Streaming Wars

Chiudete le porte di casa con varie mandate, sbarrate le finestre, mettete in salvo vecchi e bambini: la guerra delle piattaforme streaming sta arrivando!

Netflix non detiene più lo strapotere che l’ha portata ad essere LA piattaforma streaming per eccellenza e il suo primato inizia a vacillare. Ma come, direte voi, con tutti gli abbonati che ha in giro per il mondo? Beh, signore e signori cari, la concorrenza s’è fatta agguerrita e ha preso ai fianchi la compagnia di Los Gatos. In particolare l’entrata in campo e le rivelazioni sui piani di Disney ed Apple ha messo in seria discussione l’equilibrio di potere nel mondo dell’intrattenimento multimediale.

Se prima infatti l’unica diretta concorrente era Amazon Prime Videos, adesso la prospettiva è cambiata e nei prossimi anni vedremo una vera e propria guerra per il controllo dell’intrattenimento audiovisivo. Ve ne parlo in questo momento proprio perché è freschissima la notizia dei futuri piani editoriali dei Marvel Studios per il Marvel Cinematic Universe, e le scelte adottate sono state molto influenzate dall’imminente apertura della piattaforma streaming Disney+. Questo sottolinea quanto si voglia spingere questa novità, che può per altro vantare un catalogo di esclusive da leccarsi i baffi, senza contare il resto della proposta non originale da paura. Una direzione che segna a mio avviso un nuovo modo di vedere la programmazione audiovisiva, verso quella che si prospetta come da titolo una vera e propria guerra di ascolti e abbonamenti.

Anche solo questi tre signori valgono un anno di abbonamento  Netflix.

Anche solo questi tre signori valgono un anno di abbonamento Netflix.

Ci sono proposte davvero per tutti i gusti e le tasche, partendo da quello che una volta era il servizio egemone per eccellenza (incredibile come possa cambiare tutto nel giro di poco tempo). Sebbene infatti Netflix possa contare su un numero di abbonati decisamente superiore alla media degli altri servizi di streaming a livello mondiale, va detto che negli ultimi tempi un numero sempre più considerevole di persone ha disdetto il contratto (parliamo a livello mondiale). Se volete la mia personalissima opinione (e se siete qui credo più che altro che ve la siete andata a cercare) il livello qualitativo medio della proposta di Netflix si è considerevolmente abbassato e soprattutto nella proposta di film di produzione originale si è raggiunta una certa stagnazione. Non bastano infatti i casi di Roma di Cuaron o la promessa del Messia Zio Martin Scorsese con il suo The Irishman a tenere alto il vessillo dei film targati Netflix. Il resto dei lungometraggi originali proposti sono nettamente di basso livello. Sulle serie anche devo ammettere di essermi trovato in difficoltà per diversi mesi, salvo per le sempre ottime produzioni animate che non hanno rivali. Certo, c’è il contratto di esclusiva di Ryan Murphy come garanzia di avere almeno uno show ogni anno di eccellente fattura, ma non credo basti.

La qualità media proposta dagli show di Amazon è fuori scala rispetto alla diretta concorrente. Queste serie sono infatti magari meno pubblicizzate (anche se cominciano a interessare sempre di più i media), ma per scrittura e per talenti coinvolti mantengono sempre un valore complessivo superiore. Amazon Prime Videos per certi versi sembra puntare alla qualità piuttosto che alla quantità, il che mi sembra una più che ottima direzione visto anche il costo così contenuto e considerato che include anche l’abbonamento a Prime per le spedizioni. Sul fronte lungometraggi originali la compagnia di Jeff Bezos punta soprattutto allo sviluppo di lavori per la sala e ha piazzato qui e lì delle opere niente male. Ah, per altro all’estero hanno anche un catalogo di cortometraggi e produzioni indipendenti, il che per un giovane regista come me non può che essere un plus. Il recente coinvolgimento di Neil Gaiman e lo sviluppo di piccole perle come The Terror, sottolineano un trend decisamente positivo per questa piattaforma.

I pochi talenti coinvolti in Apple tv+

I pochi talenti coinvolti in Apple tv+

Come un fulmine a ciel sereno si è manifestata anche la Apple con Apple Tv+, un’estensione potenziata del suo già esistente servizio streaming. Giusto per capirci, la compagnia della mela vanterà dei contenuti originali firmati tra gli altri da gente come Steven Spielberg, M.Night Shyamalan, J.J. Abrams, con star come Jennifer Aniston, Reese Witherspoon, Jason Momoa e tanti altri. Una notizia che per forza e prospettive mette la Apple sullo stesso ring e categorie delle sue dirette concorrenti e che contribuisce ad alimentare la guerra di cui sopra. Devo dire che per i nomi citati non ha praticamente rivali.

Solo vedendo questa immagine mi vengono addebitati i soldi dell’account.

Solo vedendo questa immagine mi vengono addebitati i soldi dell’account.

E siamo arrivati al quarto concorrente. Il più difficile da battere. Disney+ vanterà contenuti originali griffati Marvel, Star Wars, National Geographic e tutti i cataloghi relativi a precedenti produzioni con gli stessi nomi. Già solo questo farebbe tremare le ginocchia a chiunque. Non basta. La Disney acquista la Fox. Di conseguenza vuol dire avere anche tuuuuuutta la produzione passata e futura di tutte le sottocase di produzioni annesse a quel marchio. Ma tanto per dirne una, Disney+ permetterà di vedere qualsiasi episodio di tutte le stagioni dei Simpson. Sì, i Simpson. Rendiamoci conto, stiamo parlando di una compagnia che da sola vanta il 44% delle proprietà intellettuali della cultura pop contemporanea. Aggiungeteci a tutto questo le stesse produzioni Disney e quelle della Pixar (con anche dei nuovi show di animazione). Catalogo alla mano, non ci sarebbe storia. Il prezzo indicativo (americano) è poi davvero basso.

A queste grandi contendenti bisogna aggiungere Hulu, la Warner che attraverso HBO Go vuole emulare le sopracitate piattaforme, la già esistente Dc Universe (ancora inedita in Italia e credo tale rimarrà), Rakuten Tv e tantissime altre. Ma, va detto, queste rappresentano più degli spazzini dei rimasugli che verranno lasciati dai pesci più grandi che dei veri e propri competitor (anche se HBO vuol dire comunque le produzioni originali più forti degli ultimi 20 anni). Ecco, forse tra queste solo HBO Go potrebbe avere voce nelle battaglie a venire. Pensate solo alla possibilità di rivedere (legalmente, brutti maiali) Game of Thrones, Big Little Lies, i Sopranos, Westworld, The Leftovers e la futura serializzazione di Watchmen (speriamo sia il capolavoro che spero).

Please, be good!

Please, be good!

Insomma, la guerra delle piattaforme streaming è ancora agli inizi, ma già si possono intravedere i diversi approcci delle varie fazioni. Una cosa è certa, per i nostri portafogli saranno dolori, mentre ci aspetta una vera e propria festa per i nostri occhi, per la nostra mente e per i nostri cuori.

I've GoT to go - Il Trono di Spade è morto, lunga vita al Trono

SE NON HAI VISTO L’ULTIMO EPISODIO DI GAME OF THRONES, SAPPI CHE QUI CI SARANNO SPOILER, OVVIAMENTE

Ed è quindi successo. Game of Thrones è finito, concluso, terminato. La sua ultima puntata, come tutta l’ottava stagione, ha diviso pesantemente critica e pubblico, con gente soddisfatta e indignados sia da una parte che dall’altra.

Come ribadito nel precedente articolo, le scelte degli autori di quest’opera non sono a mio avviso contestabili. Sono loro infatti i custodi unici dei segreti e dell’essenza dei personaggi che ci hanno raccontato e quindi, come per Avengers: Endgame, Lost, Breaking Bad, Il Ritorno del Re, Chinese Democracy, How I met your mother e tutti i finali contestati che possono venirvi in mente, questa versione resta l’unica possibile.

Quello che vorrei esprimere è quanto Il Trono di Spade abbia lasciato un’eredità pesante e importante all’interno del panorama seriale contemporaneo (ma davvero?) e di diritto rientra nel novero di quei prodotti rivoluzionari della nostra epoca. Se infatti Il Signore degli Anelii, l’ultimo grande kolossal della Storia del Cinema, aveva riscritto da solo l’idea stessa del fantasy (e non solo) per gli anni a venire, la serie tv adattata dai libri di George R. R. Martin ha saputo unire sapientemente gli elementi delle migliori opere del momento per declinarli secondo quel genere fantasy che tanto faticava in tv. Per ceti versi potremmo dire che Got è stato il LOTR della tv. La sagacia di Peter Jackson fu proprio quella di guardare al genere fantasy con un occhio moderno, ma soprattutto parecchio in linea con il mezzo prescelto. Il risultato è stato puro Cinema. Allo stesso modo i celeberrimi David Benioff e Dan Weiss, showrunner della serie soprannominati non a caso D&D, hanno saputo mescolare gli stili e le caratteristiche della grande serialità televisiva con i tropi del genere. Game of Thrones è infatti stata spesso tacciata di essere una grande soap-opera con le spade e i draghi e tutto sommato io questa critica non l’ho mai capita. Già di base significa porsi in una posizione un po’ saccente, guardando dal basso tale genere, ma di fatto con l’intrattenimento seriale e in particolare con quello televisivo, si sta parlando di vera e propria arte popolare, quindi la soap non è per nulla qualcosa di “basso”. Il modo in cui sono state fatte le cose è sempre stato carico di stile, atmosfera e ottima scrittura.

A livello mediatico, mi viene in mente solo l’MCU, l’universo cinematografico Marvel, che abbia avuto una risonanza così forte in tutto il mondo. Parlando di numeri, per intenderci, il solo finale della serie, nonostante la polemica era ormai scattata già dalla terza puntata, ha fatto registrare il record assoluto di pubblico per la HBO, con ben 19,3 milioni di spettatori incollati allo schermo. Se a questi sommiamo tutti noi che non abbiamo accesso a tali canali e chi ha reperito la serie in altre maniere, stiamo parlando di un prodotto che ha conquistato l’attenzione di una fetta impressionante dell’Umanità. E questo già di per sé porta un’enorme responsabilità e difficoltà di gestione.

Petizioni, petizioni ovunque!

Petizioni, petizioni ovunque!

Ora, lo so, voi siete qui per sentirmi parlare o bene o male dell’ultima puntata. Devo dire che il compito è alquanto gravoso, ma per toglierci la patata bollente dalle mani dirò subito che il finale mi è piaciuto. Mi è piaciuto perché ho trovato tutto molto umano, dai personaggi alle conseguenze delle loro azioni. La grande forza della serie è sempre stata di sapere riportare all’umano situazioni che trascendevano il piano del credibile. Ho pensato che tutte le risoluzioni per ciascun personaggio siano state ben centrate. A livello di messa in scena, la puntata è stata emozionante, con delle interpretazioni che finalmente hanno raggiunto l’apice della stagione (insieme alla 8x05, perché so che mi odierete nel sentirmelo dire). La tensione, lo svolgimento e le risoluzioni sono state davvero coinvolgenti, e non ho mai perso il contatto con la narrazione per tutto l’episodio.

Detto ciò, in queste settimane di discussioni, petizioni, recriminazioni, scandali, lacrime, polemiche e forconi, ho capito fondamentalmente il mio personale problema con questa stagione e credo sia il vero problema della ricezione generale del pubblico. Mi sento infatti di dire che la critica comune a molti riguarda l’eccessiva repentinità di alcune scelte narrative e della generale impressione di voler correre verso la conclusione di questa storia. E devo dirvelo, avete ragione, abbiamo ragione! Se le ultime due stagioni fossero state scritte nel solito format della serie, con 10 episodi a testa, forse il risultato sarebbe stato molto più garbato e coerente con lo stile dell’intero prodotto. Ciò che è mancata soprattutto in questa stagione è stato lo svilippo orizzontale della narrazione. Come molti di voi sapranno, le serie, ma in realtà le storie in generale, quando sono ben realizzate si sviluppano su un piano orizzontale, che riguarda la trama principale e il suo intreccio, e tante altre trame “secondarie” dette verticali. Presi singolarmente gli episodi di questa stagione hanno tutti uno svolgimento in linea con la qualità generale della serie e molti mi hanno anche emozionato più di tanti altri. L’unica eccezione è stata la 8x04, che a mio avviso ha rappresentato davvero il punto più basso della serie, sia per alcune scelte narrativamente assurde e per una recitazione mai così macchiettistica (lasciamo perdere lo #StarbucksGate). Il vero problema a mio avviso dell’ottava stagione, sta nella gestione della narrativa orizzontale, e il punto massimo di questa mia teoria è rappresentato dalla 8x03, La Lunga Notte tanto attesa e temuta. Ci troviamo in un contesto fortemente metanarrativo, dato che la mia disamina parte da un concetto semplice: lo spettatore sa che mancano 3 puntate. Quella che doveva essere la vera minaccia e la vera storia di tutta la serie, viene risolta in un episodio sulla carta epico, purtroppo con serissimi problemi di codifica video (il famoso “nun se vede un kaiser”), che a parte in alcune trovate visive e in un paio di scene ben costruite, sa troppo di un’enorme occasione mancata. Le stesse morti che avvengono in questo episodio sono effettivamente troppo buttate lì e stra telefonate. Insomma, non in stile GoT! È pur vero che però arrivati a questo punto dobbiamo poter credere che i nostri protagonisti non siano più invincibili e invulnerabili, soprattutto in un conflitto così anticipato e pericoloso, però è sembrato tutto un po’ approssimativo e poco carico di pathos e tensione.

Sono convinto che con le giuste tempistiche avremmo digerito tutte le scelte degli sceneggiatori, a cominciare da quella che io ancora non riesco a digerire e capire. Anzi, sapete una cosa? Il problema non è nel capirla, ma nella credibilità di questa parte della storia, ovvero la storia d’amore tra Jon e Daenerys. Sempre per il discorso della metanarrativa o meglio in questo caso della lore di una proprietà intellettuale come questa, è ovvio che capiamo perché questi due dovrebbero stare assieme. Insomma, Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, e dai…i due personaggi più popolari…però è proprio nelle tempistiche di questa linea di trama che non riesco a credere. Questo problema porta con sé giocoforza anche tutti i suoi sviluppi, per cui gli stravolgimenti dell’ottava stagione della loro storia, si avvertono come incoerenti o poco credibili.

Non è però il caso dell’improvvisa follai manifestata dalla stessa Daenerys. No, in quel caso le ho creduto. Sono stato con lei, ho visto in quegli occhi tutte le peripezie che ha dovuto affrontare, ho visto quel suo sguardo a inizio puntata, senza trucco, smorta, spenta, quasi uno zombie. Ho visto che il personaggio che ho conosciuto a inizio della serie era morto. Le ho creduto.

Cioè, dai…

Cioè, dai…

Poi, signori cari, voglio sottolineare come nel finale mi sia davvero commosso a sentire le parole del buon Tyrion, balzato di diritto in testa alla mia classifica dei personaggi preferiti della serie. Perché in fondo è di questo che si è parlato finora, di quello che lui sottolinea nel suo toccante discorso, di Storie. E allora proviamoci ad approfondirle queste storie e vedrete che capiremo ancora meglio tutte le scelte che sono state fatte. Di come Jon Snow, nato Aegon Targaryen, cresciuto bastardo Stark, divenuto uomo come Guardiano della Notte, catturato in tutti i sensi dai Bruti, protettore della barriera, tradito dai suoi stessi compagni, morto e risorto per volere del Lord della luce, abbia infine salvato il mondo dalla minaccia della donna che ama (bah) e che tutti noi anche amavamo, per poi ritirarsi nella vergogna e nel pentimento a nuova vita oltre il mondo del Regno. La storia di Arya, che cercando per tutta la sua vita un modo per vendicarsi, ha scoperto che esistono tante altre cose per cui vale la pena vivere (sì, anche quello), e adesso naviga verso terre inesplorate. L’avventura di Sansa, che lamentandosi per un’intera serie, subendo l’impossibile e incassando tutti quei colpi è finalmente diventata la vera protettrice del Nord, come forse nemmeno Ned Stark poteva sperare. L’incredibile viaggio di Bran lo Spezzato, il protettore di tutte le storie. Colui che per primo aveva messo in moto l’intera storia di questa serie, proprio perché instancabile scalatore, doveva andare a ficcanasare dove forse era meglio rimanere cechi, proprio come noi spettatori che abbiamo da subito imparato le regole di questo show.

L’amore incestuoso e terribile tra Cersei e Jamie e i loro percorsi così diversi, ma tragicamente convergenti. Le terribili scelte che hanno compiuto e l’impossibile cammino di redenzione che hanno intrapreso a singhiozzo. La loro è la storia più miserabile e che in tal modo doveva finire (e lo dice uno che sperava tanto in un grande gesto eroico di Jamie). La trasformazione di Tyrion, da caustico e tragico commentatore del terribile mondo che non l’ha mai accettato, a saggio consigliere, uomo pieno sì di difetti, ma dotato della giusta forza per accettarli. Il suo pianto di fronte ai cadaveri de due fratelli ci racconta proprio questo. Nonostante tutto non poteva fare a meno di amarli, forse la colpa più grande che sentiva in petto.

Dolcini…

Dolcini…

E poi ci sono le storie di Bron, tagliagole ingaggiato come guardia del corpo, che ha finito col diventare il migliore nel suo campo. Brienne, confinata nella sua condizione femminile a non poter essere il guerriero che vorrebbe, e che invece diventa cavaliere, scopre l’amore e lo piange, ma resta fedele al più importante dei tanti giuramenti che ha fatto, quello con sé stessa.

La storia soprattutto di Daenerys, nata dalla tempesta, regina di etc etc. La ragazzina destinata a reclamare il suo trono tra le fiamme e la distruzione, la madre dei draghi che tanta strada ha dovuto fare e tanti nemici ha annientato lungo la via. La portatrice della rivoluzione tra le fiamme, la distruttrice di catene. L’ideologa per eccellenza che incarna la grande denuncia dell’intera storia, di come un’idea per quanto giusta possa sembrare, deve avere dei limiti, altrimenti porta a ciò che abbiamo visto. Tradita e pugnalata da tutti, ogni volta che ha tentato di fare quel passo in più, troppo oltre il limite dell’accettabile. Solo i folli e dei soldati senza anima potevano seguirla fino in fondo e così è stato. La sua è ovviamente la più tragica delle storie raccontate dalla serie.

Le vicende che hanno circondato quel Trono, che proprio nel finale viene distrutto dalla Magia, incarnata da Drogon, inutilmente tornata in quel mondo che non la riesce ad riaccettare, troppo preso com’è dalle vicende terrene tra uomini. Perché è anche questa la storia di Game of Thrones, la storia di un’umanità che non “crede” più a nessuna magia, né al ghiaccio della Morte e del Re della Notte, né al fuoco dei Draghi. E Daenerys, in fondo, non è che la rappresentazione dello stesso mondo che vorrebbe “liberare” tra le fiamme e la distruzione.

Ah e poi c’è Sir Davos, che ha tenuto fede alla propria fame di Re dei contrabbandieri. È riuscito infatti, nello stupore generale, a sopravvivere a tante di quelle battaglie, sgusciando tra uno scontro e l’altro. Insomma, contrabbandiere di sé stesso fino in fondo.

Ecco, lo sapevo, alla fine più che un’analisi è stata l’ennesima fanboyata, ma che ci volete fare. Sono un entusiasta e amo le Storie. Quindi scusatemi se ho pianto quando Tyrion ha pronunciato quelle parole, ma mi hanno fatto perdonare tutte le scelte discutibili di cui sopra.

Quindi arrivederci Game of Thrones. Non sai quanto godrò nel rivederti, puntata per puntata.

