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Oscar 2019 - vincitori e vinti

E così anche quest’edizione degli Oscar è stata archiviata e abbiamo la lista completa dei vincitori e degli “sconfitti”.

Quella di quest’anno è stata una serata particolare degli Academy Awards e per diversi motivi. È stata infatti la prima edizione priva di un vero e proprio presentatore unico, a seguito del passo indietro di Kevin Hart dalla conduzione dopo lo scandalo scoppiato in seguito al “ritrovamento” di alcuni suoi tweet particolarmente poco eleganti e con continui riferimenti omofobi. Le altre due sostanziali novità o motivi di interesse di quest’anno sono stati sicuramente rappresentati dalla candidatura di Black Panther a miglior film (e a diversi altri premi) e soprattutto la massiccia presenza di Netflix, con ben 15 nomination(s). Due particolari quest'ultimi che sottolineano come l’industria stia cambiando e di come gli Oscar, da sempre termometro vero per il cinema mondiale, raccontino di un panorama in evoluzione. Lenta, ma pur sempre evoluzione.

In definitiva posso dire che quest’anno a far “discutere” siano state più le nomination che gli effettivi vincitori. Le scelte dell’Academy sono state infatti grossomodo molto classiche e politicamente corrette per così dire. Come ogni anno, va detto, non hanno vinto proprio tutti i favoriti (no pun intended) o i film e artisti universalmente riconosciuti come migliori dei compagni di categoria. Ma ciancio alle bande e osserviamo la lista delle nomination con i vincitori evidenziati:

  • Miglior film
    Black Panther 
    BlacKkKlansman 
    Bohemian Rhapsody 
    La favorita
    Green Book 
    Roma 
    A Star is Born 
    Vice

  • Miglior regia
    Spike Lee, BlacKkKlansman
    Paweł Pawlikowski, Cold War
    Yorgos Lanthimos, La favorita
    Alfonso Cuarón, Roma
    Adam McKay, Vice

  • Miglior attrice protagonista
    Yalitza Aparicio, Roma
    Glenn Close, The Wife
    Olivia Colman, La favorita
    Lady Gaga, A Star Is Born
    Melissa McCarthy, Copia originale

  • Miglior attrice non protagonista
    Amy Adams, Vice
    Marina de Tavira, Roma
    Regina King, Se la strada potesse parlare
    Emma Stone, La favorita
    Rachel Weisz, La favorita

  • Miglior attore protagonista
    Christian Bale, Vice
    Bradley Cooper, A Star Is Born
    Willem Dafoe, At Eternity’s Gate
    Rami Malek, Bohemian Rhapsody
    Viggo Mortensen, Green Book

  • Miglior attore non protagonista
    Mahershala Ali, Green Book
    Adam Driver, BlacKkKlansman
    Sam Elliott, A Star Is Born
    Richard E. Grant, Copia originale
    Sam Rockwell, Vice

  • Miglior film straniero
    Capernaum (Libano)
    Cold War (Polonia)
    Never Look Away (Germania)
    Roma (Messico)
    Shoplifters (Giappone)

  • Miglior film d’animazione
    Gli Incredibili 2 
    Isle of Dogs
    Mirai 
    Ralph Spacca-Internet 
    Spider-Man: Un nuovo universo

  • Miglior corto d’animazione
    Animal Behavior
    Bao
    Late Afternoon 
    One Small Step 
    Weekends

  • Miglior sceneggiatura originale
    La favorita
    First Reformed 
    Green Book 
    Roma 
    Vice

  • Miglior sceneggiatura non originale
    The Ballad of Buster Scruggs 
    BlacKkKlansman 
    Copia originale
    Se la strada potesse parlare
    A Star is Born

  • Miglior colonna sonora originale
    Black Panther 
    BlacKkKlansman 
    Se la strada potesse parlare
    Isle of Dogs 
    Il ritorno di Mary Poppins

  • Miglior canzone originale
    All the Stars – Black Panther 
    I’ll Fight – RBG 
    The Place Where Lost Things Go – Il ritorno di Mary Poppins 
    Shallow – A Star is Born
    When A Cowboy Trades His Spurs For Wings – Ballad of Buster Scruggs

  • Miglior montaggio
    BlacKkKlansman
    Bohemian Rhapsody
    La favorita
    Green Book
    Vice

  • Miglior fotografia
    Cold War 
    La favorita
    Never Look Away 
    Roma 
    A Star is Born

  • Miglior scenografia
    Black Panther 
    La favorita
    First Man 
    Il ritorno di Mary Poppins 
    Roma

