diverso in Pino quella volta. La sua non era solo un’offerta, ma celava altro. Suo fratello gli stava in un qualche modo bislacco chiedendo aiuto e si sa, certi riflessi condizionati da fratello maggiore non li perdi mai.

Black Limo #3

3.

Il racconto di Pino fu preciso e terribile, tanto quanto fu per Claudio sentire certe cose venir fuori dal suo fratellino. I minuziosi dettagli dello sparo, l’espressione che trovò così divertente del malcapitato senzatetto, il suono che fa una vita mentre si spegne…quei ricordi lo avrebbero segnato a lungo, ma come spesso accade la nostra memoria funziona in maniera misteriosa e l’unico dettaglio che ricordava precisamente era la faccia di Pino, del suo ormai perso fratellino. Non era più lui, non c’era più traccia del seppur scorbutico divertente pazzerello della famiglia, ma solo un sorriso perso nel vuoto, il petto rigonfio d’orgoglio. Sembrava addirittura più alto del solito.

<<Una sensazione così…così…così bella, Claudio. Una sensazione di pienezza>>, disse sorridendogli questa volta dritto in faccia, con due occhi spiritati che cercavano complicità nei suoi.

Claudio rimase in silenzio trattenendo la rabbia e la delusione. Provò a tenere lo sguardo di Pino, ma dovette distoglierlo senza far trasparire nulla della sua tristezza.

<<Sono contento di avertelo detto>>, fece alzandosi ora di fronte al fratello, in uno di quei rari casi in cui si potevano guardare alla stessa altezza. Poi con delicatezza gli cinse le guance con le sue manine tozze, che a Claudio sembrarono più grandi e vecchie per qualche strana ragione, come ingiallite e invecchiate di colpo. Gli si avvicinò dolcemente e gli stampò un bacio sulla fronte.

<<Sarà il nostro segreto, fratellò.>>

 

<<Papà, ma mi ascolti?>>

Claudio ripiombò di colpo nella realtà. L’abbraccio che lo legava alla figlia si era sciolto da tempo e lei l’aveva lasciato così imbambolato in cucina con quello strano sguardo perso nel vuoto, in quel muro di candide mattonelle. Avrà ripreso la discussione, pensò come risvegiandosi, quella o un’altra insomma, solo che doveva esserle sembrato un monologo a giudicare dall’aria intontita di Claudio.

<<Zio Pino ha chiamato. Ha detto che se vuoi potreste incontrarvi al bar di Lello dopo le undici>>, si affrettò a comunicargli, mentre finiva di lavare le stoviglie disposte confusamente nel lavabo.

Claudio come per riconnettersi con la realtà si avvicinò a Dalia per darle una mano e presa una spugnetta logora iniziò a lavorarsi il pentolone in cui avevano cucinato il sugo per il primo piatto del giorno prima. Già, il suo compleanno. Il peso di quei quarant’anni gli era piombato addosso come evocato semplicemente da quel pensiero. Tutte quelle considerazioni erano avvenute in un nanosecondo, mentre guardava ora sorridendo sua figlia in tutta la sua grazia. Che miracolo che era, che incredibile connubio di bellezza e forza.

<<Credo che andrò>>, sentenziò con serietà senza incontrare il suo sguardo. Poi si girò sorridendole incontrando un ghigno meno convinto. <<Ammesso che qui tu riesca a finire senza il mio aiuto…>>

<<Ma se è la prima volta che ti vedo con le mani nel lavabo dal che ho memoria!>>

Claudio le diede una leggera spinta con l’anca, spostandola di un buon mezzo metro. La sua natura assolutamente pacifica non gli aveva quasi mai permesso di “mettere a buon uso”, come diceva Pino, quella sua mastodontica stazza, ma Claudio avrebbe potuto benissimo lanciare sua figlia dall’altra parte della stanza solo con quella semplice manovra, per dire.

Dalia accettò la sfida con un sorriso di sorpresa e spugna alla mano iniziò a impiastricciare il padre con la schiuma dello sgrassatore profumato al lime.

Che poi che profumazione era “al lime”, pensò Claudio. Cioè, d’accordo agli agrumi, alla mela verde, al sentore di qualche fiore fresco di montagna, ma il lime gli proponeva nella testa solo immagini di cocktail e caramelle gommose.

Fatto sta che non poteva desiderare stato d’animo migliore per affrontare da lì a poco il diabolico fratellino e la sua proposta misteriosa. Lime o meno.