Gli Stark, veri protettori delle storie.

Gli Stark, veri protettori delle storie.

Il Gioco dei Troni & il finale impossibile

Vedete, io non credo che sarebbe potuta andare diversamente.

Di cosa sto parlando? Ma di Game of Thrones, ovviamente! La quinta puntata di questa ottava e ultima stagione (per i più nerd la 8x05) ha segnato un vero e proprio spartiacque tra i più accaniti sostenitori della serie e chi ormai non ne può più delle scelte dei due showrunner David Benioff e Dan Weiss. Per intenderci, sono addirittura partite delle petizioni per far riscrivere l’intera stagione o addirittura per imporre la “walk of shame” ai due sceneggiatori, rei a detta di questi sedicenti fan di aver rovinato lo show. Ma quando finirà questa ondata di ignoranza? Forse quando la smetteremo di pensare alle aspettative e torneremo a goderci ciò che abbiamo davanti.

È vero, anzi verissimo, la serie dalla settima stagione in particolare ha perso molto dello smalto iniziale. Dalla penultima stagione infatti ho iniziato a nutrire dei dubbi e delle ansie rispetto a dove stessero andando a parare i nostri impavidi showrunner. Non parlo della qualità complessiva dell’opera, ma di alcune scelte da un punto di vista puramente narrativo e della logica nelle decisioni di alcuni personaggi. Insieme a una sempre più crescente popolarità infatti, la serie si è dovuta difendere da critiche sempre più feroci, a cominciare, tanto per dirne una, dall’eccessiva velocità con cui adesso a Westeros si compiono certi viaggi una volta infiniti, o i famosissimi corvi raccomandata espressa, in grado di compiere la rotta di kessel in meno di 12 parsec (no one can). Devo però ammettere che non ho mai smesso di attendere ogni singolo episodio con trepidazione, di rivederne alcuni e in generale di restare ammaliato davanti a quella che dopo Breaking Bad è da considerarsi la serie evento di questa generazione.

Giorni di un futuro passato prossimo presente.

Giorni di un futuro passato prossimo presente.

Diciamoci la verità, sempre di una serie tv si tratta, e infatti come ogni serie a prescindere dalla qualità della stessa, arriva un momento in cui si manifesta maggiormente la sua natura. Il punto di riferimento è quello delle sit-com, per cui a un certo punto sopraggiunge un momento di stanca e si inizia a ragionare quasi da fan e meno da fruitori di un prodotto in sé. In alcuni casi si teme anche il celeberrimo “jump of the shark”, cioè quel momento all’interno della storia di una serie in cui si va davvero troppo oltre rispetto all’essenza del prodotto (questa espressione du resa celebre da un episodio famosissimo di Happy Days in cui, indovinate un po’, il nostro Fonzie letteralmente saltava con degli sci nautici uno squalo).

Ma tornando a noi, parliamo di uno degli eventi maggiormente discussi e sarò spoileroso: la morte di Cersei e Jamie Lannister.

<<Buon giorno, ssssignora!>>

<<Buon giorno, ssssignora!>>

Questi due personaggi, come ricordato dallo sterminatore di re nella 8x04, al momento dell’addio a Lady…ehm…al cav. Brienne, sono due esseri umani deprecabili e senza possibilità di redenzione. Una considerazione tragica per quelli che sono stati tra i protagonisti indiscussi di tutta la vicenda a Westeros. E sì, ovviamente tutti noi speravamo che il “buon” Jamie riuscisse a ripulire il proprio nome, magari in una grande scena madre epica ed eroica, ma davvero ci siamo dimenticati che serie stiamo guardando o cosa lui abbia fatto in precedenza? Game of Thrones è sempre stata spietata e terribile nei confronti dei buoni così come dei cattivi della sua storia. Il ricordo di Rob Stark è ancora vivido nel mio cuore, per non parlare di suo figlio che non ha mai visto la luce del sole. Oberyn Martell sta ancora cercando di capire cos’è successo, mentre Sansa ricorda benissimo tutto ciò che ha dovuto vedere e subire. TUTTO. E dico, voi, che guardate la stessa serie che vedo io, vi meravigliate che Jamie muoia così, ma soprattutto che Cersei faccia quella fine dopo una puntata passata a guardare dal balcone quel che si dice in città?

Il personaggio di Cersei ha dominato in lungo e in largo e in particolare dalla quinta stagione in poi ha assunto un ruolo centralissimo all’interno di tutta la vicenda della serie. Di momenti epici, tremendi, brutali, focosi, tristi e drammatici ne ha vissuti e ce ne ha fatti vivere molteplici. Cosa poteva aggiungere questo personaggio dopo la 6x10? E dopo la bellissima scena della 7x03 con il terribile destino di Elaria Sand e sua figlia? Volevate una fine più telefonata e canonica? Ma davvero? Non meritavano di morire in maniera miserabile e triste come le loro ripetute scelte e azioni? Siamo seri…

Che non ve basta?

Che non ve basta?

Venendo a un’altra questione spinosissima, il turn di Daenerys ha non tanto dell’incredibile, ma è stato tacciato di eccessiva repentinità. E sapete una cosa? Avete ragione.

Avete ragione perché il suo personaggio non ha subito le peggiori torture psicologiche e fisiche tipiche del mondo raccontato da Georgino Martino. No. Non le è stato perennemente ricordato il destino che avrebbe dovuto primo o poi acciuffare. Non ha subito tradimenti, offese, opposizioni politiche e non. Ma soprattutto non ha dovuto dire addio forse all’unico uomo che poteva starle accanto (sì, sono un Daario Naharis aficionados). Quello che voglio dire è che uno dei problemi principali in una serie e in particolare una così nutrita di personaggi e retroscena come questa, non si può arrivare all’ultimo momento alla festa e dire che fa schifo. La cosa tremenda dello spettatore medio è che dimentica anche le cose accadute poco tempo prima. Daenerys ha dovuto dire addio a due dei suoi alleati più fedeli e intimi come Ser Jorah Mormont (re della friendzone, come dice il baldo @TheWalkingRec) e la bellissima Missandei. Come se non bastasse il tradimento che fa partire tutto nella stupenda 8x05 è proprio quello del suo amore, John Snow. E qui voglio spezzare una lancia in favore dei detrattori.

Un   John   Snow   poco prima di aggiungere al suo repertorio di dialogo un bel &lt;&lt; Oh, Fuck!&gt;&gt; , dopo averci regalato ore ed ore di soli &lt;&lt; You’re my Queen.&gt;&gt;

Un John Snow poco prima di aggiungere al suo repertorio di dialogo un bel <<Oh, Fuck!>>, dopo averci regalato ore ed ore di soli <<You’re my Queen.>>

Sì, la storia d’amore tra i due rappresenta una delle svolte narrative più fuori luogo a mio avviso dell’intera serie. Pretestuosa, incestuosa (e vabbè), fan-service e da soap-opera. Ma il punto secondo me è che abbiamo iniziato a uscire fuori dalla suddetta festa. Non stiamo più vivendo le vicende della serie dall’interno, sospendendo la nostra incredulità. No, purtroppo è successo quello che succede quando un prodotto audiovisivo si fa troppo popolare. Un altro esempio nostrano? Gomorra - la serie. Da quando è diventato di moda parodizzare questo enorme evento nel panorama italiano che è stata ed è questa serie tv, la stessa è cambiata, adattandosi a un diverso contesto di pubblico. Purtroppo in questo caso il fattaccio è avvenuto già dopo la prima stagione, sancendo a mio modestissimo gusto, un notevole calo nella qualità e nel messaggio generale del prodotto. Ma torniamo a noi.

Ed eccola qui, quando non faceva figo darle della pazza.

Ed eccola qui, quando non faceva figo darle della pazza.

Con la 8x05, Got riprende tutte le grandi scelte artistiche, narrative e di messaggio che ne hanno resa la serie per eccellenza della nostra epoca. I dialoghi in particolare e le scene di solo dialogo sono talmente esplicative del senso alla base di tutta la storia da rinvigorire un comparto visivo mai come in questo caso superbo. Ripeto, mai! La 8x03 c’ha provato, ma a mio avviso ha fallito sopratutto per l’aspetto meta di quella specifica puntata. Trattandosi infatti della metà di questa ultima stagione, il pathos e la preoccupazione che lo spettatore può provare per i suoi beniamini non può mai raggiungere il livello di quest’ultima puntata. Per giunta la 8x05 è talmente GoT, che come da tradizione, essendo la penultima di stagione (e in questo caso dell’intera serie), è il momento più drammatico e pieno di colpi di scena della stagione.

Dai   Tyrion ,  portaci la Democrazia! So che puoi farcela! (ecco la mia previsione)

Dai Tyrion, portaci la Democrazia! So che puoi farcela! (ecco la mia previsione)

Il punto a cui voglio arrivare, esplicitato soprattutto nel titolo di questo pezzo, è che davvero non riesco ad immaginare un finale per questa storia. Più che speculare (e questo lo lascio a voi nei commenti sia su Facebook che qui sul sito) vorrei solo sottolineare questa sensazione con un’affermazione: ma quando mai vie è capitato di attendere un finale di una storia e non avere la minima di idea di come possa andare a finire?

È successo quest’anno con Avengers: Endgame, verissimo. Succederà per molti con Star Wars: The Rise of Skywalker (io non vedo l’ora). Vi invito a godervi il finale di GoT in quanto tale e ricordandovi che comunque vada, gli Autori hanno sempre ragione e voi torto. Qualsiasi sia la storia.

A maggior ragione quando, come in questo caso, l’esito appare così incerto da sembrare impossibile da decifrare. Così come sarà impossibile soddisfarvi, temo.

Oscar 2019 - vincitori e vinti

E così anche quest’edizione degli Oscar è stata archiviata e abbiamo la lista completa dei vincitori e degli “sconfitti”.

Quella di quest’anno è stata una serata particolare degli Academy Awards e per diversi motivi. È stata infatti la prima edizione priva di un vero e proprio presentatore unico, a seguito del passo indietro di Kevin Hart dalla conduzione dopo lo scandalo scoppiato in seguito al “ritrovamento” di alcuni suoi tweet particolarmente poco eleganti e con continui riferimenti omofobi. Le altre due sostanziali novità o motivi di interesse di quest’anno sono stati sicuramente rappresentati dalla candidatura di Black Panther a miglior film (e a diversi altri premi) e soprattutto la massiccia presenza di Netflix, con ben 15 nomination(s). Due particolari quest'ultimi che sottolineano come l’industria stia cambiando e di come gli Oscar, da sempre termometro vero per il cinema mondiale, raccontino di un panorama in evoluzione. Lenta, ma pur sempre evoluzione.

In definitiva posso dire che quest’anno a far “discutere” siano state più le nomination che gli effettivi vincitori. Le scelte dell’Academy sono state infatti grossomodo molto classiche e politicamente corrette per così dire. Come ogni anno, va detto, non hanno vinto proprio tutti i favoriti (no pun intended) o i film e artisti universalmente riconosciuti come migliori dei compagni di categoria. Ma ciancio alle bande e osserviamo la lista delle nomination con i vincitori evidenziati:

  • Miglior film
    Black Panther 
    BlacKkKlansman 
    Bohemian Rhapsody 
    La favorita
    Green Book 
    Roma 
    A Star is Born 
    Vice

  • Miglior regia
    Spike Lee, BlacKkKlansman
    Paweł Pawlikowski, Cold War
    Yorgos Lanthimos, La favorita
    Alfonso Cuarón, Roma
    Adam McKay, Vice

  • Miglior attrice protagonista
    Yalitza Aparicio, Roma
    Glenn Close, The Wife
    Olivia Colman, La favorita
    Lady Gaga, A Star Is Born
    Melissa McCarthy, Copia originale

  • Miglior attrice non protagonista
    Amy Adams, Vice
    Marina de Tavira, Roma
    Regina King, Se la strada potesse parlare
    Emma Stone, La favorita
    Rachel Weisz, La favorita

  • Miglior attore protagonista
    Christian Bale, Vice
    Bradley Cooper, A Star Is Born
    Willem Dafoe, At Eternity’s Gate
    Rami Malek, Bohemian Rhapsody
    Viggo Mortensen, Green Book

  • Miglior attore non protagonista
    Mahershala Ali, Green Book
    Adam Driver, BlacKkKlansman
    Sam Elliott, A Star Is Born
    Richard E. Grant, Copia originale
    Sam Rockwell, Vice

  • Miglior film straniero
    Capernaum (Libano)
    Cold War (Polonia)
    Never Look Away (Germania)
    Roma (Messico)
    Shoplifters (Giappone)

  • Miglior film d’animazione
    Gli Incredibili 2 
    Isle of Dogs
    Mirai 
    Ralph Spacca-Internet 
    Spider-Man: Un nuovo universo

  • Miglior corto d’animazione
    Animal Behavior
    Bao
    Late Afternoon 
    One Small Step 
    Weekends

  • Miglior sceneggiatura originale
    La favorita
    First Reformed 
    Green Book 
    Roma 
    Vice

  • Miglior sceneggiatura non originale
    The Ballad of Buster Scruggs 
    BlacKkKlansman 
    Copia originale
    Se la strada potesse parlare
    A Star is Born

  • Miglior colonna sonora originale
    Black Panther 
    BlacKkKlansman 
    Se la strada potesse parlare
    Isle of Dogs 
    Il ritorno di Mary Poppins

  • Miglior canzone originale
    All the Stars – Black Panther 
    I’ll Fight – RBG 
    The Place Where Lost Things Go – Il ritorno di Mary Poppins 
    Shallow – A Star is Born
    When A Cowboy Trades His Spurs For Wings – Ballad of Buster Scruggs

  • Miglior montaggio
    BlacKkKlansman
    Bohemian Rhapsody
    La favorita
    Green Book
    Vice

  • Miglior fotografia
    Cold War 
    La favorita
    Never Look Away 
    Roma 
    A Star is Born

  • Miglior scenografia
    Black Panther 
    La favorita
    First Man 
    Il ritorno di Mary Poppins 
    Roma

  • Miglior costumi
    The Ballad of Buster Scruggs 
    Black Panther 
    La favorita
    Il ritorno di Mary Poppins Returns 
    Maria Regina di Scozia

  • Miglior effetti speciali
    Avengers: Infinity War 
    Christopher Robin 
    First Man 
    Ready Player One 
    Solo: A Star Wars Story

  • Miglior trucco
    Border 
    Maria Regina di Scozia
    Vice

  • Miglior editing sonoro
    Black Panther 
    Bohemian Rhapsody
    First Man 
    A Quiet Place 
    Roma

  • Miglior mix sonoro
    Black Panther 
    Bohemian Rhapsody 
    First Man
    Roma 
    A Star is Born

  • Miglior cortometraggio
    Skin 
    Detainment
    Fauve
    Marguerite
    Mother

  • Miglior corto documentario
    Black Sheep 
    End Game 
    Lifeboat 
    A Night at the Garden 
    Period. End of Sentence

  • Miglior documentario
    Free Solo 
    Hale County 
    This Morning, This Evening 
    Minding the Gap
    Of Fathers and Sons 
    RBG

Si è tutto concentrato intorno agli stessi film, tutto sommato, eccezion fatta per le sorprese come Copia originale. Come pronosticato dal sottoscritto (è arrivato il divino Otelma) la questione Netflix si sarebbe “tutta” giocata sul miglior film straniero. Della proclamazione di Roma in questa categoria e la sua contemporanea a miglior film si è fatta diversa dietrologia, e in effetti questo escamotage è servito a liberarlo dal peso della statuetta più ambita. Consacrare Netflix avrebbe significato dare uno scossone netto all’industria e prendere una posizione in merito all’incalzante crisi della sala cinematografica come luogo unico di quest’arte. In precedenza sono stati il festival di Cannes e di Venezia a prendere una netta e polarizzata posizione in merito, con la competizione francese in netta opposizione e quella italiana invece che ha accolto la novità. Sugli Oscar di quest’anno gravava quindi il peso di dover in qualche maniera orientare in una direzione o nell’altra, e a conti fatti si è scelto di non scegliere, di lasciare uno spiraglio per entrambe le prese di posizione. Premiare così profusamente Alfonso Cuarón, oltre che a mantenere una linea politica ben chiara, essendo insieme ai suoi amigos il quinto regista messicano premiato negli ultimi sei anni, sottolinea come l’Academy abbia riconosciuto enormi meriti artistici a Roma e quindi a Netflix, ma che questo non basti a decretare l’effettivo e definitivo cambio di rotta dell’idea di Cinema. Infatti si è scelto come miglior film una bellissima pellicola (la cui recensione trovate qui https://www.ilgrigio.net/tra-il-bianco-e-il-nero/2019/2/9/green-book-di-peter-farrelly ), ma dall’appeal molto classico. Una tipologia di scelta condivisa anche per le altre categorie e che non fa arrabbiare nessuno (o quasi).

Caro Rami, ti rispetto solo per aver conquistato la tua collega e per aver arricchito la cerimonia con la sua magnifica presenza. Sono ancora arrabbiato con te…

Caro Rami, ti rispetto solo per aver conquistato la tua collega e per aver arricchito la cerimonia con la sua magnifica presenza. Sono ancora arrabbiato con te…

Identificare un vincitore unico di questa edizione è impossibile, o meglio in teoria ci sarebbe, ma è talmente scialbo e fuori luogo da risultare solo e soltanto mera operazione di propaganda. Sto parlando di Bohemian Rhapsody, che si è aggiudicato ben quattro Oscar e soprattutto il premio al miglior attore protagonista con Rami Malek. Che questo film potesse aggiudicarsi i premi tecnici relativi al suono può avere senso, per quanto si tratti di un’analisi molto grossolana, ma la cosa che mi ha stupito di più è stato il premio al montaggio. Ero convinto e forse in fondo ci speravo più per affetto, che il premio sarebbe andato a Vice e invece…In generale comunque con il premio a Malek si è trattata di una vera e propria esaltazione di un film che francamente trovo molto discutibile. Il successo commerciale ne ha evidenziato l’enorme potenziale indubbiamente, ma come nel caso del suo protagonista credo si sia trattata di una scelta puramente propagandistica. A tal proposito entrambi i film “musicali” di questa edizione pur ricevendo diverse candidature non hanno raccolto a mio avviso in maniera equa. A star is born forse avrebbe meritato qualcosina in più, ma d’altra parte fatto salvo per la statuetta a miglior canzone per Lady Gaga, mai veramente messa in discussione, la sua candidatura a miglior attrice era pura fantascienza. Peccato soprattutto per Bradley Cooper, qui alla sua miglior prova attoriale e a un grande esordio alla regia.

&lt;&lt;Ma io volevo l’altra statuetta!!!&gt;&gt;

<<Ma io volevo l’altra statuetta!!!>>

Si è detto di Roma e della sua esaltazione a metà. In effetti si è trattato di uno degli sconfitti in parte di questa edizione, ma va ricordato che con i premi alla regia e alla fotografia, Cuarón è diventato il primo artista ad aggiudicarseli contemporaneamente. In tal senso questo film ha tolto la giusta attenzione a un’altra pellicola che a mio avviso ha preso i famosi “schiaffoni” in questa edizione. Il premio a miglior attrice protagonista per Olivia Colman ha infatti salvato La Favorita da una vera e propria debacle. Se si pensa come la sua meravigliosa e disturbante performance sia stata preferita alla quasi certa vittoria di Glenn Close, che in coppia con Amy Adams vive ormai un puro dramma Di Capriano, si capisce quanto importante sia stata la scelta in favore de La Favorita. Come a dire: <<scusateci, ma possiamo darvi solo questo “contentino”, però dai…>>

Questi due film erano probabilmente i veri contendenti nei cuori dei cinefili più accaniti e a ragion veduta, e avevano conquistato ben dieci nomination a testa. Nel caso del film di Lanthimos ha sorpreso come non sia stato preferito per alcune categorie tecniche, dove obiettivamente spiccava rispetto alla concorrenza. Per certi versi è come se entrambi i film si fossero contesi idealmente le statuette che contano, salvo poi veder sfumare quella speranza per entrambi.

