Italia sì, Italia no

Perché non ci riusciamo? Perché il nostro cinema non riesce a tenere il passo dell’industria d’oltreoceano? Perché ci affidiamo sempre di più a passeggeri fenomeni d’incasso o di critica?

Non c’è di fatto un’unica risposta a queste e tante altre domande, né tantomeno mi sento in grado o all’altezza di analizzare oggettivamente la situazione del cinema italiano (di cui vorrei poter dire di essere un estimatore). I problemi sono tanti e spesso non vengono neanche percepiti come tali. In sostanza è evidente che non abbiamo una struttura industriale tale da tener testa ad Hollywood, né tantomeno stiamo vivendo un periodo di rinascita importante come sta avvenendo in Francia, ma siamo invece costantemente alla ricerca di un capolavoro o di un alfiere del nostro cinema che possa risollevarci da queste torpore. Quindi, come detto, ciò che segue rappresenta un’analisi assolutamente personale, non vuole essere IL VERBO.

In Italia (come in gran parte dell’Europa) vige una cultura cinematografica leggermente più snob, se mi passate il termine, mascherata sotto la tendenza alla ricerca di un’autorialità che spesso e volentieri si associa a un certo colpevole distacco verso il pubblico. Ci siamo affidati negli ultimi anni alle fatiche di due baluardi in particolare: Paolo Sorrentino e Matteo Garrone (e più recentemente nei “nuovi volti” De Angelis e l’exploit di Mainetti), dimenticandoci di tanta produzione “minore” o di altri grandi nomi capaci di distinguersi in questo marasma generale. Fatto sta che sentiamo la necessità di vivere di “casi” di anno in anno. Lo dimostrano film ritenuti “evento” quali i due ottimi film di Paolo Virzì La Pazza Gioia e Il Capitale Umano, il grande successo di Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese, l’eclatante riconoscimento per Lo chiamavano Jeeg Robot, opera dalla travagliata gestazione e per certi versi distribuzione di Gabriele Mainetti e La Tenerezza di Gianni Amelio (che tanto ho adorato). Su tutti però volevo partire con Indivisibili di Eduardo De Angelis.

Sarà anche presa dal libro, ma questa scena ce la poteva regalare solo un maestro come Garrone. Talmente potente da rimanere nella storia del nostro cinema e non solo.

Sarà anche presa dal libro, ma questa scena ce la poteva regalare solo un maestro come Garrone. Talmente potente da rimanere nella storia del nostro cinema e non solo.

Questo film, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2016 nella sezione “Giornate degli Autori”, ha riscosso un notevole successo ed è sicuramente da annoverare tra i grandi film dell’ultimo periodo italiano. Ha soprattutto fatto idealmente da apripista per l’incredibile invasione di un certo cinema che nasce con un cuore spiccatamente partenopeo, come dimostrato dalla successiva Mostra del Cinema di Venezia letteralmente invasa da pellicole ambientate a Napoli e dintorni. Indivisibili è sia una pellicola riuscita di per sé e nuova per le idee e i contenuti, quanto facilmente iscrivibile in un certo modo di fare cinema figlio sempre dell’unico grande caso a mio parere di rilievo del cinema italiano recente, ovvero Gomorra (film e serie-tv). Vedete, il problema è che proprio non riusciamo a uscire dall’immaginario descritto con violenta poesia da Matteo Garrone in quel film del 2008.

Lo dimostra il litorale casertano del finale dello stesso Gomorra e poi della pellicola di De Angelis (“colpevole” già in Diaz di farsi prestare ambientazione e volto Dal fenomeno Gomorra) e lo dimostrano anche i Manetti Bros. con il momento musical (terribilmente estemporaneo) a Scampia nel loro Ammore e Malavita, sebbene in tono dissacrante e cercando di distaccarsene.

Poi, se da un lato vige una poetica Garrone/Gomorra-centrica, complice soprattutto il successo della Serie, capace di consacrare proprio uno stile che diventa contenuto, dall’altra ci sono vari tentativi di internazionalizzazione dei temi trattati, come è avvenuto nei casi già citati di Virzì e soprattutto con Mainetti e il suo Jeeg.

Indivisibili è un altro di quei film che gioca molto con un certo immaginario e lo fa in maniera consapevole, ma alle volte esagerando.

