Caro Grigio, ti scrivo...

è successa una cosa molto bella. Un caro amico nonché mirabile studioso e sapiente pozzo senza fondo di cultura cinematografica, ha deciso di scrivermi una lettera. Il punto è che chiaramente più che essere una provocazione, più che essere un semplice urlo del proprio pensiero come fanno i bambini o i tanti sedicenti esperti che popolano il web, questo mio caro amico che risponderà in questa sede al nome di A. Grey, se lo vorrà (pun intended), ha scritto questo suo pensiero con l'intento di far partire una discussione, un dialogo che spero potrà coinvolgervi.

Io mi prenderò il giusto tempo che merita questo tema per pensarci su e scrivere un'ideale risposta, mentre vi lascio intanto il testo della suddetta lettera:

"Caro Grigio, ti scrivo una lettera aperta nella speranza che la sua pubblicazione apra un dibattito su un argomento di evidente urgenza. Abbiamo davvero bisogno di tutta questa produzione audiovisiva? Non mi riferisco alle serie industriali (Netflix compresa) ma piuttosto a tutto quel sottobosco di produzione semi-amatoriale che invade il web ogni giorno e alimenta freneticamente il mondo dei festival. Certo, le nuove tecnologie ormai permettono pressoché a chiunque di realizzare una serie più o meno lunga e di diffonderla come meglio crede. Ma ci stiamo domandando cosa ciò comporti? Stiamo davvero guardando o le vediamo solamente scorrere? Alcuni di questi lavori trovano i giusti canali e i loro autori vengono poi valorizzati. Vincono dei premi. Si scrive di loro. Ma poi? Grazie e arrivederci. Cosa rimane? Allora forse la domanda dovrebbe essere: perché continuare a produrre immagini compulsivamente? Non sono forse atti di narcisismo, che a dire di persone molto più competenti di me è la malattia di quest'epoca? Sembra che importi solo il fatto di aver realizzato qualcosa, senza dare importanza alla cosa stessa. Senza darle profondità e in effetti senza darle un futuro. La mia impressione è che la produzione di cui sto parlando abbia una piattezza che è post-televisiva. Non è più nemmeno intrattenimento. È narrazione auto-riferita. “Ora raccontiamo questa storia. È bella perché a me piace quindi piacerà anche agli altri. Piacerà, vero?”. Come un ragazzino che cattura una lucertola e non immagina di poterla uccidere tenendola in una scatola. Tutto ciò che gli importa è che i suoi amici la vedano. Che vedano lui. Non è sconfortante? A mio modestissimo parere, la serialità dovrebbe essere una cosa seria, altrimenti rimane seriale e a tutti gli effetti patologica. Compulsiva, appunto. Non se ne può più di tutti questi soggetti annacquati. Quante volte vogliamo scrivere la stessa storia ancora e ancora solo per metterci la firma? Gli aspiranti autori sanno davvero quello che fanno? Ragionano sull'utilità del proprio operato? Portano reale innovazione al concetto di storytelling o è, come si è detto, solo una corsa allo specchio. Capisco di scrivere dalla patetica e superata poltrona del formalista, ma è pur vero che i corti e le web-serie che “voleva mandare un messaggio” tipo pubblicità progresso oppure “ok ma hai visto che bella fotografia?” hanno anche un po' rotto i dadi. Sto esprimendo un'idea di cinema? Quali frontiere sto esplorando? Che contributo sto dando? Ecco i fruttuosi interrogativi di un aspirante autore. Aveva forse ragione il buon Lars quando imponeva ai firmatari del Dogma 95 di non firmare le regie?"

E voi? Cosa ne pensate delle parole del buon A.Grey? Fatevi sentire nei commenti qui sotto e sulla pagina!