Mi è dispiaciuto, e già ho avuto modo di sottolinearlo, per Vice, ma obiettivamente si tratta di un film troppo scomodo e poco “da Oscar”. Christian Bale ha provato la carta “Gary Oldman” calandosi perfettamente nei panni di Dick Cheney, ma davanti al potere della candidatura di Rami Malek e del suo Fredd(o)y Mercury , nulla ha potuto. In questa categoria poi, se proprio devo dirlo, l’unico che avrebbe meritato era Viggo Mortensen, e sarebbe stata una sacrosanta consacrazione a un artista gigantesco fin troppo ignorato. In coppia con Vice, l’altro sconfitto-ma-tutto-sommato-non-è-che-ci-credeva-poi-tanto è stato Spike Lee con il suo Blackkklansman. Per il leggendario regista di Brooklyn si è trattato comunque della prima statuetta competitiva, vincendo alla miglior Sceneggiatura adattata, il che è sempre meglio del premio al trucco e parrucco di Vice, che sa tanto di beffa.

Venendo alla questione Black Panther, che dire, ha vinto dei premi sì minori, ma che sottolineano come si sia trattato innanzitutto di un premio all’intera Marvel per i dieci anni del suo universo condiviso e la stessa candidatura a miglior film non può che rappresentare solo e soltanto un omaggio. Per giunta andava esaltato in quanto una bellissima produzione tutta o quasi afro-americana, nell’anno in cui sono stati premiati più artisti di colore di sempre. Entrambi i premi a miglior attore non-protagonista e la stessa vittoria di Spike Lee vanno in questa direzione.

E non era meglio  Viggo  lì a sinistra? No? Sto diventando un conservatore…

E non era meglio Viggo lì a sinistra? No? Sto diventando un conservatore…

Quindi era prevedibile e giusto che a vincere il premio più ambito fosse Green Book, così come sacrosanta è stata la vittoria di Maershala Ali, sebbene sorprenda per il poco tempo trascorso dalla sua vittoria per il detestabile Moonlight. Il film di Peter Farrelly è come detto molto classico e permette allo stesso tempo all’Academy di fare una scelta in favore di un tema di grandissima attualità, senza sbilanciarsi estremamente.

In chiusura non posso che sottolineare una delle vittorie che più mi ha esaltato sebbene ampiamente pronosticata, ovvero quella di Spiderman: Un nuovo universo a miglior film di animazione. Si è parlato tanto di questo meraviglioso gioiello, ma forse non ancora abbastanza. C’è chi potrebbe vedere anche in questo caso una scelta politica, grazie all’introduzione al grande pubblico del giovane Miles Morales (nero, ispanico, con lo zio malvivente), ma sebbene sia innegabile la strizzatina d’occhio a tali tematiche, l’operazione è fatta con un garbo encomiabile. Tra lui e Black Panther non ho dubbi su chi preferisca come araldo del genere cinecomic.

Ah e volevo approfittarne per mandare un abbraccio a Damien Chazelle, che ha appena scoperto cosa si prova a essere Christopher Nolan

E voi? Avete fatto le scommesse? Ne avete vinte? Dove eravate mentre venivano proclamati i vincitori?

Per pura trasparenza non richiesta vi posterò i miei pronostici rigorosamente pre-Oscar.

Sceneggiatura originale: Vice

Sceneggiatura adattata: La Ballata di Buster Scruggs

Vfx: Avengers Infinity War

Sonoro: Roma

Montaggio sonoro: Bohemian Rhapsody

Scenografie: La Favorita

Miglior canzone: Shallow

Colonna sonora: Black panther

Trucco e parrucco: Maria Regina di Scozia

Film straniero: Cold war

Montaggio: Vice

Costumi: La Favorita

Fotografia: Roma

Regia: Lanthimos

Animazione: Spiderman: un nuovo universo

Attrice non protagonista: Rachel Weisz

Attore non protagonista: Maershala Ali

Attrice protagonista: Olivia Colman

Attore protagonista: Viggo Mortensen

Miglior Film: Green Book

Yassssss!

Yassssss!

Cosa racconta il successo di Bodyguard (UK)

Di recente ho avuto modo di recuperare questa bellissima serie su Netflix e devo dire ne sono rimasto molto colpito.

Bello like the Sun.

Bello like the Sun.

Bodyguard è uno spy-thriller politico di grande effetto, magistralmente girato e interpretato. Il protagonista indiscusso della serie è il sergente David Budd, che ha il bellissimo volto di Richard Madden, il compianto Robb Stark de il Trono di Spade (e che nessuno mi parli di spoiler, se non avete visto le Nozze Rosse siete voi i criminali!). Qui Madden interpreta uno spigoloso reduce di guerra britannico, dall’evidente sinrdome post traumatica da stress e alle prese con la sua vita familiare in bilico. Ce ne accorgiamo da subito, il suo è un personaggio dalle tante sfumature e assolutamente poco “piacevole” a primo acchito, con quell’accento così marcato e gli evidenti problemi con alcool e che tanto facilmente si lascia sopraffare dalla rabbia. Eppure non possiamo fare a meno di interessarci a lui e allo strano destino della sua storia. David si troverà a sventare da solo un attacco terroristico, con il solo super potere di un’enorme umanità. Da lì in poi si muoveranno le intricate trame della serie, il cui incipit principale risiede nel fatto che il nostro ex-militare viene assegnato come guardia del corpo personale dell'ambizioso Ministro dell'Interno Julia Montague, la cui politica rappresenta tutto ciò che disprezza.

La serie giunta in Italia su Netflix è un prodotto dal ritmo marcatamente british e quindi non troppo incalzante. Eppure tiene incollati allo schermo, con la sua trama complessa e dalle diverse sfumature. I temi trattati sono tosti e senza mezzi termini. La sensazione generale è che non ci sia nessun personaggio particolarmente piacevole o positivo. In questo senso Bodyguard racconta benissimo il clima di Londra e del Regno Unito. Fa impressione pensare che una serie così tosta sia un prodotto della BBC, per intenderci la Rai inglese. Un thriller che non fa sconti da una parte e dall’altra. Un paese quello descritto che come il suo protagonista è scostante, diffidente, dedito al dovere e dalle profonde ferite. La contemporaneità schiava del terrorismo e il clima mondiale divisivo sono i veri protagonisti di questa storia, il tutto in un clima politico altrettanto divisivo e ricco di terribili intrighi.

Anche lei niente male.

Anche lei niente male.

Insomma, proprio come David Budd, l’Inghilterra è un personaggio difficile in questo momento. Un soldato dal passato glorioso e in grado ancora di compiere grandi gesti eroici, ma terribilmente ferito così in profondità, che quando questi dolori riemergono lo fanno con una violenza scostante. Ne emerge un lato umano straripante in tutte le sue sfumature e accezioni, incontrollabile e doloroso che rende la narrazione intricata e la caratterizzazione dei personaggi interessante e seducente. La cosa che mi ha colpito di più è come la serie si snodi in una sequenza di eventi inaspettati e a volte duri da digerire, con un coraggio e una consapevolezza lodevoli.

Una storia in cui si intrecciano vicende private, politica, sicurezza nazionale, terrorismo, l’identità di un paese, gli errori del passato e tante altre sfaccettature di un racconto dai toni action, thriller, spy, che non ha paura di rovesciare la prospettiva e passare dal grande al piccolo. Innumerevoli sono le riflessioni personali di David e Julia, protagonisti e rappresentanti di due schieramenti e molteplici posizioni.

Quindi, cosa racconta il successo di questa serie (e, si spera, dei suoi seguiti)?

Racconta che il clima di chiusura politica e sociale globale si riflette inevitabilmente e in maniera evidente sul nostro immaginario, ma che per fortuna la società globalizzata e iper-connessa dei nostri tempi può ragionare su questi temi attraverso il magnifico dono della narrazione e della fiction (non quella Rai…vabbè dai, anche quella). Il messaggio che scaturisce da Bodyguard, o almeno quello che il sottoscritto ha voluto leggere in essa, è che nel comprimersi la società inglese (specchio in questo caso di tutte le altre società civili) non deve chiudersi, ma piuttosto ragionare su sé stessa. È tempo di andare in terapia, gente! In questo caso, che un paese intero analizzi il proprio passato per capire il proprio futuro e codificare il presente. Se poi lo si fa producendo prodotti così finemente costruiti e veicolati, allora c’è sicuramente più gusto.

Hanno provato anche a imbruttirlo, ma…

Hanno provato anche a imbruttirlo, ma…

Il punto è che questo tipo di narrazione sarebbe congeniale a qualsiasi paese culturalmente ed economicamente avanzato e permetterebbe di produrre contenuti fruibili e interessanti oltre che di riflettere sulla situazione attuale in cui versa il nostro mondo. E no, non mi si venga a dire che certe storie, certi soggetti, un certo modo di raccontare, sia un’esclusiva dei paesi anglosassoni. È una scusa dietro la quale ci siamo nascosti troppo a lungo. Abbiamo i mezzi, abbiamo le professionalità e adesso dopo tanti anni ad osservare gli altri abbiamo anche le indicazioni da seguire. Più che una lamentela il mio vuole essere un augurio, affinché si capiscano le reali potenzialità di quella che comunemente chiamiamo “solo tv”.

Il mio primo cortometraggio - Episodio III

La vendetta del finale non-finale

(di solito è quello che tutti odiano)

E quindi eccomi qui, con una produzione da far partire, con un Master da affrontare e la sceneggiatura del corto da rimaneggiare ancora e ancora e ancora…

A volte la vita va così, dal nulla assoluto di mille decisioni e immobilismo da cui divincolarsi, a un’occasione da non poter bruciare che arriva nel momento in cui probabilmente sei meno propenso a sfruttarla. Lo so, suonerà come una lamentela di un bambino frignante che non riconosce la fortuna che gli è capitata, ma penso comprenderete la tensione che mi piombò addosso.

Comunque sia senza perdermi poi troppo d’animo mi misi sotto e lavorai la sceneggiatura. In tutto credo che di Corduroy ci siano state più o meno una decina di stesure sia del soggetto che della sceneggiatura e ognuna con la sua peculiarità. All’inizio era una storia molto più horror, con elementi anche sovrannaturali in alcune versioni, ma piano piano si andava assestando verso la sua forma definitiva.

Ovviamente ero anche assai preso dal Master che avevo iniziato e infatti ho avuto non poca difficoltà a districarmi tra gli altri vari lavori che incombevano. È sempre molto difficile spiegare il tempo di cui si ha bisogno per scrivere e soprattutto la condizione mentale necessaria per essere produttivi in tal senso. Ma, come già detto sopra, e per citare il mio eroe Batman (nella sua versione Lego): <<La vita non ti da cinture di sicurezza!>>.

La cosa peggiore oltre alla grande porzione di tempo che il Master si prendeva, è stato il clima di follia in cui mi immergeva giorno dopo giorno. Non scenderò nel merito, ma chi c’era sa a cosa mi riferisco. Insomma, non ero “in the right place” per preoccuparmi del mio debutto alla regia, eppure i mesi iniziarono a scorrere veloci. Inizialmente avevo immaginato di poter sfruttare la vittoria del bando e la produzione in corso per poter realizzare un lavoro di fine anno del master e quindi fare una vera e propria co-produzione. Purtroppo però al Master non erano d’accordo e così sentivo di aver perso una grossa occasione per fare le cose ancora più in grande (sì, è una vera e propria malattia, lo so). Fortunatamente durante questo percorso ho avuto il piacere di conoscere delle persone che subito si sono fatte avanti per darmi una mano. Il primo è stato un professore, un tutor, il quale grazie al suo interessamento è stato in grado di darmi la sicurezza di un’organizzazione tecnica e quindi del materiale da utilizzare per girare. Sembra un’assurdità in un’epoca in cui è diventato così semplice reperire mezzi tecnici, ma vi assicuro che con i tempi che stringono e dovendomi occupare di vari aspetti della produzione, questa cosa stava diventando un’ossessione. Dopo di che devo dire che i ragazzi e colleghi che ho conosciuto sono diventati una risorsa importantissima nella crescita del progetto, nonché dei veri amici. Insomma finalmente le cose iniziavano a ingranare.

Sembra assurdo ora riassumere tutto quest’anno passato al Master in queste poche righe, ma davvero non voglio dilungarmi tanto sugli aspetti quotidiani, ma solo sulla storia del progetto del corto. Grazie sempre al mio tutor ho potuto reclutare parte del resto della squadra per girare, quei ruoli di cui diciamo non mi sarei potuto occupare da solo a causa della mia inesperienza. Lo ringrazierò sempre, perché mi ha dato modo di conoscere delle persone e dei professionisti squisiti, con cui spero di collaborare anche in futuro. Il resto della troupe l’ho reperita grazie alle conoscenze di famiglia, per cui non ho avuto molti problemi. In oltre con gran parte di loro avevo da poco collaborato per il pilota de La famiglia Quozzo di e con Maria Bolignano (la divertentissima serie che potete seguire ogni martedì su facebook e IG tv, bestiche!). Insomma, la troupe c’era, le varie maestranze coperte, il cast pure aveva preso forma e avevo anche come girare. Mancavano sostanzialmente due cose fondamentali e che mi hanno preso gran parte del tempo una volta finita l’ennesima stesura della sceneggiatura: le date del set e le location.

Niente di troppo difficile, no?

More on that later…

Lo Spettatore onnipotente

È in corso una vera e propria rivoluzione nel mondo della produzione audiovisiva. Netflix e tutte le altre piattaforme di contenuti streaming stanno guadagnando sempre più spazio nelle gerarchie della produzione cinematografica mondiale. Come se non bastasse la semplice osservazione delle abitudini dello spettatore medio, adesso anche i festival reagiscono alla cosa chi in un modo o nell’altro come i recenti esempi di Cannes e Venezia. La discussione si è accesa nel momento in cui Netflix e compagnia sono piombati sul mercato cinematografico forti di grandi budget, imponendosi anno dopo anno con i propri prodotti originali. Lungi da me però voler intavolare un discorso del tipo “i servizi streaming sono cattivi” oppure “progresso sì, ma vuoi mettere con la pellicola?”. Quello di cui voglio parlarvi oggi è l’evidente adeguamento della figura dello spettatore nel panorama multimediale dei nostri tempi.

Ve lo ricordate come funzionava una volta? Come seguivamo le serie tv? Eravamo vincolati agli orari dei palinsesti, quando non si potevano registrare (rimpiango ancora tutte le vhs di Batman che non trovo più). Sottolineo l’ovvio, ma indubbiamente in questo la rivoluzione dei servizi streaming e dell’on-demand è andata talmente oltre da diventare sistema. Questa è stata sicuramente la prima tappa di quel meccanismo che ha portato lo spettatore/fruitore al centro dell’obiettivo, forse per la prima volta nella storia della produzione audiovisiva popolare. Mai come in quest’epoca infatti lo spettatore è IL fulcro del meccanismo, complice anche e soprattutto lo spazio dato dalla rete. Oggigiorno il fruitore è in grado non solo di ricevere informazioni un tempo a solo appannaggio dei giornalisti più in gamba, ma la sua reazione a qualsivoglia dettaglio sulla produzione può ormai influenzare la stessa in modi imprevedibili. Credo sia avvenuta una vera e propria evoluzione del modello di marketing in tal senso, che ha spostato lo spettatore dal ruolo di terminale del prodotto a vera e propria testa del serpente.

Sia santificato il tuo nome!

Sia santificato il tuo nome!

A livello subliminale la possibilità di creare il proprio palinsesto personale o di modificare a proprio piacimento i momenti della fruizione, unita al maggior numero di informazioni a cui ha accesso, ha permesso allo spettatore di metabolizzare questo shift e sentirsi quindi in diritto e soprattutto in dovere di poter influenzare i processi produttivi. Per farla breve, ti prendi il dito con tutta la mano. Il problema è che non sembrano esserci più dei limiti rispetto alla credibilità e a una netta distinzione dei ruoli. Il fine ultimo di un prodotto è chiaramente il suo fruitore, ma grazie ai nuovi canali grazie ai quali lo spettatore si fa sentire, si permette di essere eccessivamente influente. Il problema è che tutto questo va a discapito di una sola figura a mio parere: dell’Autore.

L’artista non è niente senza il proprio pubblico, questo è evidente, ma in una logica produttiva ormai la figura degli autori ha perso sempre più nel tempo la propria posizione di forza. Credo che questo assunto per altro valga tanto per le produzioni popolari che per il cosiddetto cinema d’autore. In fondo pensateci, anche quello è diventato in parte sistema, con tutti i crismi del caso, e per certi versi inserito in un mercato di riferimento non così tanto di nicchia come un tempo. Ora, grazie alla molteplicità dei canali con cui raggiungere questo pubblico, è chiaro come quel famoso shift di cui parliamo appaia evidente. In una così vasta gamma di offerta l’unico modo per saltare all’occhio è dando al pubblico qualcosa che vuole. Magari è una critica eccessivamente lamentosa la mia, ma mi sembra che la tanto agognata globalizzazione abbia trasformato anche il mondo dell’audiovisivo in un grosso supermercato.

Ed è proprio qui che secondo me avviene il grande cortocircuito che inevitabilmente ha portato alla famosa crisi del cinema inteso come luogo, la sala cinematografica. La chiave sta tutta nella mancata responsabilizzazione dello spettatore. Tutto gli è dovuto: si crea il proprio palinsesto; può vedere i contenuti che più gli aggradano ovunque voglia; può decidere di snobbare dei titoli semplicemente leggendo le mille recensioni che ci sono online; qual ora decidesse comunque di recarsi al cinema gli vengono offerti tutti i confort del caso nelle famose multisale, che devo ammettere hanno sempre più a che vedere con ciò che esula l’andare al Cinema. Insomma per farla bene credo che lo spettatore sia fin troppo coccolato e sapete cosa da in cambio? Minacce. Lamentele. Boicottaggi.

Ehssi, perché l’effetto peggiore che sta avendo questa combo letale di Internet+eccessiva attenzione, sta proprio nella considerazione che ha lo spettatore del proprio potere. La propria opinione (e qui si potrebbe copiaincollare per qualsiasi altra categoria di discussione) viene sbattuta in faccia a chicchessia, senza troppi complimenti. Lo spettatore si sente in diritto e talvolta anche in dovere di denunciare una cattiva scelta di casting, un adattamento dissacrante del proprio libro preferito, un’ambientazione sbagliata, insomma di commentare le informazioni su una produzione cinematografica, anche molto tempo prima che questa sia veramente iniziata. Ora, siamo d’accordo, probabilmente è sempre stato così solo che con la rete adesso è possibile allargare la propria finestra in modo da essere ascoltati maggiormente, ma il problema è che fin troppo spesso le produzioni appaiono quasi schiave di queste iniziative da parte del pubblico.

Com’è possibile che se una scelta di cast non va a genio alla “rete”, una produzione sia costretta a cambiare idea, sotto minacce e accuse a volte pesantissime agli stessi produttori e soprattutto agli attori, rei semplicemente di fare il proprio lavoro?

Va detto che in alcuni casi questo maggior potere dato agli spettatori è servito anche a salvare delle produzioni, permettendo a delle serie tv di essere salvate o in alcuni casi anche di spingere per la creazione di spin-off e così via. Ciò che però risulta insopportabile è come lo spettatore medio si sia andato sempre più a identificare con una massa informe, che preferisce il sicuro e il conosciuto e che non osa. In questa situazione mi risulta difficile credere che le stesse case di produzione possano osare a loro volta. Come potrebbe intercettare un pubblico che pensa di sapere cosa vuole, quando invece si lascia guidare magari dall’influencer di turno? E la critica? La critica è a sua volta in crisi poiché vive di assoluti, ma d’altra parte deve adeguarsi ai tempi.

