Grigia risposta

- Qualche settimana fa mi è stata lanciata una sorta di provocazione sotto forma di lettera, dalle cui risposte è partita questa rubrica che ha il compito di portare avanti la discussione. Per leggere la lettera aperta basta scrollare verso il post precedente. Sarebbe gradite anche la tua partecipazione, sì, tu che stai leggendo proprio ora. - F.M.

 

Caro A.Grey, sono d'accordo in grossa parte con quanto da te esposto, ma più che analizzare punto per punto la tua lettera, mi soffermerò su quello che credo sia dal mio punto di vista il problema che sta alla base della situazione da te analizzata.

Ho scritto e riscritto più volte questa mia risposta, dato l'argomento spinoso che richiedeva più di una riflessione. Devo dirti che la mia è una posizione forse di vecchia scuola e sicuramente molto "di settore". Per me il problema risiede quasi sempre nell'annosa questione circa la legittimazione della professione artistica e della sua natura così sfuggevole ai più. Le sempre maggiori possibilità in termini tecnici, uniti a un consumo eccessivo di prodotti audiovisivi e alla totale assenza di rispetto verso quello che è un vero e proprio LAVORO, fanno si che non ci si ponga il problema circa il senso dei prodotti che vengono realizzati. E questo è sicuramente un aspetto.

L'altro punto che vorrei toccare riguarda la carenza di una vera e propria formazione in quanto fruitori e poi di conseguenza da realizzatori dei prodotti audiovisivi. Lo sterminato catalogo di film e serie tv con le quali veniamo bombardati quotidianamente porterebbe a credere di trovarci in una società non solo avvezza alla creazione di un senso critico verso ciò che consuma, ma anche in grado di comprendere l'immaginario in cui è inserita con grande dimestichezza. Il punto è che non basta! Con questo non voglio dire che le scuole di cinema e similia siano imprescindibili per CHIUNQUE voglia realizzare un corto o un prodotto audiovisivo, ma si presuppone che chi ha l'URGENZA di comunicare abbia anche prima in seno la necessità di formarsi per arrivare a concludere un ragionamento in forma d'arte. Invece la tendenza generale e pericolosissima (legata al punto di cui sopra) sembra essere quella secondo la quale tutti ci sentiamo dei geni e quindi in grado di realizzare un prodotto che non solo ha bisogno di essere condiviso con il mondo, ma che non ha nemmeno bisogno di essere compreso o fruito. Come se un medico operasse il cugino per poi far vedere le riprese dell'operazione solo ed esclusivamente tra i familiari. Mi perdonerai l'irriverente iperbole, ma mi scappava.

Sono d'accordissimo con te, sembra essersi persa l'usanza di ragionare circa ciò che si fa, ma questo si sa, fa parte del nostro mondo moderno e frenetico, nel quale contano di più quante cartucce si sparano, spesso non accorgendosi di avere l'arma caricata a salve.

Avrei tante altre cose da dire, ma nell'ottica di un botta e risposta continue (come da noi concordato) vorrei sentire prima che ne pensi di questa mia risposta.

E anche voi che leggete (perché lo so che siete reali) cosa ne pensate?

Per sempre vostro, Francesco Mucci

Caro Grigio, ti scrivo...

è successa una cosa molto bella. Un caro amico nonché mirabile studioso e sapiente pozzo senza fondo di cultura cinematografica, ha deciso di scrivermi una lettera. Il punto è che chiaramente più che essere una provocazione, più che essere un semplice urlo del proprio pensiero come fanno i bambini o i tanti sedicenti esperti che popolano il web, questo mio caro amico che risponderà in questa sede al nome di A. Grey, se lo vorrà (pun intended), ha scritto questo suo pensiero con l'intento di far partire una discussione, un dialogo che spero potrà coinvolgervi.

Io mi prenderò il giusto tempo che merita questo tema per pensarci su e scrivere un'ideale risposta, mentre vi lascio intanto il testo della suddetta lettera:

"Caro Grigio, ti scrivo una lettera aperta nella speranza che la sua pubblicazione apra un dibattito su un argomento di evidente urgenza. Abbiamo davvero bisogno di tutta questa produzione audiovisiva? Non mi riferisco alle serie industriali (Netflix compresa) ma piuttosto a tutto quel sottobosco di produzione semi-amatoriale che invade il web ogni giorno e alimenta freneticamente il mondo dei festival. Certo, le nuove tecnologie ormai permettono pressoché a chiunque di realizzare una serie più o meno lunga e di diffonderla come meglio crede. Ma ci stiamo domandando cosa ciò comporti? Stiamo davvero guardando o le vediamo solamente scorrere? Alcuni di questi lavori trovano i giusti canali e i loro autori vengono poi valorizzati. Vincono dei premi. Si scrive di loro. Ma poi? Grazie e arrivederci. Cosa rimane? Allora forse la domanda dovrebbe essere: perché continuare a produrre immagini compulsivamente? Non sono forse atti di narcisismo, che a dire di persone molto più competenti di me è la malattia di quest'epoca? Sembra che importi solo il fatto di aver realizzato qualcosa, senza dare importanza alla cosa stessa. Senza darle profondità e in effetti senza darle un futuro. La mia impressione è che la produzione di cui sto parlando abbia una piattezza che è post-televisiva. Non è più nemmeno intrattenimento. È narrazione auto-riferita. “Ora raccontiamo questa storia. È bella perché a me piace quindi piacerà anche agli altri. Piacerà, vero?”. Come un ragazzino che cattura una lucertola e non immagina di poterla uccidere tenendola in una scatola. Tutto ciò che gli importa è che i suoi amici la vedano. Che vedano lui. Non è sconfortante? A mio modestissimo parere, la serialità dovrebbe essere una cosa seria, altrimenti rimane seriale e a tutti gli effetti patologica. Compulsiva, appunto. Non se ne può più di tutti questi soggetti annacquati. Quante volte vogliamo scrivere la stessa storia ancora e ancora solo per metterci la firma? Gli aspiranti autori sanno davvero quello che fanno? Ragionano sull'utilità del proprio operato? Portano reale innovazione al concetto di storytelling o è, come si è detto, solo una corsa allo specchio. Capisco di scrivere dalla patetica e superata poltrona del formalista, ma è pur vero che i corti e le web-serie che “voleva mandare un messaggio” tipo pubblicità progresso oppure “ok ma hai visto che bella fotografia?” hanno anche un po' rotto i dadi. Sto esprimendo un'idea di cinema? Quali frontiere sto esplorando? Che contributo sto dando? Ecco i fruttuosi interrogativi di un aspirante autore. Aveva forse ragione il buon Lars quando imponeva ai firmatari del Dogma 95 di non firmare le regie?"

E voi? Cosa ne pensate delle parole del buon A.Grey? Fatevi sentire nei commenti qui sotto e sulla pagina!