 

Il locale di Lello (o Lelluccio, come lo chiamavano loro fin da piccoli) era il più classico baretto di quartiere non meglio identificabile. Caffè e cornetto la mattina, con il Corriere dello Sport disponibile ad ogni tavolo; tabacchi, gratta e vinci e schedine prima di pranzo; tavola calda con il cucinato della signora Maria (la moglie di Lello) da mezzogiorno in poi; aperitivi dalle sei per gli studenti di passaggio, tra i vari meandri dei quartieri del Centro Storico; la sera poi cambiava ulteriormente volto e diventava un grande punto di ritrovo per ragazzi e meno giovani, cicchetteria, birre e cocktail (scadenti). Ma era soprattutto nel retro che avveniva il grosso dell’attività serale. Tra le slot machine che Lello aveva fatto montare contro voglia, causa l’aver superato brillantemente il vizio del gioco qualche anno prima, si muovevano “e ‘ruoss”, quelli cui ci si doveva rivolgere nel quartiere. O per lo meno così era fino a qualche anno prima. Da quando le cose si erano fatte più pericolose, l’unico a presenziare quella zona del locale e a muovere i suoi affarucci era proprio Pino. Non che Lello subisse le sue minacce, ma lo conosceva da che era uno scugnizziello e si era fatto convincere a lasciare intatto il suo “ufficio”. Pino in cambio gliela teneva pulita e cacciava ragazzini e chiunque non riuscisse ad accettare la mala sorte che spesso capitava a chi giocava con quelle macchine del demonio. Una mano lava l’altra insomma.

Si erano fatte le undici e Claudio sostava ormai fermo al bancone di Lello da una mezz’oretta abbondante. Aveva chiesto al proprio ospite di non avvisare il fratello del suo arrivo e si era intrattenuto buttando giù un paio di drink. Data la stazza ce ne voleva eccome per ubriacarsi, quindi li gettò giù lungo il gargarozzo senza battere ciglio.

<<Aveva detto alle undici, giusto?>>

<<Sì, Lello, ma non è che avresti un altro drink da propormi?>>, disse facendosi roteare il bicchiere mezzo pieno dell’ultimo.

<<Magari uno buono questa volta.>>

Lello lo guardò divertito. Claudio aveva un modo di scherzare in grado di prenderti in giro senza offenderti. Un aspetto che la gente del suo quartiere, in particolare i negozianti e tutte le persone con cui si era interfacciato negli anni, trovavano assolutamente delizioso e chi più chi meno cercavano di aiutarlo come potevano.

<<E che ci vuoi fare, Claudio…da quando non ci sei più tu qua i drink hanno perso mordente. ‘O vide a quello?>>, gli disse indicando un ragazzo smilzo, dal pizzetto pronunciato, con all’orecchio una vistosa espansione. <<Dice che lo devo chiamare “bartende”, ma a me par sul nu strunz. Vintisei anne e manc’ sape fa ‘nu whiskey ‘n soda!>>

<<Neanche il Gin Tonic a quanto pare>>, aggiunse Claudio indicando il suo bicchiere. <<Vabbuò, mi sa che devo andare…>>

<<In bocca al lupo, Claudiè.>>

<<Già, letteralmente…>>

Lello se ne andò a sbrigare altre faccende, lasciando Claudio sconsolato a rassettarsi per prepararsi all’incontro. D’un tratto si manifestò il “bartende”, in tutta la sua giovanile arroganza.

<<’o zì, ma c’rè, nun v’è piaciut’ o drink?>>, osservò notando uno dei bicchieri mezzi pieni davanti a Claudio. <<Così m’offendete. Ve ne preparo uno omaggio che è na bomba!>>

<<E sentiamo, comme fosse ‘stu drink?>>

<<Se chiamma Napoli Mule. L’ho inventato io. Tipo Moskow Mule, solo che pure la vodka è al lime.>>

<<Guagliò, nun da’ retta. Bevitelo tu, ‘stu lime!>>, disse salutandolo con un ampio gesto della mano, mentre si incamminava verso il retro del locale.

 

Ad attenderlo c’era Pino, camicia vistosa e sorriso sornione stampato in faccia, illuminato come in un trip psichedelico solo dalle roboanti luci delle slot, nel buio del resto della sala. Allargò le braccia per accoglierlo all’interno del suo mondo e della sua oscurità.

<<Allora? ‘e che se tratta? Facimme ampress…>>, fece con fare  sbrigativo Claudio.

Pino smorzò il sorriso e abbassando le braccia gli si avvicinò lentamente.

<<E buonasera anche a te. Vuò a propost’? Ti sei deciso? E va bene…

<<Claudio, te la ricordi quella piccola limousine su cui feci l’investimento anni fa? Quella nera nera, con pure i dettagli delle ruote e della carrozzeria neri?>>

<<No, Pinù, non capisco, è un’offerta di lavoro o un affare che mi vuoi proporre?>>

<<Né l’una, né l’altra. Statte zitto e ascolta. Quella che ti propongo è un’opportunità.

Adesso vicinissimo, Pino gli stringeva le braccia in una morsa stretta quel tanto da iniziare a percepire un dolore.

<<L’hai mai guidata una macchina come quella?>>

<<Pino, io ‘int e cose toie nun ce voglio trasì, comme t’aggia ricere? Mo’ me vuliss fa fa o chauffeur???>>

Con un nuovo sorriso più infido che mai gli avvicinò una mano alla guancia accarezzandola dolcemente.

 

<<Oh, ma non sarò mica io il passeggero…>>