Sì, lo so, ho fatto una filippica che sembra non avere né capo né coda e che sa tanto di vecchio lamentoso, però un punto voglio sottolinearlo. Io vorrei che tornassimo tutti quanti in sala. Vorrei che andassimo a vedere tutti insieme quei film brutti/belli che dopo almeno ti danno da parlare per qualche ora e che ricordi con un sorriso il giorno dopo. Vorrei che la smettessimo come spettatori di bollare tutto con voti, giudizi grossolani, di accogliere con indignazione notizie relative alla produzione X manco avessero sparato a dei bambini, di avere delle aspettative così fuori scala. Vorrei che tornassimo a guardare il cinema con meraviglia, godendo di quell’esperienza che non ha eguali. Vorrei che smettessimo di pensarci come dei singoli spettatori e tornassimo a vivere anche e soprattutto nel Cinema un senso di collettività di cui abbiamo un disperato bisogno di questi tempi.

Guardate com’è bella…

Guardate com’è bella…

Il Cinema e l’Arte vanno condivisi. Per farlo bisogna venire incontro a chi queste opere le crea. Creiamo un dialogo, non uno scontro. Basta con la dialettica prodotto-consumatore, torniamo all’opera-spettatore.

Perché se tu sei disposto a scendere dal pulpito, forse potremmo incontrarci nella navata e trovare una soluzione insieme e godere dell’arte che tanto ci riscalda il cuore. E magari la prossima volta che vuoi vedere un film su Netflix, invitami.

Ti amo, Eddie Vedder

Martedì 26 giugno 2018

Sono a Roma, nello Stadio Olimpico, per essere precisi. Mi trovo al centro esatto di quello che dovrebbe essere il campo di gioco e guardandomi attorno sembrerebbe essere il centro del Mondo intero. O almeno del mio di Mondo. Il Palco è pronto e la gente assiepata sugli spalti sorseggia birra aspettando che il concerto cominci. Qualche canzone non meglio identificabile viene fatta suonare per ingannare l'attesa, ma non ha importanza. Ciò che importa è che a breve quei 5 (vabbè dai, 6 and counting) faranno il loro ingresso sul palco e potremo iniziare questo nostro rituale. Siamo arrivati lì con estrema calma e in poco tempo tutto sommato (si tratta pur sempre di Roma e sapete bene come la penso... https://www.ilgrigio.net/main-blog/2018/5/22/il-mio-primo-cortometraggio-episodio-2 ), quindi una volta trovato parcheggio siamo partiti in una corsa sul lungo tevere per arrivare in tempo e non perderci neanche un istante de L'Evento. Perché è di questo che si tratta, un Evento come nessun altro. I Pearl Jam mancano da Roma da 22 anni, come avranno modo di ricordare durante il live più e più volte, e a dirla tutta non sono mai scesi oltre Firenze da un bel pezzo! Non appena qualcuno si mostra sul palco parte un'ovazione troncata sul nascere nel constatare che si tratti di un tecnico o affini. La folla è incontenibile, le 21 sembrano lontane Light Years (pun intended). Poco dopo l'orario di inizio riportato sui biglietti, la band sale sul palco e viene accolta dal boato delle oltre 50mila anime accorse per ascoltarli. Pochi istanti e attaccano con Release.

Mi ripeto che lo sapevo, che sarà la stessa solfa di quattro anni prima a Milano. Eh sì, io i Pearl Jam li ho visti altre due volte in vita mia: a Milano nel 2014 e all'Heineken Jammin' Festival del 2010. Non poteva essere altrimenti, d'altra parte sono la mia band preferita. Sono cresciuto con loro, sono cambiato con loro, ho imparato e anche in questa occasione imparerò qualcosa di me. Me lo aspettavo che iniziassero con quel pezzo, lo conosco come le mie tasche come gran parte della loro discografia. Eppure appena iniziamo a cantare tutti e 50mila con Eddie e soci, dentro di me si muove qualcosa, una forza che non riesco a contenere, e inizio a piangere a dirotto, mentre urlo a Eddie e al mondo ogni singola parola della canzone.

Mi sentivo oppresso in mezzo a quella gente e stanco (avevo passato la notte in bianco e il viaggio di certo non ha aiutato) e avevo paura di sentirmi male. Ma tra le lacrime e la rabbia che sentivo smuoversi dentro sapevo la verità intrinseca di quel momento: io, Eddie, la band e tutto lo stadio stavamo condividendo le nostre anime, la nostra sofferenza, le nostre gioie, le nostre paure e le nostre speranze. Le stavamo lasciando andare, per l'appunto Release. Passato quel momento potevamo quindi iniziare a scatenarci.

Cavoli, quanti eravamo...

Cavoli, quanti eravamo...

In otto anni sono stato quindi a tre dei loro concerti in tre momenti così diversi della mia vita che mi risulta davvero difficile spiegare. Il concerto del 2010 fu un delirio, un bel delirio. A una settimana dalla data erano saltate tutte le prenotazioni per pullman e affini per arrivare a Mestre e mi sentivo perso. Non era proprio un bel periodo. Avevo perso da poco mia Nonna, il primo grande lutto della mia vita e il mio migliore amico diciamo semplicemente che non se la passava per nulla bene. Quel concerto rappresentava molto di più di un semplice evento in quel momento...Mia madre decise di regalarmi il biglietto aereo per Venezia, salvandomi in corner. Superata con stile la mia nascente paura di volare (di lì a pochi anni diventerà insopportabile) e fattomi coraggio intrapresi quel viaggio da solo, facendo amicizia dove e come potevo. Fu una delle giornate più caotiche e calde che ricordi. I ragazzi con cui avevo legato furono molto accoglienti, anche troppo e praticamente passai la giornata sostentandomi con birra ghiacciata e fumo di dubbia provenienza. Le band che si alternarono sul palco furono tutte magnifiche, dai Beth Ditto e i suoi Gossip, passando per la carica degli Skunk Anansie e poi Ben Harper. Una vera bomba! Minacciava improvvisamente di piovere e qualche giorno prima allo stesso festival era stato annullato il concerto dei Green Day proprio per maltempo. Il mio superpotere, la sfiga di Paperino, si stava attivando e mi sentivo già spacciato. E in un certo senso avevo ragione. Poco prima che Skin attaccasse il suo set, il mio outfit passò da un look mutande, scarpe e occhiali a mutande, scarpe, occhiali e giacca impermeabile. Rassicurato sulle condizioni meteo la band attaccò. Non li avevo mai sentiti live e scoprì con mia enorme sorpresa che erano una bomba. Ad un certo punto però, iniziai a non sentirci più da un orecchio e diedi la colpa al batterista iper palestrato, il cui rullante doveva essere un pugile per quante ne incassava senza battere ciglio. Qualche istante dopo anche la vista mi stava abbandonando e vedevo tutto tra il blu e il rosso. Sì, stavo per avere un collasso, lo so, ma all'epoca tutto ciò si tradusse in un solo modo: stavo morendo, lì, da solo, senza salutare nessuno e soprattutto senza vedere i Pearl Jam!!! Mi andai ad accasciare al bordo di una transenna, lontano dalla folla, e poco dopo i ragazzi che mi avevano accompagnato durante la giornata mi vennero a salvare con un gelato. Io intanto pensavo a tutte le cose che avrei voluto ancora fare in vita, melodrammatico as usual, ai miei cari e alla mia ragazza dell'epoca (la quale mi avrebbe lasciato di lì a poco molto carinamente). Quella granita/gelato mi risollevò e in un attimo ero di nuovo in piedi giusto in tempo per la chiusura degli Skunk Anansie e l'arrivo di Ben Harper. Ma dove cazzo erano i Pearl Jam?! Non ce la facevo più, dovevano uscire! E lo fecero. Il concerto fu una rivelazione. Cantai ogni singola parola di ogni singola canzone e più di tutte credo che quella versione di Black la porterò per sempre nel mio cuore. Lunga, epica, dolce e malinconica più che mai. Il set di canzoni fu abbastanza vario e soddisfacente, ma la cosa impressionante erano loro, i ragazzi, finalmente dal vivo, finalmente io insieme a loro. Il ritorno a casa fu altrettanto allucinante, dato che l'unico pullman che portava all'aeroporto era gremito fino all'inverosimile e comunque prevedeva una lunga distanza a piedi per raggiungerlo. Una volta arrivati lì altra insidia: il terminal era chiuso di notte. La soluzione pur non essendo gradevole era una soltanto ovvero addormentarsi su una panchina nella notta gelida e umida della laguna. Come coperta avevo l'unica asciugamano che mi aveva accompagnato in quella lunga giornata di sole. Fu terribile e bellissimo allo stesso tempo e quando tornai a Napoli mi sentì diverso, arricchito.

Meno male che almeno ero nella mia casa di San Siro!

Meno male che almeno ero nella mia casa di San Siro!

Il concerto del 2014 a Milano arrivò in un periodo tanto diverso quanto più subdolamente insidioso della mia vita. Dirò semplicemente che da qualche tempo la mia vita aveva preso una piega inaspettata e difficilmente accettabile. L'anno precedente persi il mio migliore amico, si sciolse la band che avevo creato e che rappresentava il mio progetto di vita, fui allontanato da tutta una serie di amici senza capire sostanzialmente il perché e riuscì pure a rovinare una serie di relazioni amorose da record. Avevo anche da poco concluso il mio primo percorso universitario con la Triennale, ma quella gioia fu subito risucchiata da tutte quelle sconfitte una dietro l'altra. Il concerto dei Pearl Jam a giugno rappresentava la luce in fondo al tunnel. Andai prima a trovare mio cugino a Bologna, dove non ero mai stato, scoprendo una città meravigliosa e a grandezza d'uomo (figuriamoci di ragazzo). Da lì arrivai poi a Milano per il concerto, incontrando un altro cugino e amico fraterno, compagno di tantissime esperienze della mia vita impossibili da riassumere. Fu molto diverso da quel viaggio della speranza del 2010, ma allo stesso tempo riservò delle insidie, come perdersi a mezzanotte sbagliando uscita della metro. Ma seriamente, a Milano dopo le 11 anche d'estate stanno tutti chiusi in casa? Non ho mai visto una grande città così deserta e in pieno centro. Tornando al concerto non posso non sottolineare come la location giocasse un ruolo fondamentale per il sottoscritto essendo di fede interista. Il colpo d'occhio era di quelli da grandi occasioni e tutto era stato preparato alla grande. La band partì con Release come da programma e di seguito si lanciò in una serie di canzoni molto più adrenaliniche. Fu una set-list parecchio tirata e equamente divisa tra classici e brani in promozione, e soprattutto fu un concerto lunghissimo e nel complesso molto bello. Un piccolo grande neo per il sottoscritto fu il fatto che Eddie Vedder (tu quoque, mio eroe?!) dimenticò quasi del tutto il testo di Given to Fly, la mia canzone preferita. Un monito, un presagio, un terribile e increscioso evento...C'era però qualcosa in generale nel concerto che non andava. Mi sembrava tutto artefatto, meno viscerale rispetto all'esperienza di Mestre. Sentivo che qualcosa non andava e probabilmente ora col senno di poi capisco cos'era. Ero io a stare male, ad aver riposto in quel concerto una tale aspettativa, vedendo in esso un'ancora di salvezza che non poteva essere. A salvarmi dovevo pensarci da solo.

Il concerto di Roma, per tornare al presente, è stata tutta un'altra storia. Un'esperienza totale, coinvolgente, viva, ci si muoveva tutti come in un unico grande organismo e stavamo condividendo un'esperienza unica. La band per quanto possibile mi è sembrata ancora più matura e le scelte sui brani in alcuni casi sono state sorprendenti. In pratica hanno suonato quasi nella sua interezza il mio album preferito, Vitalogy, e già solo per questo mi sentivo al settimo cielo. A posteriori mi sento di dire una cosa: i Pearl Jam sono una band di opposizione, rappresentano la rabbia dei giusti, dei (non ancora) vinti e oppressi. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo quindi credo trovino delle forze nuove (non quelle patetiche, pun intended) in grado di restituirceli freschi e ringiovaniti, come non lo erano da anni. È indubbiamente triste, ma se possono regalarci emozioni come queste, allora viva la resilienza di questi ragazzi!

 

Dal concerto nel 2010

Dal concerto nel 2010

Caro Eddie,

resti uno dei pochi punti di riferimento della mia vita e la forza con cui porti avanti i tuoi messaggi, insieme alla poesia con cui li veicoli, rappresentano uno dei baluardi del rock e della buona musica oltre che di quel sentimento di Umanità cui ci stiamo disabituando. Resta come sei and keep on rocking in the free world!

P.S. a Roma non l'hai dimenticato il testo di Given to Fly (se non per una piccola defaillance), però in futuro, giusto per farmi stare più tranquillo, vedi di ripassartelo tra una bottiglia di vino rosso e l'altra!

Il mio primo cortometraggio - Episodio 2

L'ATTACCO DEL LANCIO DELLA MONETINA

 

Eravamo rimasti all'enorme dispiacere per il Bando Imaie che stava sfuggendo via...

Ok, ok, in effetti non è che fosse stata cancellata quella possibilità, ma semplicemente il fatto di dover posticipare e aspettare l'intera Estate per poter anche solo "provare" a vincere un bando era una prospettiva carica d'ansia. Sono fatto così, sono impaziente, che ci posso fare? La cosa peggiore era l'idea di dover aspettare per quella che a quel punto avvertivo come una sconfitta annunciata. Diciamo che era un periodo fatto di scelte, molte delle quali parecchio importanti e con esito del tutto ignoto. Con il tempo (che suona molto da vecchio, considerando che parliamo di qualche mese fa, ma tant'è) ho imparato che in fondo tutte le scelte che facciamo richiedono un minimo salto verso l'ignoto e per quanto difficile sia, sto imparando ad accettare che bisogna lanciarsi.

Come detto precedentemente mi ero da poco laureato (in Febbraio) e va da sé che dovevo un attimo capire quale sarebbe stato il mio percorso futuro. C'era sempre il pallino del Centro Sperimentale di Cinematografia, ma da bravo ventenne (cioè, oddio, andando verso i 30) dovevo avere anche diversi piani B, C, D e giù fino alla XJXBJBZBJFSB. Iniziai a guardarmi intorno anche rispetto ai Master e ne adocchiai alcuni. Un giorno in preda alla foga decisi di prenotare un test per un Master interessante alla Liuss. Sì, lo so cosa starete pensando: "chesssssssssoldi!", ma adesso vi spiego come andò anche per darvi uno spaccato del pericolo. Dopo aver prenotato per questa mia sortita a Roma, dovetti preparare prima un test online. Potete immaginare il mio sbigottimento quando mi sono ritrovato davanti un test di economia puro! Mi sono sentito un imbecille, come se avessi sbagliato tutto e adesso mi sentissi obbligato a recarmi a Roma per sentirmelo dire. Come scoprì in seguito si trattava di uno standard per la facoltà in cui mi sarei iscritto. La sera prima di partire giocai una delle partite di calcetto più brutte della mia vita. Pieno d'ansia, con la gola chiusa e l'asma che si faceva più insistente e con la terribile sensazione di star commettendo un errore con tutta quella storia. Intendo il colloquio a Roma, mica la partita.

La mattina seguente la sveglia suonò inesorabile, così come si fece risentire prontamente anche la mia asma. Mi feci forza e in un attimo mi ritrovai in treno, in viaggio verso Roma. Ora, è doveroso fare una puntualizzazione. Il sottoscritto ha un rapporto con la città di Roma molto simile a quello di Homer Simpson con New York (chi crede, capirà). Ovviamente quella mia visita non fece eccezione. Beccai nell'ordine: pullman stracolmo e asfissiante; traffico di proporzioni bibliche; un incidente mortale con solo un casco a terra in una pozza di sangue e polizia in ogni dove; tamponamento tra un taxi e un'altra vettura risultato di quanto sopra; rissa "sfiorata" tra il suddetto taxista e il malcapitato di dietro. A condire il tutto, già con 5 min di ritardo, il navigatore mi aveva portato a circa 2 km a piedi dalla meta! Maledicendo brutti bagarozzi vari, mi feci coraggio e dopo aver avvisato quelli della Luiss mi lanciai in una corsa disperata (rivelatasi superflua) verso questa magnifica villa dove si sarebbero tenuti i colloqui. Arrivato lì capì da subito 2 cose: 1) seppur mi avessero preso, non avrei mai fatto tutto quel casino per un anno, quindi necessitavo di un alloggio e vista la zona ect non sarebbe stato assolutamente possibile per le mie tasche; 2) non appartenevo a quel luogo. Il colloquio in sé andò benissimo e fu molto stimolante e gratificante. Posso dire con assoluta tranquillità di non essere stato trattato mai con così tanto rispetto in ambito accademico (e ce credo, volevano i sordi tua!), ma c'era qualcosa che non mi convinceva della faccenda e sentivo di star prendendo in giro la persona più importante in tal senso: me stesso. A volte facciamo le cose sentendoci obbligati da forze e persone che non esistono. In quel caso avevo fatto tutto da solo. Così come da solo tornai in stazione con ben 7 ore di anticipo sul treno che avevo prenotato per il ritorno. Acquistai 22.11.63 di Stephen King, il mio primo romanzo del re, e comprai il biglietto per un treno a ridosso del pranzo. Non avrei atteso oltre in quella città inospitale.

Vi starete chiedendo che senso abbia tutto questo racconto in un blog che dovrebbe parlare del mio cortometraggio. Beh, signori cari, sono fatto così. Di quell'esperienza ricordo solo il piacere di quel libro, la ricerca, l'acquisto e la curiosità. Tutte le esperienze che dal Gennaio del 2017 a questo Maggio 2018 mi hanno portato a realizzare #Corduroy, sono parte integrante dell'Opera. Tutte. Le rivendico tutte.

Quell'estate fu stramba, torrida e affascinante. Iniziai a lavorare assiduamente con la produzione che ha creduto fin da subito nel corto e tra vari progetti arrivai anche a godermi un bel periodo di vacanza in attesa del momento della verità. Il Bando del nuovo Imaie, quello per i fondi al cortometraggio, aveva cambiato modalità, per cui adesso si trattava di sperare nel Fato, nel Caso, nel più classico lancio della monetina. Ora, io tendenzialmente sono portato a non credere mai a queste cose, anche alla più remota possibilità che la Fortuna, nella sua definizione più classica, possa sorridermi tra così tanti partecipanti a un concorso. Ecco, se potessi abbracciare il me stesso che si era recato a Roma per inseguire un qualcosa in cui non aveva creduto neanche un instante, ma che si sentiva quasi costretto a farlo, lo farei. Lo abbraccerei forte e gli direi che tutte le esperienze portano a qualcosa. Nel mio caso mi hanno portato a provarci fino in fondo.

La monetina questa volta mostrò il suo volto più sorridente e nella sorpresa più totale mi ritrovai con un cortometraggio da produrre.

Happy Birthday, Marvel Cinematic Universe!

Sono passati ben 10 anni dalla messa in moto della grande macchina di storie che è stata ed è l’Universo cinematografico Marvel o MCU (che bella cosa gli acronimi), e con l’uscita di Avengers: Infinity War si è chiuso (o si sta chiudendo) un ideale ciclo narrativo composto dalle 3 fasi pensate dalla casa di produzione.