Indivisibili è un altro di quei film che gioca molto con un certo immaginario e lo fa in maniera consapevole, ma alle volte esagerando.

Il problema è che pellicole come Indivisibili o Lo chiamavano Jeeg Robot, dovrebbero rappresentare la produzione media del nostro cinema e non ergersi a modelli della più alta espressione dell’industria. Allo stato attuale invece si sente la necessità di affidarsi a questi exploit, a salire sul carro dei vincitori fosse anche solo per un anno (atteggiamento tipicamente italiano) e sfruttare al massimo quel momento, camuffandolo da benedizione scesa dal cielo in grado da sola di cambiare le sorti del Cinema del Belpaese. Ma non è così che funziona, né tantomeno pare funzionare. Bisogna guardare in faccia la realtà e analizzare sia i trend rispetto alla distribuzione e fruizione, che l’importante contributo di media e critica. Diciamocelo, la gente non ci va più al cinema, figurarsi a vedere un film italiano magari anche “pesante” o con Margherita Buy (che adoro) nel ruolo della donna sull’orlo della centesima crisi di nervi.

Ci sono tanti aspetti che vanno migliorati, come ad esempio questo del casting. Possibile mai che abbiamo quella decina di nomi in croce a dividersi le stesse parti over and over and over…? Micaela Ramazzotti quante giovani madri tormentate potrà ancora interpretare? Alessandro Gassmann è per il Cinema quello che Beppe Fiorello è per la fiction?

Sorrentino poi è stato scaltro nell’intrufolarsi nel mondo delle series con The Young Pope, comprendendo come l’industria stessa del nostro Entertainment si stia concentrando su quell’aspetto. E qui forse mi sento di dire che l’Italia dello spettacolo di sta muovendo bene sempre grazie all’arrivo messianico di Gomorra la serie.

Vi chiederete, <<ma questo ha scritto ‘sto blog solo per lamentarsi? Si crede più bravo e intelligente dei personaggi citati?>>

No e no, signore e signori miei.

Una mia teoria ce l’ho su come risollevare le sorti del Cinema nostrano e vado a esporvela.

Dove sono finiti i generi?

Se c’è un aspetto che ancora ereditiamo dalla politica autoriale di certo cinema europeo di cui siamo stati e siamo grandi esponenti è proprio l’incapacità o la negazione di intraprendere un discorso preciso sulla produzione di genere. In questo senso apprezzo molto il lavoro dei Manetti Bros. i quali si sono aggrappati con forza al loro stile seventies, polizziottesco e prima con l’ispettore Coliandro, fortunata e seguita serie Rai e poi al cinema con il duo Song e Napule & Ammore e Malavita, sono riusciti ad esprimersi e a ritagliarsi uno spazio interessante nel panorama nostrano. Aderire a un genere per poi giocarci, questa è la carta vincente. In Italia ci si è persi nel binomio Commedia/Dramma, da cui non riusciamo ad uscire se non in rarissime occasioni. In particolare l’unico che ha saputo dire qualcosa di più con la Commedia è stato Zalone con i suoi film campioni d’incassi, che però fanno rimpiangere al sottoscritto la costante e inesorabile uscita di scena e caduta di stile del cinema di altri grandi comici come Aldo, Giovanni e Giacomo o Ale e Franz(sebbene questi ultimi anche a causa di forze maggiori).

Credo che la difficoltà nell’approcciare i generi sia un sintomo di un cinema intimorito e pavido, in cui sempre più spesso si preferiscono delle operazioni alle opere. Assistiamo in sostanza a una serie di pellicole copincollate, spesso e volentieri con lo stesso cast alterno e con tematiche ripetitive.

In oltre abbiamo decisamente smesso di raccontarci, di guardarci dentro. Il che non vuole assolutamente rimandare a pellicole ultra cervellotiche o depresse sullo stato delle cose. Guardate la trilogia di Smetto quando voglio, cavoli! Un film che diverte e che racconta uno spaccato vero e amarissimo della nostra Italia. Un po’ come facevamo una volta, no? Con quelle commedie dai toni grigi e senza paura, in grado di dar da pensare e strapparti una risata allo stesso tempo, come solo il grande cinema sa fare.

Ma a quanto pare, nel nostro paese, di spazio per roba come Boris, tanto per citare un’Opera con la O di “O’ver” (“per davvero” dal Napoletano), non sembra essercene più.

Martellone regna.

Martellone regna.