Le pellicole Marvel sono diventate sinonimo di Blockbuster e ad oggi, anche a seguito dell’acquisizione da parte di Disney, rappresentano ad ogni uscita dei veri e propri eventi cinematografici. La grande scommessa che i Marvel Studioshanno vinto prevedeva il sogno di creare un franchise composto da tanti altri. Di fatto la strutturazione dei comic books di riferimento si è andata a sovrapporre perfettamente alla progettazione delle pellicole di questo universo narrativo. Il tipo di composizione delle storie è infatti simile se non identica alle uscite dei fumetti, con serie regolari le cui trame vanno in parte a convergere in una saga che coinvolga i personaggi di ogni altra serie. Numeri alla mano questi prodotti sono andati a conquistare incassi senza precedenti se visti nella loro interezza e un sempre maggior successo di pubblico e critica. Certo, tutt’ora non raggiungono l’impareggiabile seguito di Star Wars, ma essendo entrambi universi gestiti da Disney si fa sempre più evidente l’intenzione di fare assomigliare i due franchise come gestione, con la produzione di vari spin-off da accompagnare alla saga principale (nel caso dell’MCU si tratta dei vari Avengers).

Cominciò tutto nel 2008, in un clima di enorme scetticismo, con l’uscita di Ironman, di Jon Favreaue con la prima apparizione di Robert Downey Jr.nel ruolo che lo ha riportato alla ribalta come uno dei migliori attori della sua generazione. Intendiamoci, la Marvel aveva provato vari esperimenti nel corso degli anni, tra cui la trilogia su Blade, ma il momento della nascita dei veri Marvel Studios coincide proprio con Ironman. Il film aveva un budget ridotto rispetto ai blockbuster dell’epoca, eppure riuscì a ritagliarsi il proprio spazio in un’epoca in cui il cinecomic (il genere di film tratto dal fumetto) ancora non aveva la risonanza e la legittimità di un vero e proprio genere. Certo, c’erano già stati negli anni gli esperimenti di successo con la Warner/Dc e la saghe su Batman, la serie degli X-Men e quella di Spiderman, ma i Marvel Studios avevano in mente un tipo di produzione inedito, che si differenziava dal semplice sistema di sequel e prequel: voleva creare un vero e proprio universo narrativo interconnesso.

Ho un'idea: facciamo triliardi di dollari rendendo pheeghi i personaggi nerd per eccellenza.

Ho un'idea: facciamo triliardi di dollari rendendo pheeghi i personaggi nerd per eccellenza.

Così, nella fase denominata Fase Uno di questo loro progetto, Kevin Feigee soci produssero nel giro di quattro anni ben sei film: Iron Man, L’incredibile Hulk, Iron Man 2, Thor, Captain America – Il primo Vendicatore eThe Avengers. Dopo il successo del primo film, con uno straripante Robert Downey Jr., erano stati gettati i semi della possibile costruzione narrativa che avrebbe portato alla creazione del super gruppo dei Vendicatori, la squadra dei più potenti supereroi di casa Marvel, riuniti per difendere la terra. Certo, il film successivo, Lincredibile Hulk(2008) con Edward Norton, non ebbe molto successo, anzi…la nota positiva è che permise di continuare a tessere questa trama e aggiungere nuovi personaggi all’universo narrativo. La Marvel stava giocando duro, basta vedere i nomi coinvolti. Il sequel di Iron Man, dal titolo Iron Man 2(2010), vide in aggiunta al cast originale nomi come quello di Sam RockwellDon Cheadlein sostituzione di Terrence Howardnel ruolo di James Rhodes/War Machine, Scarlett Johansonnnel ruolo di Natasha Romanoff e Mickey Rourkenel ruolo dell’antagonista Whiplash. Una scommessa non da poco considerando che l’attore era sì tornato alla ribalta con il suo ruolo magistrale in The Wrestler(2008) di Darren Aronofsky, ma salvo per la sua interpretazione in Sin City (2005) mancava al mondo della Hollywood “che conta”, dei grandi successi commerciali, da parecchio. Questo sequel fu il punto di svolta, il momento in cui furono messe sul tavolo tutte le carte che i Marvel Studios volevano giocarsi. Molti dei personaggi introdotti saranno infatti dei collanti tra i vari film che stavano preparando, a cominciare dalla Vedova Nera interpretata dalla Johansonn, ma soprattutto nella figura di Phill Coulson, l’agente dello S.H.I.E.L.D. che avrà un ruolo fondamentale nell’introdurre Thor sulla terra nel film del 2011 di Kenneth Branagh. Il film del regista inglese ebbe un riscontro leggermente sottotono rispetto all’irresistibile Iron Man e il gusto tutto Shakespeariano del regista contribuì solo in parte all’introduzione del mondo Fantasy della Asgard di Thor. Se non altro ci fece conoscere Chris Hemsworthnei panni (quelle poche volte in cui è vestito) di Thor e un fan-favorite come Tom Hiddlestonnel ruolo del suo fratellastro Loki. Stesso discorso si potrebbe fare per il successivo Captain America – Il primo Vendicatore (2011). Il film ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale fece conoscere al grande pubblico oltre al suo personaggio principale il suo interprete, Chris Evans, già Torcia Umana nel dimenticabile i Fantastici Quattrodi qualche anno prima e non nuovo al mondo dei cinecomics. Ma non intendo dilungarmi troppo su queste pellicole nello specifico. Ciò che conta è il tipo di produzione che la Marvel stava imbastendo. Ogni film era un piccolo blockbuster atto a mettere su mattone dopo mattone le fondamenta di quello che è tutt’oggi l’intero universo narrativo, in cui la pietra angolare è rappresentata da Iron Man, ma il primo punto esclamativo, la costruzione di un ideale pianerottolo è avvenuta con The Avengers(2012) di Joss Whedon.

La grande ambizione di riunire un gruppo di supereroi per la prima volta in un unico grande film (tentata in precedenza con scarso successo da La Leggenda degli Uomini Straordinari, anche se in comune avevano solo la matrice fumetto), si rivela una scommessa vincente e The Avengers è ad oggi ancora il quinto maggior incasso della storia del cinema. Il film è stato anche un successo da un punto di vista strettamente cinematografico e per la critica, ponendo le basi soprattutto per quello che sarà il tono delle pellicole a venire. Perché sì, potremmo stare qui a parlare dei vari film, dei successi e dei personaggi che ci hanno fatto conoscere, ma la vera e propria rivoluzione dei Marvel Studios risiede nella geniale idea di giocare con i generi cinematografici e in alcuni casi riscriverne le regole. Il film dei Vendicatori è un action-fantasy-sci-fi in cui si ride e tanto! Va detto che a contribuire alla creazione di quest’ibrido produttivo destinato a conquistare universalmente pubblico e critica abbia giocato un ruolo fondamentale l’acquisizione della Marvel da parte della Disney. Infatti da questa operazione la casa di Topolino si è aggiudicata i diritti di distribuzione di Avengers e del sequel Iron Man 3, inizialmente, per poi riconquistare i diritti anche sulle pellicole precedenti e future. Una cosa non da poco, dato che da questa operazione deriva anche il tipo di contenuto proposto. I Marvel Studios hanno decretato la rivincita dei nerd, il pubblico di nicchia, le storie degli outstider che si fanno sistema, cool. The Avengers è stato la consacrazione di questa folle scommessa di Kevin Feige.

Insistendo su questo punto non posso non sottolineare come nella Fase Due, a seguito dell’enorme successo della precedente, si sia ulteriormente alzato il tiro proponendo degli esperimenti molto interessanti. Su tutti Captain America – The Winter Soldier(2014) e Guardiani della Galassia(2014). Il primo oltre a essere un sequel del più sottotono il Primo Vendicatore,è un interessante spy-movie in salsa supereroica, primo vero tentativo forse di esprimere un contenuto più maturo rispetto al resto della produzione. In oltre ha permesso a due importantissime pedine per il futuro, i fratelli registi Joe e Anthony Russo, di entrare a far parte di questa grande famiglia. Con Guardiani della Galassiasi prende a piene mani dalla fantascienza più pura, sebbene arricchita di un umorismo unico che ne decreterà l’enorme successo. L’intuizione di James Gunnnel farci conoscere questo gruppo tutto sommato minore e sconosciuto ai più (se non ai più fanatici fumettofili) è stata quella di umanizzare quanto più possibile il suo protagonista, Peter Quill (lo spassosissimo Chris Pratt). Grazie al suo amore per la cultura pop e la musica rock, questo protagonista ci porta nello spazio prendendoci per mano, alla scoperta di personaggi strambi e curiosissimi. Ognuno dei fantasiosi abitanti di questo mondo sono però portati tra noi, riconoscibili in tutte i difetti e i pregi dell’animo umano, tanto che ci dimentichiamo dell’assoluta mancanza di serietà all’interno della pellicola e ci lasciamo guidare da un lungo pezzo rock con tanto di assoli. La Marvel stava insomma sperimentando con alcune pellicole, mentre contemporaneamente insisteva con il suo tono di fabbrica, che prevedeva pellicole divertente e i cui personaggi non si prendono mai sul serio. In tal senso il vero passo falso (di certo non commerciale) è rappresentato dal secondo film degli Avengers, Age of Ultron(2015), schiavo di battutine e trovate più tediose che altro. Iron Man 3(2013) è interessante per le trovate coraggiose che si concede, salvo il modo in cui chiude idealmente la trilogia sul personaggio (che chiaramente monopolizzerà altre pellicole come vedremo); Thor – The Dark World(2013) è invece un fantasy senz’anima e troppo confuso, alla ricerca di un’epicità a tratti ridicola. Tra i film di questa fase Ant-Man (2015) nel suo ridimensionare (brutto, ma dovuto gioco di parole) le aspettative, riesce ad essere paradossalmente uno dei film più riusciti del MCU. Un action-comedy con elementi da heist movie, perfetto blockbuster estivo.

La fase due segna anche il debutto delle serie tv prodotte da Netflix. La Marvel aveva fatto dei tentativi con Agents of SHIELDe Agent Carter, più o meno riusciti, ma è con DaredevilJessicaJonesLukeCagee IronFist(e gli spin-off The Defenderse The Punisher) che mette un punto esclamativo, allargando le trame dell’universo narrativo anche nella serialità di un certo livello (almeno per alcune di queste). Soprattutto con Daredevil e Jessica Jones l’MCU si è arricchito finalmente di contenuti più maturi e di storie intriganti e non per forza intrise di forzata ironia. Insomma, ormai le trame di questo universo potevano parlare a chiunque.

Il colpo di grazia è arrivato con la Fase Tre. Ormai i ritmi produttivi dei Marvel Studios permettono la costante produzione di almeno due pellicole l’anno, e ad ogni annuncio seguono prenotazioni, aspettative e la sicurezza di incassi da record. La concorrenza non esiste e addirittura riescono a strappare un accordo per portare Spider-Man nel proprio universo narrativo, prima per una breve apparizione in Captain America: Civil War(2016) e poi per una co-produzione con la Sony che ne detiene i diritti per Spider-Man: Homecoming(2017). Il primo è una straripante prova di forza, in cui sono presenti quasi tutti i personaggi visti finora e prova a segnare anche un certo cambio di tono rispetto al grosso della produzione precedente. In questa fase ci si permette di introdurre con degli stand-alone anche dei personaggi davvero per intenditori, ma tanto una volta passati i Guardiani della Galassia, perché non provarci? E infatti i Marvel Studios lanciano Doctor Strange(2017), ambizioso film ricco di spunti ingegnosi e che sfruttano appieno le possibilità della CGI, regalandoci suggestioni psichedeliche. Non contenti piazzano la bomba con Black Panther(2018), vero e proprio successo inatteso e senza precedenti per numeri e accoglienza. Il personaggio è entrato quasi da subito nell’immaginario contemporaneo con una forza senza precedenti (e a ragion veduta, visto che il film è forse uno dei migliori cinematograficamente parlando). Nel mezzo c’è il sequel sottotono di guardiani della Galassia, intitolato Vol.2, il già citato Spider-Man, molto teen e tutto sommato divertente e soprattutto un tentativo rassegnato con Thor. Ragnarokè il terzo film della sua personalissima trilogia e finalmente, capendo che il personaggio non tira come gli altri e che vanno sfruttate delle caratteristiche proprie dell’interprete, la produzione punta a imbastire un film che racchiude tutti gli elementi di successo degli altri: una commedia fantascientifica a forti tinte fantasy, condita da battutine e ironia ad ogni singola scena.

La foto celebrativa dei primi 10 anni di MCU.

La foto celebrativa dei primi 10 anni di MCU.

Con Avengers: Infinity War, i Marvel Studios hanno idealmente chiuso un primo ciclo della loro esistenza e l’hanno fatto alla grande. Senza dilungarmi, poiché non si tratta di una recensione (e per altro se siete giunti fin qui, vi voglio proprio bene e mi scuso), il terzo capitolo degli Avengers segna il punto più alto finora raggiunto dal MCU. Il compimento di un piano imbastito in 10 anni conditi di tanto ottimo intrattenimento, storie e personaggi, capaci e talentuosi cineasti, artisti e scrittori. E lo fa cambiando ancora una volta la propria pelle, proprio quando chiunque avrebbe giocato sicuro. Il film è difficilmente collocabile ed etichettabile, se non come un prodotto unico nel suo genere. È Cinema. È Fumetto. È una Serie. È tutto ciò che volevamo vedere in una sala e forse anche qualcosa che non sapevamo di volere. Chi mi conosce lo sa, non sono mai stato il fan numero uno del MCU, ma lo guardavo con invidia e a volte con noia, essendo un fan della Distinta Concorrenza. Eppure ne ho visto ogni singolo film e mi sono affezionato ai suoi personaggi. Amo il cinema, amo i fumetti e amo le serie tv. Non posso fare a meno quindi di essere felice nel meravigliarmi di fronte alle mutazioni che questo grande fenomeno sta portando a questi media, ponendo domande, contestando, divertendoci, e a volte rispondendo agli stessi dubbi che pone. Quindi tanti auguri, MCU! Adesso che Disney acquista anche la Fox, bisognerà farci l’abitudine e imparare ad adorarti. Lode all’Ipnorospo!

Ah, scusate…troppo presto?

Il mio primo cortometraggio - Episodio 1

LA MINACCIA FANTASMINA

 

A breve realizzerò un sogno che inseguo da più di un anno.

Nel Febbraio 2017, fresco laureato e attraversando un periodo complicatissimo a livello personale e familiare, ho iniziato a lavorare ad un'idea che stava maturando da qualche mese. Avevo questa storia dentro di me, una suggestione che gridava a gran voce la necessità di venir fuori. Difficilmente lavoro partendo da un'immagine, ma stavolta è stato proprio così. "Una cuoca sfida il proprio pubblico brandendo un coltello dalla parte della lama", questo era il fotogramma incastonato nella mia mente in quel periodo. Dopo averci lavorato un po' è nata l'idea di Corduroy, il mio primo cortometraggio.

La storia iniziava a prendere forma, mentre la mia vita sembrava un aereo in piena turbolenza. Finito il percorso universitario avevo deciso di provare con il Centro Sperimentale di Cinematografia e il corto sembrava il giusto biglietto da visita con cui presentarmi alle selezioni. Avevo pianificato questo percorso ben prima, mentre preparavo gli ultimi esami e tutto sembrava filare in tal senso. Qualcosa però non mi convinceva. Vuoi per formazione, vuoi per gusto personale, non riuscivo a digerire di dover realizzare qualcosa solo e semplicemente per partecipare ad un'altra scuola, l'ennesima della mia formazione. In oltre mi metteva un'ansia pazzesca il fatto che per le regole della scuola quello fosse l'ultimo anno in cui potessi partecipare alle selezioni, dopo di ché niente, nisba, nada, si sarebbe chiusa quella porta. A lungo ho cercato di mettere a tacere quella vocina infastidita da questa condizione, ma alla fine ho dovuto cedere davanti all'evidenza: non faceva per me.

Il soggetto del corto è stato rimaneggiato tante di quelle volte che non ricordo. Il fatto di dover puntare ad un minutaggio specifico per le selezioni mi metteva ancora di più in agitazione, ma c'era dell'altro. Questa storia mi apparteneva e mi appartiene ad un livello talmente personale e inconscio da non poter accettare condizioni esterne. Avevo bisogno di raccontarla a modo mio. Nell'estate del 2017 ho iniziato a collaborare come sceneggiatore per un collettivo di autori, con quelli che sono attualmente i produttori del progetto. Mi fecero notare che c'era la possibilità di partecipare a un bando indetto dal Nuovo Imaie per la realizzazione di prodotti audiovisivi e in particolare cortometraggi, con un contributo niente male vista la situazione. Io di natura tendo a non credere in certe cose, poiché tendo a pensare che sia tutto pilotato, ma tant'è partecipammo a questa selezione. A Luglio scadeva la domanda, ma a causa di un problema tecnico (troppe le domande ricevute, tante da mandare in tilt il sistema) fu rinviato tutto a Settembre.

Ricordo benissimo quel periodo dell'estate scorsa. Lavoravo a vari progetti contemporaneamente e quando si fece concreta la possibilità di realizzare la mia storia, il mio corto, fui come trascinato in un vortice di stress e ansia senza precedenti. La settimana precedente alla scadenza fu uno dei periodi più rocamboleschi della mia vita. Dovevo sistemare tutto, sia a livello creativo e artistico, che da un punto di vista produttivo e burocratico. Insomma, è stata la prima volta che ho avuto a che fare con tutto quel mondo che sta dietro la realizzazione di un prodotto audiovisivo. Meeting dell'ultimo secondo, revisioni notturne, caldo asfissiante e dozzine di maglie di ricambio. Potete immaginare la mia faccia la momento della disdetta della scadenza. Non ci potevo credere, ma dovetti fare i conti con la realtà e rimandare tutto a Settembre...

The Walking Dead, dal fumetto a...beh...

Non mi è ancora capitato di parlarvi in maniera più aperta di fumetti sul sito. Direi che è arrivato il momento.

(anche se a essere sinceri, non si tratterà solo di comic-books…)

Sono un fan di The Walking Dead da tanti anni ormai. La serie a fumetti creata da quel genio di Robert Kirkman nel 2003 sotto la sua etichetta Skybound ed edita in Italia da SaldaPress dal 2005, è a tutti gli effetti uno dei fenomeni mondiali del nuovo millennio. Contrariamente a quanto potreste pensare dato quest’incipit, ho conosciuto il mondo dei vaganti iniziando a seguire la celeberrima serie tv tratta dal fumetto, ormai nel lontano 2010. The Walking Dead ha riscritto il paradigma dell’immaginario contemporaneo sul genere post-apocalittico e quindi della stessa sottocategoria del genere zombie/horror. È forse infatti dovuta in gran parte a queste storie scritte da Kirkman la sempre maggior fascinazione verso i racconti di un mondo andato a rotoli, del futuro distopico e dell’Umanità allo sbaraglio. Sicuramente ci troviamo anche in un periodo storico che ha favorito questo tipo di immaginario, ma di sicuro la saga dei morti viventi ha segnato lo spartiacque col passato.

È nato prima l’uovo o la gallina zombie?

Quando il me 19enne si affacciò all’epopea dello sceriffo Rick Grimes, non poté fare a meno di restarne terribilmente affascinato. Quella serie tv rappresentava qualcosa di nuovo nel panorama già a partire dai misteriosi promo che circolavano da qualche mese. Le prime sei puntate che raccontavano l’intera prima stagione erano molto simili e fedeli all’immaginario scaturito da quel genere di storie, morti viventi, jump-scares e compagnia bella. Eppure c’era qualcosa di diverso, qualcosa che veniva coniugato in una chiave nuova e assai intrigante. Le persone descritte da quella storia erano persone vere, non dei semplici sacrifici umani in attesa di essere squartati dal vagante di turno. Eh già, perché in the Walking Dead la parola zombie è da subito un taboo, quasi a sottolineare l’estraneità di questo prodotto impossibile da assimilare a tutto l’immaginario da cui proviene eppure così vicino ad esso (con buona pace di Romero).

Contenutisticamente si avvertiva un tentativo di rivoluzione circa i parametri del genere, o per lo meno per ciò che concerne la serialità televisiva e anche stilisticamente si potevano notare delle trovate ardite. Col passare degli anni e delle stagioni la qualità è andata aumentando fino a toccare i picchi a mio avviso della quarta stagione (e sporadicamente della quinta e qualcosina della sesta). Quando però ho avuto modo di mettere gli occhi sul fumetto originale la mia percezione è slittata di colpo. Per quanto si distanziassero per alcune scelte di intreccio e soprattutto per uno stile di grafico per nulla complementare, le due serie fino alla quinta stagione appunto viaggiavano su binari paralleli, ma qualitativamente elevati. Se però il fumetto ad oggi resta uno degli appuntamenti mensili che attendo con ansia e voglia, per la serie non posso dire altrettanto e anzi da un paio d’anni ho deciso di abbandonarla.

Zombie double features

Col crescere della mia conoscenza fumettistica e la contemporanea affezione del prodotto originale, mi sono reso conto che i momenti più qualitativamente rilevanti della serie tv erano trasposizioni fedelissime o variazioni sul tema di classe dal fumetto. Questo in generale non significa niente di negativo o positivo, ma da semplice constatazione si è trasformata in vera e propria criticità nel momento in cui i due prodotti hanno virato e preso ognuno la propria strada. Non fraintendetemi, la serie tv di The Walking Dead ha avuto dei momenti narrativamente pazzeschi e originali, capaci di tenerci incollati allo schermo pieni di domande e di dubbi sulle sorti dei nostri beniamini, sfruttando un linguaggio assolutamente televisivo. Ma da quando i tempi hanno iniziato a dilatarsi, il prodotto ha subito dei momenti tremendamente tediosi e insopportabili, al punto che si è dovuto correre ai ripari utilizzando la carta dell’adattamento dell’originale quando ormai era troppo tardi. Anche questo stratagemma ha perso di efficacia.

Il problema alla base sta proprio nella natura dei due prodotti. Mentre il fumetto è nato in un modo e ha sempre dato prova di rimanere fedele a sé stesso, l’adattamento televisivo si è fatto di anno in anno sempre più conforme alle logiche di trasmissione. Un esempio su tutti in grado di sottolineare le differenze narrative sta nella gestione delle dipartite di alcuni personaggi chiave.

Robert Kirkman (vero e proprio factotum di entrambi i prodotti) nel fumetto si può permettere il lusso di farci sentire come in una stagione di Game of Thrones (iperbole voluta). I nostri personaggi preferiti (e anche quelli che proprio non ce ne può fregare di meno) sono sempre in pericolo, ogni, fottuto, numero… non c’è storyline che tenga infatti e per i nostri c’è sempre nell’aria il pericolo di rimetterci la vita, o un braccio, un occhio o un amato. Una logica questa applicabile fino a un certo punto per uno show che invece ha degli obblighi contrattuali, un esercito infinito di fans che raccolgono rumors e informazioni online sui propri attori preferiti and so on. Tutte cose che impediscono un libero svolgimento delle dinamiche narrative di un tipo di storia del genere.

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SPOILEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEERRRRRRRRRRRRRRR, ho detto SPOILER

Esempi famosi di questa differenza sono per dire il braccio che il Governatore taglia improvvisamente a Rick (sì, il protagonista di tutta la baracca), come punizione. Una scena del genere non avremmo potuto mai vederla in tv, per non parlare di tutte le difficoltà delle conseguenze. L’altro grande esempio è poi l’arrivo di Negan (dio, Negan…) così atteso nel fumetto quanto nella serie, quanto anticlimatico nella seconda. L’attenzione nella storia a fumetti era tutta da dare al personaggio, al nuovo cattivo in arrivo, quasi che non ci importasse del povero Glenn (sì, muore in entrambe le versioni). Nell’attesa snervante tra l’arrivo di Negan e il conoscere le sue vittime, purtroppo a farla da padrone è stata la seconda ansia, facendo perdere di forza una buona interpretazione di quel figo di Jeffrey Dean Morgan (a mio modesto avviso non aiutato da dialoghisti e messa in scena in generale). La morte di Abraham è poi stata gestita in modo da darle maggiore importanza. Nel fumetto si becca una freccia in testa, così dal nulla e tu puoi solo accettare che sia successo. Nella serie tv ovviamente data l’affezione del pubblico verso il personaggio si è deciso di farne una delle due vittime di Negan. Siamo ormai così schiavi delle aspettative, dei rumors e degli spoiler che le storie prendono determinate pieghe obbligate dagli spettatori (non fatemi nemmeno iniziare a parlare di Star Wars o Game of Thrones, eh!).

Sono una brutta persona ad aver riso a questa scena?

Sono una brutta persona ad aver riso a questa scena?

Ma ci sarebbero tanti altri momenti che obiettivamente non avrebbero avuto la stessa funzione passando da un medium all’altro. Basti pensare alla triste sorte di Lori e Judith (moglie e nascitura di Rick), stroncate durante la fuga dalla prigione. Una scena del genere non avrebbero mai potuto mostrarcela in tv, nonostante la serie ci avesse abituati a momenti truculenti e gore di un certo livello. E ancora l’arrivo dei cannibali, con il deludente inizio della quinta stagione; l’arrivo dei Salvatori; la scoperta delle altre comunità oltre Alexandria; Carl che perde un occhio.

Ma non voglio dilungarmi ulteriormente a interpretare la parte del fanboy deluso (un po’ sì, dai). La serie tv ci ha regalato anche dei momenti totalmente originali e fortissimi, salvo poi inabissarsi nella tediosa routine di troppi episodi e poco da dire. Il problema come dicevo ‘sta alla base delle due operazioni. Quando Rick, nel momento principe della serie, fa il suo discorso “non l’avete capito? Siamo NOI i morti viventi”, riassume in un’unica frase tutta l’opera. E il fumetto, pur prendendosi delle libertà tipiche del mezzo, rimane fedelissimo a quell’idea. La serie purtroppo deve sottostare a logiche diverse e ahinoi da troppo tempo si è impantanata in un limbo noioso e ripetitivo, facendo leva sulla popolarità di certi personaggi (o per meglio dire attori). Insomma, come al solito sono i nerd (o presunti tali) a rovinare tutto.

Uno dei classici esempi tratti dal fumetto di  "Oddio, ma lo sta facendo davvero?"

Uno dei classici esempi tratti dal fumetto di "Oddio, ma lo sta facendo davvero?"

Ho guardato con non poco interessa a Fear the Walking Dead, un tentativo interessante di rinvigorire la formula e l'universo narrativo. La proposta è stata praticamente di riavvicinare l'obiettivo a un nucleo ristretto di protagonisti e raccontare una storia più concentrata. L'esperimento è indubbiamente una gran paraculata, ma finora mi ha sempre lasciato soddisfatto. Ormai però si avvia al quarto anno di messa in onda e a meno che non arrivi il tanto paventato incontro tra le due storyline, non so come faranno a mantenere la mia o la altrui attenzione.

La serie tv a mio avviso doveva avere i cojones di trovare una conclusione degna almeno un anno fa, mentre invece da tutta l’impressione di voler tirare avanti ignorando tutti i jump of the shark che si è concessa. Sarei uno stupido a non rendermi conto dell’ovvio, che se un prodotto fa ancora numeri così impressionanti non potrà mai finire nell’immediato, ma che ci posso fare, a me importa delle storie. Mi tengo il mio fumettino, l’attesa del nuovo episodio e quell’infinità di personaggi di cui non ricordo il nome.

Ma chissene frega, d’altronde sono tutti morti viventi.

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Silenzio in sala

Qual è il problema? Qual è il problema???

Ve lo dico io qual è il problema. Ancora nel 2018 c'è gente che entra in una multisala e non sa cosa andrà a vedere. Non è che sia indecisa, complice l'eccessiva proposta, è che proprio non sa in realtà PERCHé si trovi in una sala cinematografica. Parlo di una scena cui mi sono ritrovato ad assistere più di una volta negli ultimi anni e in particolare nella scorsa settimana. Una coppia che arrivata alla cassa della biglietteria (guarda caso esattamente prima del mio turno), si blocca per interminabili minuti a chiedere consiglio alla cassiere circa quale film andare a vedere. Gli addetti non sono neanche poi tanto preparati a questa evenienza e non sanno cosa dire. In alcuni casi rispondono addirittura in malomodo! Ma quando torneremo ad assumere gente che ha a cuore il proprio lavoro o il mondo di cui fa parte?

Il Cinema come è ovvio rappresenta uno svago per i più, un intrattenimento, un lusso per alcuni o una passione per altri. Non vi sembra però assurdo arrivare a pensare che in questo marasma di pubblicità, advertising, bombardamenti mediatici, ancora ci sia gente che si reca in un cinema senza avere la minima idea di cosa andare a vedere né tantomeno conoscendo una singola uscita di quella settimana? E non parlo solo dei film stranieri (che però dai, manco i film d'animazione più sponsorizzati avete sentito?), ma anche pellicole italiane di autori conosciuti o addirittura le più classiche commedie con fior fior di attori nazional popolari.

Il problema sta proprio nell'aver perso l'abitudine a questa forma d'intrattenimento (facciamo che ne parliamo in questi termini da ora in poi). Certo, a questo hanno abbondantemente contribuito servizi streaming, serie tv ect ect, ma queste sono chiacchiere per un altro tipo di discussione. Di fatto credo che chi vedesse film solo in tv abbia continuato su quella falsariga. Il punto è che contemporaneamente a scene come quella sopra descritta, mi sono ritrovato più volte a discutere con amici e conoscenti circa l'insormontabile ostacolo dei prezzi esagerati dei biglietti dei vari cinema. Va detto, ci sono alcune multisale (le sale d'essai non le considereremo ai fini del discorso) che applicano delle politiche assurde sui prezzi, con cifre astronomiche e servizi nel complesso scadenti (chi vi parla si riferisce in particolare a Napoli e provincia). Ci sono però alcune realtà che riescono a mantenere una qualità d'eccellenza a prezzi convenienti con varie soluzioni di sconti. Come dicevo, spesso mi capita di far presente agli amici di cui sopra di queste situazioni virtuose, con prezzi accessibilissimi e che mi permettono in settimane benedette di vedere anche più di un film. Il problema è che mi rendo poi conto per le suddette persone come per i tanti altri non si tratti solo di un ostacolo economico, ma di un'abitudine caduta in disuso dell'evento cinematografico di per sé.

Credo che ad oggi l'unica produzione in grado di fruttare l'effetto che ho in testa quando penso al Cinema ideale sia la Disney, intendendola in tutte le sue multiformi ramificazioni e franchise. Quando vado a vedere un film dei Marvel studios mi trovo in sale piene, gremite, con gente di varie estrazioni ed età che non vedeva l'ora arrivasse il giorno dell'uscita della pellicola. E succede ancora con i recenti exploit di Star Wars e con i capolavori di animazione Disney Pixar.

Ma c'è un ma. Nonostante l'amarezza che questo post vorrebbe esprimere, nell'ultimo anno mi è capitato di vivere delle esperienze che considero di puro Cinema.

Era Ottobre e io da poco meno di un mese mi ero lanciato nell'impresa di leggere It si Stephen King giusto in tempo prima dell'uscita del film remake di Andy Muschietti. Quella sera c'era una sala piena, pubblico vasto e sfaccettato. Un inizio rumoroso, tipico di un pubblico da horror. Urla, battute, casino. A un certo punto la Magia: Silenzio in sala. La cosa si è poi ripetuta in più punti, sottolineando quanto quel film, quell'esperienza totale fatta di attesa, partecipazione e totale coinvolgimento, sia stata un vero successo.

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All'inizio dello scorso anno, durante una proiezione di Arrival, arrivati a fine prima tempo, completamente assorti dal film, io e uno dei miei migliori amici ci guardiamo per un attimo, quanto basta per passarci l'informazione che ciò a cui stavamo assistendo era meraviglioso. Più tardi a film ricominciato, si riesce a percepire la perfezione del silenzio che cala in sala nel momento in cui i meccanismi della trama si palesano al pubblico, restituendo una sensazione di soddisfazione senza eguali. Un racconto intenso, misterioso e ammaliante, tanto da provocare grande emozione.

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E infine (per citare uno dei più recenti) sono riuscito in extremis a recuperare la visione di Coco, ultimo capolavoro della Diseny Pixar. Spettacolo pomeridiano. Mentre mi avvicino alla cassa prego Odino che quella folla inferocita di bambini con maestre non sia diretta verso la mia sala, ma in fondo lo so di essere un povero illuso e quindi mi preparo al peggio. Io e i miei giovani compagni di viaggio prendiamo posto (o almeno io e alcuni di loro) e iniziano le varie pubblicità e  trailer. Temo sempre di più per i miei 6,70€ (che per intenderci, per un pomeridiano sono a mio avviso troppi) e le mie preoccupazioni si fanno sempre più insistenti quando parte il corto di Frozen che accompagna la pellicola principale. Tra lo sgomento dei bambini e delle maestre che "vanno a chiedere spiegazioni", arriviamo infine alla nostra proiezione principale. E niente ragazzi, in alcuni momenti si è avvertito un Silenzio così perfetto che mi sono commesso anche solo per quello. Dico anche perché mentirei a dire che non ho pianto copiosamente in più punti, scambiandomi sguardi di fratellanza con un papà che aveva accompagnato la propria bambina. E anche qui un'ulteriore prova che c'è speranza: un papà che porta la propria figlia un pomeriggio al cinema (e a quanto m'ha raccontato lo fa di prassi almeno una volta al mese).

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Insomma, io non voglio tirare giù un pippone su quanto tutto faccia schifo e che nessuno ama il cinema quanto me o chicchessia, il punto è che innanzitutto se siete su questa pagina qualcosina dovremmo pur condividerla io e voi. In secondo luogo io vivo la necessità, l'urgenza di far capire a tutti quanto sia bello il Cinema! Quanto sia un'esperienza fondamentale nella vita di ognuno di noi.

Vi prego, facciamo in modo di vivere in un mondo dove tutti sanno cosa andare a vedere. Andare a vedere...

Il mio Star Wars

Dove tutto ebbe inizio.

Dove tutto ebbe inizio.

ATTENZIONE! Non ci dovrebbero essere Spoiler propriamente detti, ma il mio tono potrebbe forviare la visione dell'ultimo episodio della Saga. BE WARNED!

Al termine dei titoli di testa più famosi e celebrati della storia del cinema, ci troviamo davanti sempre ad un mare di stelle. Lo stesso mare che rimiriamo quando fantastichiamo sulle nostre esistenze, sui significati della Vita e ci perdiamo nei meandri della nostra immaginazione.

Star Wars, LA Saga, per me ha sempre significato molto più di un semplice film, di una storia come altre. Le Guerre Stellari e la lotta perenne tra bene e male, il Lato Oscuro e il Lato Chiaro, sono un prototipo di scrittura che trascende il mezzo con cui viene veicolato. Credo fermamente che l’Opera di George Lucas (e poi della Disney, ok) rappresenti la cosa che più si avvicina al Mito, e anzi sono portato a pensare che da qui a centinaia di anni a venire, quando anche noi saremo ormai diventati un tutt’uno con la Forza, le avventure di Luke, Han e Leia contro il malvagio Darth Vader si mescoleranno alla Storia dell’Umanità.

La convinzione che mi guidava fin da bambino a considerare questi personaggi come realmente esistiti non è stata scalfita nel tempo e anzi, crescendo ho imparato a capire il vero significato della frase “tanto tempo fa, in una galassia lontana, lontana…”. Star Wars è una storia senza tempo di Cavalieri e principesse, di antiche religioni e raggi laser, di repubbliche con pianeti capitali e separatisti robotici, del nostro tempo e di tutte le sue rappresentazioni. George Lucas ha tratto spunto dalla mitologia e dagli studi sugli archetipi restituendoci un mosaico di personaggi e storie destinate a durare nell’immaginario collettivo.

Quando nel 1977 uscì il primo capitolo (all’epoca chiamato solo Star Wars), nessuno avrebbe mai immaginato che da quella pellicola così per certi versi ingenua e sognante potesse nascere gran parte della fantascienza moderna. Eppure, grazie alla forza dirompente di uno dei protagonisti della New Hollywood (ideale gruppo di autori che riscrissero le regole del cinema occidentale negli anni Settanta – Scorsese, Coppola, De Palma, Spielberg per dire), quale era Lucas, la fantascienza e il fantasy trovarono non solo il loro connubio perfetto, ma una rivoluzione di forma e contenuto essenziali alle fortune future. In oltre ancora oggi, calcolando l’inflazione, il primo Star Wars si attesta ancora come uno dei film di maggior successo commerciale di sempre, dietro forse solo Via col vento. Con L’Impero colpisce ancora (The Empire Strikes Back – 1980) poi si è scritta un’ulteriore pagina della storia del cinema, con uno dei film se non il più riuscito dell’intera saga conclusasi poi con Il Ritorno dello Jedi (1983).

Io voglio troppo bene a zio George. Cioè, guardatelo!

Io voglio troppo bene a zio George. Cioè, guardatelo!

Negli anni dell’assenza dalle sale la fama di Star Wars è cresciuta a dismisura, conquistando qualsiasi media e vantando una delle community di fans più affezionate della storia della cultura pop. Si sono susseguite: parodie (di cui la più famosa è Balle spaziali di Mel Brooks), fumetti, videogiochi, giochi da tavolo, di ruolo, merchandisng della più svariata natura e soprattutto tanta produzione letteraria a colmare il background non raccontato della storia principale, così come per narrarne le diramazioni possibili in dei simil-sequel. Tutto ciò che ha contribuito ad ampliare la storia della saga principale viene definito Universo Espanso, anche se ormai la Disney ha dichiarato un sacco di roba come non canonica e quindi non facente parte della linea narrativa ufficiale. Le Guerre Stellari sono entrate di fatto a far parte di un immaginario collettivo che va ben oltre le trame narrate nella trilogia principale. Lo stesso concetto di Forza, un’energia che ci circonda e che metterebbe in comunicazione tutte le cose dell’Universo è stata presa come vera e propria religione da molte più persone di quante se ne possa immaginare. C’è chi ha deciso di vivere secondo i principi Jedi (i cavalieri dell’ordine e dell’equilibrio) o chi addirittura segue quelli dei Sith (i rappresentanti del caos e del potere), a dimostrazione di quanto questa saga rappresenti un fenomeno che va ben oltre la “semplice” dimensione filmica.

Io sono un fiero classe 1990 e negli anni in cui sono cresciuto era ancora vivo e vegetissimo il culto della saga. Con l’aiuto di alcune benedette VHS e di alcuni passaggi in tv anche il piccolo me poté scoprire il mondo di Luke e compagnia. Mi ricordo perfettamente come montava l’ansia durante l’assalto finale alla Morte Nera, tanto che le sedie della cucina, capovolte ad arte, diventavano le cabine di pilotaggio delle mie personalissime Ala-X. Per non parlare di quante volte io e i miei cugini abbiamo dato vita a dei duelli serratissimi con le nostre spade laser, salvo poi bisticciarci circa l’uso più o meno improprio della Forza. Ricordo con non poca commozione quando mi fu regalata la prima versione restaurata de LA trilogia, quella del 1997 celebrativa per i 20 anni della Saga. C’erano scene inedite, e in generale la definizione migliorata di ognuno dei tre film era sorprendente rispetto a quanto avessi visto prima. Ma soprattutto il case di quella edizione era cromato in “oro” e le sagome degli eroi della mia infanzia si stagliavano sul bordo di un involucro a forma dell’elmo di Darth Vader. Per di più nonostante all’epoca internet non permettesse di ottenere news alla velocità della luce, circolavano rumors di una possibile nuova trilogia. E così fu.

Una delle cose più fighe che abbia mai posseduto.

Una delle cose più fighe che abbia mai posseduto.

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Nel 1999 uscì La Minaccia Fantasma. Finalmente una generazione di fans che avevano vissuto Star Wars solo al piccolo schermo avrebbero potuto godere di un evento senza precedenti. Avremmo vissuto il NOSTRO Star Wars e così doveva essere. Se devo essere sincero, così fu, ma il tempo non è stato galantuomo con questo film, ma non è questa la sede per discutere degli aspetti puramente critici. Stiamo parlando di amore in questo articolo. E giù giocattoli, videogiochi, e la speranza riaccesasi per una trilogia prequel che ci ha portato a conoscere il cammino di Anakin Skywalker vero il Lato Oscuro (oh no, spoiler!). Seguirono L’Attacco dei Cloni (per certi versi peggiore di Episodio I) e il mio preferito dei prequel, ovvero Episodio III: La Vendetta dei Sith. A questi film fa dato il merito di aver ampliato l’Universo di Star Wars oltre ogni limite immaginabile, facendoci conoscere un esercito di Jedi nuovi a cui affezionarci, nuovi pianeti e razze aliene, e tanta nuova mitologia. Soprattutto hanno sollevato un problema divenuto poi fondante per un fan, ovvero la deontologia di visione della Saga. Da questo momento in poi sono nate le due fazioni IV-V-VI-I-II-III e I-II-III-IV-V-VI, che indicano l’ordine di visione dei vari episodi, divisi per ordine cronologico o di uscita. Eh si, saranno stati brutti, dei mega giocattoloni e Hayden Christensen sarà forse una delle scelte di casting peggiori della storia del cinema, ma Ewan McGregor nei panni di un giovane Obi-Wan Kenobi, Yoda che combatte, Samuel L.Jackson figo come sempre e il più bello e lungo duello di spade della storia del cinema (girato per altro da nostro signore Steven Spielberg), valgono tutta la fatica. Per di più a posteriori e con la saggezza data dall’età, si evince come Lucas abbia voluto inserire una forte componente politica (dai più perculata poiché ritenuta noiosa), che quando non scade in inutile retorica si manifesta sotto forma di sibilina metafora. Uno degli aspetti più sottovalutati dell’intera trilogia prequel.

&lt;&lt;Non mi piace la sabbia...&gt;&gt;, una delle battute più brutte della storia del cinema.

<<Non mi piace la sabbia...>>, una delle battute più brutte della storia del cinema.

Ricordo di aver visto La Minaccia Fantasma almeno 4 volte al cinema quell’anno, il fatidico 1999, così come ho un’immagine nitida in testa del vhs registrato da Tele+ che mi permise di vedere il film altre migliaia di volte. Il risultato adesso è che a distanza di anni io e tutti i miei cugini ancora ricordiamo tutte le battute di quel (devo dirlo) pessimo film. Ricordo di aver giocato con i miei cugini decine di migliaia di battaglie a Star Wars Battlefront 1 e 2 ai tempi della Ps2 e a distanza di anni, con console diverse e giochi nuovi, ancora stiamo giocando a questo titolo. Ricordo le mille difficoltà con cui installavo i giochi di Star Wars al pc, salvo poi non capirci una mazza e rinunciare a finirli (ehi, avevo comunque 8 anni). Ricordo, ricordo, ricordo…

Ricordo te, Obi-Wan, e di come sei diventato immediatamente il mio personaggio preferito.

Ricordo te, Obi-Wan, e di come sei diventato immediatamente il mio personaggio preferito.

Da qualche anno c’è una nuova trilogia, nuove e vecchie storie che si intrecciano, nuovi giochi, fumetti, tante new entry nella mitologia. Ma il motivo per cui ancora tremo e mi commuovo a sentire il tema di John Williams e a veder scorrere quei cazzo di titoli di testa è che Star Wars mi appartiene, è una delle fabbriche dei miei ricordi più belli e importanti. È la mia famiglia, è IL mito, è stato ed è la storia su cui studio tutt’oggi, affrontando le tecniche di scrittura e della Sceneggiatura.

Tutto questo nessun film imperfetto, nessuna nuova direzione, nessun attore cane potrà mai togliermelo. Perché quando quei titoli di testa terminano di scorrere rimarremo a rimirare le stelle a chiederci in quali nuovi pianeti, minacce e avventure ci imbatteremo questa volta. Star Wars per me è e sarà sempre il sogno, il mito, l’avventura e l’epica.

Perché è vero, Luke Skywalker è in ognuno di noi, ma è altrettanto vero che non tutti possono essere Luke Skywalker.

 

Firmato:

un fan che si lascia andare nella Forza

Io all'uscita della sala dopo  The Last Jedi .

Io all'uscita della sala dopo The Last Jedi.

Le mani su Gotham City

È un dato di fatto, il Cinecomic è diventato un genere egemone della cinematografia mondiale e di mese in mese le sale sono invase da pellicole incentrate su supereroi.

L’inizio dell’ascesa di questo macro-genere possiamo identificarla con il primo film che ha dato il là all’universo cinematografico dei Marvel Studios, ovvero Ironman di John Fravau (2008). Da allora sono passati dieci anni e la Marvel è passata nelle grinfie di mamma Disney, consolidatasi quasi come unica superpotenza del nostro immaginario (possiede tra le altre la Lucasfilm, per intenderci). Ad arrancare dietro i personaggi partoriti (quasi tutti) dalla mente di Stan Lee troviamo quelli che ci avevano provato per primi, la Fox con i suoi mutanti (X-Men di Bryan Singer nel 2000 e seguiti vari), e la Warner/Dc che già con Batman di Tim Burton (1989) e con il Superman di Richard Donner (1978) aveva stabilito i primi grandi adattamenti apprezzati da critica e pubblico. Entrambe queste case di produzione stanno costruendo i propri universi narrativi coesi, cercando artifici diversi per distanziarsi dai Marvel Studios e i suoi Avengers, con alterne fortune. La cosa interessante è che stilisticamente, al contrario di quanto si possa pensare, questo genere non solo si è evoluto, ma i cineasti coinvolti hanno iniziato a giocare con l’idea stessa del genere

Il primo team di supereroi a conquistare le sale cinematografiche in tutto il suo splendore.

Il primo team di supereroi a conquistare le sale cinematografiche in tutto il suo splendore.

Guardando in casa Marvel, si sa, sostanzialmente parliamo ormai di commedie/fantasy, con il primo aspetto preponderante al punto da risultare in alcuni casi fastidioso. Rispetto alla cosiddetta Fase Uno del Marvel Universe, in cui gli stessi studios giocavano di più con il concetto di genere (si pensi al tono “shakespeariano” in Thor di Kenneth Brannagh o al “war-movie” del primo Captain America), lo stile di queste pellicole si è sostanzialmente standardizzato e appare quasi schiavo di sé stesso. Esempio su tutti è il secondo film dedicato al supergruppo di casa, gli Avengers, diretto sempre da Joss Wedhon come il fortunatissimo primo capitolo. Il regista, che all’epoca era ormai in rotta con lo studio al punto da lasciarlo dopo l’uscita di questo lavoro, imbastisce un film i cui sono evidenti alcuni dei suoi tropi classici, ma risente troppo del lavoro di editing della casa di produzione. Non ha modo di esprimersi appieno e l’opera ne perde di freschezza e autenticità (sfiorando in alcuni punti il ridicolo a dire il vero). Da quel momento in particolare l’intero carrozzone di film preannunciati e costruiti ad hoc dai Marvel Studios ha iniziato a omologarsi eccessivamente, compiacendo sì il pubblico, ma senza mai andare oltre per sfruttare al meglio il potenziale narrativo delle opere da cui si traduce. La formula è collaudata, quindi perché osare? Per quanto si sporchino di elementi fantasy o sci-fi, ma soprattutto quando cercano di puntare sulle emozioni di un personaggio o ricercando lo spessore proprio di determinate storie, questi film non spingono mai fino in fondo, ma restano in superficie. Sia chiaro, questa chiave è risultata ed è effettivamente vincente, ma tutto questo ha a mio avviso ben poco di cinematografico. Ha molto più a vedere con la serialità e all’elemento editoriale delle opere da cui sono tratti questi film. Non si traducono le storie originali, bensì è stata perfettamente replicata la strutturazione di quel tipo di arte. L’intrattenimento serializzato e che trova il proprio successo nella fidelizzazione. Sostanzialmente ciò che ora come ora funziona e detta legge.

La Warner dal canto suo è troppo in confusione a livello produttivo e soffre tremendamente il confronto con il binomio Marvel/Disney. Dopo i fasti dei già citati film su Superman e Batman, e rispettivi seguiti con alterne fortune, la casa detentrice dei diritti sui personaggi Dc Comics ha vissuto un solo momento di grande successo a seguito della trilogia de il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan. Questo trittico di grandissimi film ha riscritto il modo di intendere la trasposizione cinematografica di fumetti, legittimando questo tipo di operazione e portando il mondo del Cinema (sì, proprio con la C maiuscola) a fare attenzione a questa fetta di immaginario. In sostanza Nolan da bravo demiurgo ha immaginato di poter trattare con estrema serietà la materia, facendo partire la discussione su tali tematiche e nobilitando il genere in toto. Ma superato il fenomeno Nolan la Warner si è dovuta confrontare con il proprio futuro in termini narrativi, vista la dirompente avanzata della Marvel da un lato (il primo Avengers nel 2012 incassò MILLECINQUECENTO milioni di dollari, per dire), e il defilarsi dello stesso Nolan. La differenza sostanziale dell’Universo cinematografico Dc con gli altri, risiede proprio nel retaggio che si è creato con l’opera nolaniana. Ci troviamo in un mondo che pecca proprio nella sua forza principale, ovvero quella di prendersi eccessivamente sul serio. Il vantaggio di cui si fregia nominalmente la produzione è di aver creato un mondo director-driven, ovvero a completa discrezione dei cineasti che assumono. In particolare l’araldo e vera forza motrice di tutto l’universo Dc fin’ora è stato il buon Zack Snyder, il quale quantomeno c’ha provato a dare la SUA visione di questi personaggi e del mondo in cui si muovono. Certo, non è che sia andata benissimo e anzi si è sentita sempre più pesante la mano della produzione, ma se non altro le intenzioni erano buone. Il problema della Warner è proprio di coerenza. Si pensi al caso di Suicide Squad, il film che doveva rilanciare il carrozzone dopo i tremendi feedback ricevuti per Batman v. Superman, riguardanti soprattutto il tono eccessivamente serioso della pellicola. Il film di David Ayer sebbene dipingesse un supergruppo di villain, di cattivi sopra le righe, è stato eccessivamente edulcorato e rieditato con l’intenzione di alleggerire il tono, ma con un’idea produttiva fallimentare in origine. Di fatto si è compromessa la visione del regista stesso e per capire meglio la cosa basta guardare il primo e l’ultimo trailer rilasciati in attesa del film.

Batman v. Superman è stato ritenuto un insuccesso commerciale per la Warner nonostante più di OTTOCENTO milioni di dollari di incasso, mentre Suicide Squad considerata l’uscita estiva e il budget si è attestato comunque sopra i CINQUECENTO, soddisfacendo almeno commercialmente la produzione. Ad oggi di fatto l’unico film pienamente riuscito per visione del Regista, cast, incassi e impatto mediatico è stato Wonder Woman di Patty Jenkins del 2017. Talmente riuscito che la Warner ha deciso addirittura di puntare agli Oscar alla regia, al miglior film e persino per la migliore attrice protagonista, scommettendo sulla grandiosa (e devo dire inaspettata) interpretazione di Gal Gadot. Per capire la confusione degli studios basti pensare alle continue e discordanti notizie circa la direzione che sta intraprendendo l’universo narrativo e in particolare ancora più emblematica è la storia produttiva di ogni singolo film, soprattutto l’ultimo Justice League. In sostanza il mondo Warner cerca di proporre temi di spessore e che vanno a scavare nel profondo pantheon di personaggi e storie più vicine all’epica che ai supereroi con i superproblemi tanto cari alla Marvel, ma pecca proprio nei momenti in cui cerca di riportare lo scontro a livello della concorrenza. I registi provano a essere diversi, mentre la produzione attua folli tagli per avvicinarsi ai prodotti della concorrenza.

Eccolo qui, "l'eroe" del momento. Meno male che c'è Deadpool ad alzare l'asticella.

Eccolo qui, "l'eroe" del momento. Meno male che c'è Deadpool ad alzare l'asticella.

La Fox, defilata e apparentemente non costretta a confrontarsi con gli altri due giganti, detiene i diritti dei mutanti Marvel e dei Fantastici Quattro. Sui secondi stendiamo un velo pietoso, di fatto non sono mai riusciti ad avere una trasposizione di livello, nonostante l’originale (e tremendo) tentativo di Josh Trank nel 2015 e i precedenti due film, francamente imbarazzanti. Con i mutanti invece sono riusciti a creare un universo narrativo non particolarmente coeso e figlio di una certa confusione sul piano di continuity (la storia generale), ma particolarmente riuscito cinematograficamente. Con la seconda trilogia partita con X-Men L’Inizio del geniale Mattew Vaughan si è intrapresa una strada interessante e nuova, poi proseguita dal papà della precedente ovvero Bryan Singer. La trovata è stata quella di sviluppare un universo fantastico in un mondo realistico e storicamente pertinente, intersecando la storia americana alla narrazione del mondo mutante. Tradotto si è ricorsi a una sand-box poggiata sul filone dell’ucronia, particolarmente efficace, ma comunque si tratta di fanta-action.

La vera sperimentazione della Fox è arrivata negli ultimi anni, con dei tentativi di ripensare il genere sfruttando i generi cinematografici propriamente detti. È stato il caso di Deadpool, ad esempio, una commedia sui generis, politicamente scorretta e vietata ai minori, eppure allo stesso tempo un film sui supereroi, un cinecomic in tutto e per tutto. Ancora più interessante l’ultimo film della trilogia dedicata a Wolverine, Logan diretto da James Mangold nel 2017. Il film sempre inserendosi nel filone dei cinecomic è una pellicola che sfrutta appieno lo stile e un retaggio da western, riscrivendo l’idea di certi tipi di film. In sostanza la Fox sta ripensando il cinecomic come un SUPER-GENERE, capace di declinarsi in altrettante sfumature/generi. In quest’ottica sarà interessante vedere il prossimo New Mutants in uscita nel 2018, un film sempre cinecomic, ma di genere dichiaratamente horror.

Sulla Sony non mi pronuncio, dato che con la trilogia di Spiderman hanno sì contribuito all’ascesa dei cinecomic, ma poi si sono persi di strada con la seconda trilogia (incompiuta) al punto da doversi piegare in parte alla Marvel co-producendo prima Spiderman-Homecoming e tutte le altre co-proprietà con la casa editrice. L’unico spiraglio di originalità, oltre ai numerosi e discutibili film con protagonisti personaggi dell’universo dell’Uomo Ragno annunciati per i prossimi anni, sembra essere il Venom con protagonista Tom Hardy in uscita nell’ottobre 2018. Il film è stato pensato come un horro-fantascientifico. Staremo a vedere.

Insomma, il cinecomic ne ha fatta di strada da quando veniva guardato con diffidenza e oggi come oggi, oltre a essere una realtà commerciale superiore alle altre, è di fatto entrato nella discussione viva sui generi cinematografici e sulla direzione che stanno prendendo i prodotti audiovisivi. Un immaginario in continua evoluzione che ha ormai trasceso il cinema di genere.

Italia sì, Italia no

Perché non ci riusciamo? Perché il nostro cinema non riesce a tenere il passo dell’industria d’oltreoceano? Perché ci affidiamo sempre di più a passeggeri fenomeni d’incasso o di critica?

Non c’è di fatto un’unica risposta a queste e tante altre domande, né tantomeno mi sento in grado o all’altezza di analizzare oggettivamente la situazione del cinema italiano (di cui vorrei poter dire di essere un estimatore). I problemi sono tanti e spesso non vengono neanche percepiti come tali. In sostanza è evidente che non abbiamo una struttura industriale tale da tener testa ad Hollywood, né tantomeno stiamo vivendo un periodo di rinascita importante come sta avvenendo in Francia, ma siamo invece costantemente alla ricerca di un capolavoro o di un alfiere del nostro cinema che possa risollevarci da queste torpore. Quindi, come detto, ciò che segue rappresenta un’analisi assolutamente personale, non vuole essere IL VERBO.

In Italia (come in gran parte dell’Europa) vige una cultura cinematografica leggermente più snob, se mi passate il termine, mascherata sotto la tendenza alla ricerca di un’autorialità che spesso e volentieri si associa a un certo colpevole distacco verso il pubblico. Ci siamo affidati negli ultimi anni alle fatiche di due baluardi in particolare: Paolo Sorrentino e Matteo Garrone (e più recentemente nei “nuovi volti” De Angelis e l’exploit di Mainetti), dimenticandoci di tanta produzione “minore” o di altri grandi nomi capaci di distinguersi in questo marasma generale. Fatto sta che sentiamo la necessità di vivere di “casi” di anno in anno. Lo dimostrano film ritenuti “evento” quali i due ottimi film di Paolo Virzì La Pazza Gioia e Il Capitale Umano, il grande successo di Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese, l’eclatante riconoscimento per Lo chiamavano Jeeg Robot, opera dalla travagliata gestazione e per certi versi distribuzione di Gabriele Mainetti e La Tenerezza di Gianni Amelio (che tanto ho adorato). Su tutti però volevo partire con Indivisibili di Eduardo De Angelis.

Sarà anche presa dal libro, ma questa scena ce la poteva regalare solo un maestro come Garrone. Talmente potente da rimanere nella storia del nostro cinema e non solo.

Sarà anche presa dal libro, ma questa scena ce la poteva regalare solo un maestro come Garrone. Talmente potente da rimanere nella storia del nostro cinema e non solo.

Questo film, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2016 nella sezione “Giornate degli Autori”, ha riscosso un notevole successo ed è sicuramente da annoverare tra i grandi film dell’ultimo periodo italiano. Ha soprattutto fatto idealmente da apripista per l’incredibile invasione di un certo cinema che nasce con un cuore spiccatamente partenopeo, come dimostrato dalla successiva Mostra del Cinema di Venezia letteralmente invasa da pellicole ambientate a Napoli e dintorni. Indivisibili è sia una pellicola riuscita di per sé e nuova per le idee e i contenuti, quanto facilmente iscrivibile in un certo modo di fare cinema figlio sempre dell’unico grande caso a mio parere di rilievo del cinema italiano recente, ovvero Gomorra (film e serie-tv). Vedete, il problema è che proprio non riusciamo a uscire dall’immaginario descritto con violenta poesia da Matteo Garrone in quel film del 2008.

Lo dimostra il litorale casertano del finale dello stesso Gomorra e poi della pellicola di De Angelis (“colpevole” già in Diaz di farsi prestare ambientazione e volto Dal fenomeno Gomorra) e lo dimostrano anche i Manetti Bros. con il momento musical (terribilmente estemporaneo) a Scampia nel loro Ammore e Malavita, sebbene in tono dissacrante e cercando di distaccarsene.

Poi, se da un lato vige una poetica Garrone/Gomorra-centrica, complice soprattutto il successo della Serie, capace di consacrare proprio uno stile che diventa contenuto, dall’altra ci sono vari tentativi di internazionalizzazione dei temi trattati, come è avvenuto nei casi già citati di Virzì e soprattutto con Mainetti e il suo Jeeg.

Indivisibili è un altro di quei film che gioca molto con un certo immaginario e lo fa in maniera consapevole, ma alle volte esagerando.

Indivisibili è un altro di quei film che gioca molto con un certo immaginario e lo fa in maniera consapevole, ma alle volte esagerando.

Il problema è che pellicole come Indivisibili o Lo chiamavano Jeeg Robot, dovrebbero rappresentare la produzione media del nostro cinema e non ergersi a modelli della più alta espressione dell’industria. Allo stato attuale invece si sente la necessità di affidarsi a questi exploit, a salire sul carro dei vincitori fosse anche solo per un anno (atteggiamento tipicamente italiano) e sfruttare al massimo quel momento, camuffandolo da benedizione scesa dal cielo in grado da sola di cambiare le sorti del Cinema del Belpaese. Ma non è così che funziona, né tantomeno pare funzionare. Bisogna guardare in faccia la realtà e analizzare sia i trend rispetto alla distribuzione e fruizione, che l’importante contributo di media e critica. Diciamocelo, la gente non ci va più al cinema, figurarsi a vedere un film italiano magari anche “pesante” o con Margherita Buy (che adoro) nel ruolo della donna sull’orlo della centesima crisi di nervi.

Ci sono tanti aspetti che vanno migliorati, come ad esempio questo del casting. Possibile mai che abbiamo quella decina di nomi in croce a dividersi le stesse parti over and over and over…? Micaela Ramazzotti quante giovani madri tormentate potrà ancora interpretare? Alessandro Gassmann è per il Cinema quello che Beppe Fiorello è per la fiction?

Sorrentino poi è stato scaltro nell’intrufolarsi nel mondo delle series con The Young Pope, comprendendo come l’industria stessa del nostro Entertainment si stia concentrando su quell’aspetto. E qui forse mi sento di dire che l’Italia dello spettacolo di sta muovendo bene sempre grazie all’arrivo messianico di Gomorra la serie.

Vi chiederete, <<ma questo ha scritto ‘sto blog solo per lamentarsi? Si crede più bravo e intelligente dei personaggi citati?>>

No e no, signore e signori miei.

Una mia teoria ce l’ho su come risollevare le sorti del Cinema nostrano e vado a esporvela.

Dove sono finiti i generi?

Se c’è un aspetto che ancora ereditiamo dalla politica autoriale di certo cinema europeo di cui siamo stati e siamo grandi esponenti è proprio l’incapacità o la negazione di intraprendere un discorso preciso sulla produzione di genere. In questo senso apprezzo molto il lavoro dei Manetti Bros. i quali si sono aggrappati con forza al loro stile seventies, polizziottesco e prima con l’ispettore Coliandro, fortunata e seguita serie Rai e poi al cinema con il duo Song e Napule & Ammore e Malavita, sono riusciti ad esprimersi e a ritagliarsi uno spazio interessante nel panorama nostrano. Aderire a un genere per poi giocarci, questa è la carta vincente. In Italia ci si è persi nel binomio Commedia/Dramma, da cui non riusciamo ad uscire se non in rarissime occasioni. In particolare l’unico che ha saputo dire qualcosa di più con la Commedia è stato Zalone con i suoi film campioni d’incassi, che però fanno rimpiangere al sottoscritto la costante e inesorabile uscita di scena e caduta di stile del cinema di altri grandi comici come Aldo, Giovanni e Giacomo o Ale e Franz(sebbene questi ultimi anche a causa di forze maggiori).

Credo che la difficoltà nell’approcciare i generi sia un sintomo di un cinema intimorito e pavido, in cui sempre più spesso si preferiscono delle operazioni alle opere. Assistiamo in sostanza a una serie di pellicole copincollate, spesso e volentieri con lo stesso cast alterno e con tematiche ripetitive.

In oltre abbiamo decisamente smesso di raccontarci, di guardarci dentro. Il che non vuole assolutamente rimandare a pellicole ultra cervellotiche o depresse sullo stato delle cose. Guardate la trilogia di Smetto quando voglio, cavoli! Un film che diverte e che racconta uno spaccato vero e amarissimo della nostra Italia. Un po’ come facevamo una volta, no? Con quelle commedie dai toni grigi e senza paura, in grado di dar da pensare e strapparti una risata allo stesso tempo, come solo il grande cinema sa fare.

Ma a quanto pare, nel nostro paese, di spazio per roba come Boris, tanto per citare un’Opera con la O di “O’ver” (“per davvero” dal Napoletano), non sembra essercene più.

Martellone regna.

Martellone regna.

Lunga vita ai film brutti

Pensateci, quante volte evitiamo di andare a vedere un film oppure ne esprimiamo un'opinione tutta basata su giudizi altrui, appunto solo perché è ritenuto da critica e/o pubblico un prodotto non meritevole?

Viviamo un'epoca in cui l'opinione degli altri, di tanti imprecisati "altri", influenza gran parte delle nostre scelte, tanto che difficilmente riusciamo a creare una nostra opinione circa i prodotti dell'industria culturale. Di chi è la colpa di tutto ciò? Di tante componenti, su tutte un appiattimento culturale generico (particolarmente nel panorama italiano) e nella critica, incapace di mantenere la propria posizione e motivo d'essere. Sostanzialmente è scomparsa la politica propriamente detta dalla cultura. Qualcuno potrà obiettare che questo sia un bene, ma sappiate solo che non si può fare Arte senza un messaggio politico, ma questa è un'altra storia...

Tornando a noi, sono sicuro che come chi vi scrive anche voi abbiate tanti piaceri proibiti, siano essi delle serie tv largamente odiate o bistrattate, o film ritenuti dei flop di botteghino e/o critica. Ebbene questi e tanti altri prodotti "non perfetti" sono preziosissimi ai fini di una sana vita culturale. Ci permettono sostanzialmente di formare il nostro senso critico e anche solo constatare e accettare "l'errore" nell'aver deciso di vederli equivale a un passo in avanti, a una lezione. Questa riflessione, lo dico a scanso di equivoci, nasce dalla mia recente visione di Valerian e la città dei mille pianeti, un film che Luc Besson ha inseguito per tanto tempo e, come spesso accade con queste fantastiche chimere della storia del cinema, non è stato all'altezza delle aspettative.

Il film non è "brutto" né "bello", ma è un onestissimo tentativo di adattamento da parte dell'eclettico regista francese di una serie di graphic novel nata sul finire degli anni Sessanta. Non voglio di certo farne una recensione in questa sede (né ne troverete di altre su queste pagine, questo dovrebbe essere chiaro ormai), ma mi interessa molto ragionare rispetto a quello che film di questo tipo possono lasciare nello spettatore. Si diceva non è un film riuscito, forse questo è il commento che più mi sento di dare, ma ci sono tantissimi di quegli spunti interessanti che fanno di questo prodotto una vera e propria espressione artistica sotto la falsa forma di mero oggetto di consumo.

Nelle fattispecie nasce con l'intendo di essere un grande "blockbuster" che guarda all'America con un gusto tutto europeo, ma inevitabilmente si sporca di quegli stilemi tipici di Besson, con i suoi tratti distintivi che sfociano spesso nell'autorialità "da cassetta". Da un momento in poi il film fa decisamente storcere il naso per varie evidenti e fastidiose criticità che ne inficiano la qualità complessiva, eppure non ho potuto fare a meno di pensare ai miei soldi come ben spesi. Sì, perché a prescindere da ciò che mi aspettavo ho visto un prodotto e l'ho analizzato secondo il mio punto di vista e gusto, facendomene una MIA opinione (positiva o negativa che fosse). Per farla breve e semplice mi sono anche annoiato a tratti, ma la forza di alcune cose che ha voluto esprimere il regista mi ha fatto capire il tipo di messaggio che voleva mandare e il fatto stesso di comprendere e analizzarne i motivi del "fallimento" non può che far parte di un processo di crescita del senso critico di uno spettatore.

C'è del brutto insomma, ma ci sono anche tante cose interessanti e che soprattutto provocano domande, pensieri e osservazioni. Arte.

D'altronde in questo caso parliamo proprio di un regista decisamente divisivo se si pensa ad altri suoi film come Il Quinto Elemento (un grande capolavoro incompreso) o lo stesso Lucy, dai toni e le intenzioni decisamente più commerciali. In sostanza parliamo di un artista che malgrado tutto riesce a comunicare qualcosa (e molto, anche troppo) a prescindere dalle intenzioni iniziali delle pellicole in questione. Credo che in questo ci sia la sostanza dell'argomento di questo blog.

Da Valerian compiendo un volo pindarico arrivo ad associarvi direttamente Cloud Atlas, un'operazione complicatissima e per nulla riuscita dei fratelli/sorelle Wachowski (non è per cattiveria, ma davvero risulta difficile capire come parlare di questi/e due cineasti/e senza sembrare politicamente scorretto, dato il loro recente doppio cambio di sesso!).

Una bellissima interpretazione delle varie (e complicate) linee temporali di  Cloud Atlas &nbsp;sotto forma di poster.

Una bellissima interpretazione delle varie (e complicate) linee temporali di Cloud Atlas sotto forma di poster.

Cloud Atlas è un gran casino, uno di quei casini che risulta però difficile odiare e a cui tanto voglio bene. Un'operazione complessa e intricata, fatta di diverse linee temporali e di trama che si vanno a intrecciare in un unicum che cerca disperatamente di mantenersi coeso. Oltre ai già citati Wachowski firma la regia anche Tom Tykwer, regista di quell'altra chicca di Profumo - Storia di un assassino (2006) e i tre si dividono sostanzialmente gli episodi che vanno a comporre questo variopinto mosaico. Il tema alla base del film riguarda le storie, le nostre storie, e di come queste siano inevitabilmente connesse l'una con l'altra in una sorta di catena infinita di conseguenze e parallelismi. In sostanza si tratta di un mega esperimento di varie atmosfere e stili diversi e soprattutto un connubio di generi assolutamente pazzo e quindi irresistibile. Il film tirando le somme è però proprio"brutto", ma è talmente evidente la sua natura sperimentale che affascina terribilmente. Sembra qualcosa venuto da una sala montaggio del Tremila! L'idea di base di utilizzare un unico cast che si maschera di volta in volta per interpretare i personaggi più disparati funziona in maniera altalenante, così che in alcuni casi risulta addirittura ridicolo (non me ne vogliano i succitati perbenisti, ma se un'attrice ha dei tratti orientali, non è esagerando con il trucco che sarà credibile come una donzella della campagna americana ottocentesca; per non parlare del povero Jim Strugges versione eroe di Neo Seul). Ma come questa ci sono mille e più idee azzardate e geniali sulla carta, le quali però hanno una riuscita pessima nella messa in scena. Ma come si fa a non amarli? Questi registi (e basta, oh, ne parlo al maschile!) ci hanno da sempre abituato a scelte forti e audaci, e in molti casi ci mettono di fronte a prodotti fortemente caratterizzati e polarizzanti. Probabilmente l'unico caso in cui sono riusciti sì a shockare, ma con risultati decisamente positivi e scrivendo il loro nome nella storia del cinema, è stato con quel capolavoro (e badate bene in questo caso il termine è assolutamente calzante) di Matrix. In ogni caso parliamo di cibo per la mente, nel bene o nel male. Cinema questo in grado di muovere i meccanismi della mente e di inviare messaggi e suggestioni, di mettere in moto le nostre anime e far nascere dibattito. Amen.

Vogliamo poi parlare di quante commedie vengono bollate come pessimi film impedendo spesso allo spettatore medio di godere dell'immacolata visione di grandi capolavori come Zoolander o il mio vero e proprio guilty pleasure quale è Due Single a nozze? Film di questo tipo di certo non entreranno mai a far parte di una lista di papabili premi oscar e anzi, forse in un decennio verranno assolutamente dimenticati, ma non possiamo lasciare che sia una vaga e imprecisata opinione comune a impedirci di nutrirci di queste grandi opere (sì, sto marcando la mano di proposito).

Insomma, l'avrete capito, con film "brutto" voglio intendere quei film che rappresentano un azzardo,  qualcosa di non accettato e di successo per il grande pubblico o la critica, ma che abbia comunque in sé delle caratteristiche tali da diventare importanti per noi! Sarebbe stato più appropriato forse fare una disamina circa lo strapotere dell'opinione della rete e della sempre più tangibile mancanza di una vera e propria critica, ma rinvierei questo tipo di discussione a un altro intervento. Proprio mentre vi scrivo è uscita un'interessantissima intervista a Dio...ehm...a zio Martin Scorsese, il quale si interroga su alcuni punti della nostra discussione e io in qualità di umile servo ve la linko come farei con qualsiasi Verbo sacro. 

L'INTERVISTA A ZIO MARTIN

Spero di essere stato abbastanza chiaro con il punto in questione e se così non fosse vi invito a farmi una beeeeeeeeella recensione negativa. Tanto l'importante è quello, no? Per favore, però, non scendete sotto le 2 stelline...

Dunkirk, manifesto del Cinema post streaming

Come spesso accade in seguito all'uscita di un film di Christopher Nolan, pubblico e critica si dividono equamente nei soliti due schieramenti: chi lo denigra, considerandolo un grande bluff e chi lo esalta a miglior regista contemporaneo. In particolare all'uscita italiana di Dunkirk (sottolineo quella nostrana, perché come spesso accade il film nel resto del mondo è uscito molto prima) il film ha spaccato in due il mondo della critica del belpaese (molle come un formaggio insomma). Ci sono stati anche dei veri e propri attacchi concettuali alla poetica nolaniana e alla figura stessa del regista, forte a detta degli accusatori di un potere mediatico tale da spostare l'attenzione rispetto al prodotto in sé, ritenuto appunto da questi alquanto scadente. Di solito sarei portato a dire che la verità sta nel mezzo, ma non in questo caso.

Sì, sono un Nolaniano convinto da quasi sempre direi. Sì, chiudo più di un occhio sugli evidenti buchi di trama in alcune delle sue pellicole. Sì, trovo che sia un regista assai poco seducente e a volte troppo freddo. Ma stiamo parlando di uno degli ultimi baluardi del Cinema propriamente detto.

Vi ricorda niente questa immagine?

Vi ricorda niente questa immagine?

Chrisopher Nolan non sforna pellicole (e badate bene non uso questo termine a caso) con la stessa periodicità di un cinepanettone, ma anzi, pondera a lungo ogni singolo aspetto di ogni suo film, anche il più commerciale (si veda la trilogia de il Cavaliere Oscuro come reference). Il risultato è un lavoro fatto di amore per il Cinema stesso, completo in ogni suo dettaglio e magnifico per la capacità di spettacolarizzazione degli aspetti più disparati delle vicende di cui narra. Ha sperimentato quasi ogni genere e sottogenere (a parte la commedia, ma lì c'è un oggettiva difficoltà di spirito a mio avviso) e ha spesso riscritto le regole dei generi spesso di cui tratta. Lo ha fatto coi cinecomic con la trilogia su Batman, così come con Interstellar per la Fantascienza e adesso con Dunkirk, cimentandosi con la Guerra, ma sempre dal suo particolare punto di vista.

Un regista cervellotico, non di pancia. Un artista che rielabora secondo la propria visione temi grandi o piccoli che siano restituendo allo spettatore la sua poetica indipendentemente da trama, contesto, attori e appunto genere.

Perché in particolare Dunkirk divide? Perché è un film perfettamente aderente ai canoni del genere eppure completamente avulso da alcuni suoi stilemi. Il film esplora ulteriormente il tema tanto caro al regista del Tempo, rielaborandolo a suo piacimento con uno stratagemma di sceneggiatura che da pura forma diventa contenuto. In parole povere è un film di guerra in cui la guerra non è particolarmente presente, o meglio ancora non come siamo stati abituati a conoscerla. Fateci caso, non si vede un tedesco che sia uno e questo in un film sulla Seconda Guerra Mondiale è quanto meno atipico. Qui non c'è la necessità di mostrare un "nemico", ma di riconoscere il male nelle avversità provocate dalla guerra stessa. Un ritorno a casa impossibile e infine per nulla eroico da parte di un paese disposto a sacrificare gran parte dei propri uomini data la difficoltà dell'impresa, in vista dell'imminente assedio. Il messaggio è chiaro: non c'è nulla di eroico nella Guerra in quanto tale. Gli eroi del film sono quelli disposti a sacrificare il proprio tempo per donarlo agli sventurati rimasti sulle coste di Dunkerque (la polemica poi sulla mancata traduzione della località in questione l'ho trovata tra le più ottuse e senza senso degli ultimi anni). L'eroe è ad esempio (e su tutti data la magistrale interpretazione) Tom Hardy, nelle vesti del pilota dello spitfire condannato a volare fino a esaurimento del carburante. Non sa in sostanza quanto tempo gli rimanga, eppure lo dona a quegli sconosciuti lì sotto, in cerca di un modo per tornare a casa, quella home che un ottimo Kenneth Branagh nei panni del Comandante Bolton scruta con bramosa nostalgia durante tutto il film. Il Tempo quindi che si intreccia in tre linee narrative/temporali diverse. Che sia una settimana, un giorno o un'ora o che sia per tutta la durata della guerra è tutta una questione di Tempo, perso, donato, ritrovato.

Un film dunkirk assolutamente da vivere al cinema e qui arrivo al punto della questione. Da troppo tempo ormai c'è una certa tendenza a minimizzare l'impatto del Cinema nell'immaginario collettivo e questo avviene a causa del mutare delle modalità di fruizione del prodotto. Sempre di recente lo stesso Nolan è stato protagonista di un accenno di polemica nei confronti delle nuove piattaforme di streaming, in particolare di Netflix. A sua detta infatti non avrebbe alcuna intenzione di produrre un film per tali piattaforme, scatenando un polverone e successive prese di posizione. Un fenomeno quello dello spostamento della produzione cinematografica anche e soprattutto verso nuovi lidi come internet e i servizi di streaming che rappresenta una realtà ormai consolidatasi e in poco tempo. Basti pensare che per il suo Irishman Martin Scorsese ricorrerà alla produzione di Netflix, mettendo sul banco un cast mica male per un film che uscirà ad esclusiva di tale piattaforma. Ecco, quello sarà un vero banco di prova per capire quale sarà il futuro della produzione. Ma torniamo a noi...

I due grandi registi condividono oltre alla passione per il mezzo, un grande e profuso impegno per la conservazione e la reintroduzione decisa dell'uso della pellicola. Non a caso Nolan è stato uno dei primi e il più solerte utilizzatore delle pellicole Imax e dei formati "giganti", ormai caduti il largo disuso nell'epoca del digitale ad ogni costo. Non solo, ma ad oggi è uno dei pochi registi ad altissimo budget che preferisce l'utilizzo degli effetti speciali alla computer grafica (ampiamente osservabile nelle scelte per la trilogia de il Cavaliere Oscuro). Insomma Nolan rappresenta al tempo stesso un conservatore e il più poetico innovatore dell'arte cinematografica.

Dunkirk è un film che va vissuto solo ed esclusivamente al cinema, in una sala Imax se possibile. Rappresenta l'ennesima impresa tecnica e stilistica di un regista, di un autore sempre alla ricerca di un perfetto connubio tra forma e contenuto. Un mago, un prestigiatore che ti fa guardare esattamente dove vuole, mentre di nascosto elabora il trucco, l'artificio. Poi per carità, eh, liberi di non farvelo piacere. Il punto qui è che un film del genere rappresenta perfettamente il perché ancora oggi il cinema sia in assoluto la forma d'arte più coinvolgente e in grado di esprimere i propri messaggi con una forza che non ha eguali. Un evento totalizzante e capace di rapire noi e la nostra concentrazione, sempre più in bilico ormai tra consumatori e consumati dai prodotti stessi.

Perciò, fatevi un favore e andate in sala, spesso e volentieri. Con buona pace di certi vecchi tromboni...