  • Miglior costumi
    The Ballad of Buster Scruggs 
    Black Panther 
    La favorita
    Il ritorno di Mary Poppins Returns 
    Maria Regina di Scozia

  • Miglior effetti speciali
    Avengers: Infinity War 
    Christopher Robin 
    First Man 
    Ready Player One 
    Solo: A Star Wars Story

  • Miglior trucco
    Border 
    Maria Regina di Scozia
    Vice

  • Miglior editing sonoro
    Black Panther 
    Bohemian Rhapsody
    First Man 
    A Quiet Place 
    Roma

  • Miglior mix sonoro
    Black Panther 
    Bohemian Rhapsody 
    First Man
    Roma 
    A Star is Born

  • Miglior cortometraggio
    Skin 
    Detainment
    Fauve
    Marguerite
    Mother

  • Miglior corto documentario
    Black Sheep 
    End Game 
    Lifeboat 
    A Night at the Garden 
    Period. End of Sentence

  • Miglior documentario
    Free Solo 
    Hale County 
    This Morning, This Evening 
    Minding the Gap
    Of Fathers and Sons 
    RBG

Si è tutto concentrato intorno agli stessi film, tutto sommato, eccezion fatta per le sorprese come Copia originale. Come pronosticato dal sottoscritto (è arrivato il divino Otelma) la questione Netflix si sarebbe “tutta” giocata sul miglior film straniero. Della proclamazione di Roma in questa categoria e la sua contemporanea a miglior film si è fatta diversa dietrologia, e in effetti questo escamotage è servito a liberarlo dal peso della statuetta più ambita. Consacrare Netflix avrebbe significato dare uno scossone netto all’industria e prendere una posizione in merito all’incalzante crisi della sala cinematografica come luogo unico di quest’arte. In precedenza sono stati il festival di Cannes e di Venezia a prendere una netta e polarizzata posizione in merito, con la competizione francese in netta opposizione e quella italiana invece che ha accolto la novità. Sugli Oscar di quest’anno gravava quindi il peso di dover in qualche maniera orientare in una direzione o nell’altra, e a conti fatti si è scelto di non scegliere, di lasciare uno spiraglio per entrambe le prese di posizione. Premiare così profusamente Alfonso Cuarón, oltre che a mantenere una linea politica ben chiara, essendo insieme ai suoi amigos il quinto regista messicano premiato negli ultimi sei anni, sottolinea come l’Academy abbia riconosciuto enormi meriti artistici a Roma e quindi a Netflix, ma che questo non basti a decretare l’effettivo e definitivo cambio di rotta dell’idea di Cinema. Infatti si è scelto come miglior film una bellissima pellicola (la cui recensione trovate qui https://www.ilgrigio.net/tra-il-bianco-e-il-nero/2019/2/9/green-book-di-peter-farrelly ), ma dall’appeal molto classico. Una tipologia di scelta condivisa anche per le altre categorie e che non fa arrabbiare nessuno (o quasi).

Caro Rami, ti rispetto solo per aver conquistato la tua collega e per aver arricchito la cerimonia con la sua magnifica presenza. Sono ancora arrabbiato con te…

Caro Rami, ti rispetto solo per aver conquistato la tua collega e per aver arricchito la cerimonia con la sua magnifica presenza. Sono ancora arrabbiato con te…

Identificare un vincitore unico di questa edizione è impossibile, o meglio in teoria ci sarebbe, ma è talmente scialbo e fuori luogo da risultare solo e soltanto mera operazione di propaganda. Sto parlando di Bohemian Rhapsody, che si è aggiudicato ben quattro Oscar e soprattutto il premio al miglior attore protagonista con Rami Malek. Che questo film potesse aggiudicarsi i premi tecnici relativi al suono può avere senso, per quanto si tratti di un’analisi molto grossolana, ma la cosa che mi ha stupito di più è stato il premio al montaggio. Ero convinto e forse in fondo ci speravo più per affetto, che il premio sarebbe andato a Vice e invece…In generale comunque con il premio a Malek si è trattata di una vera e propria esaltazione di un film che francamente trovo molto discutibile. Il successo commerciale ne ha evidenziato l’enorme potenziale indubbiamente, ma come nel caso del suo protagonista credo si sia trattata di una scelta puramente propagandistica. A tal proposito entrambi i film “musicali” di questa edizione pur ricevendo diverse candidature non hanno raccolto a mio avviso in maniera equa. A star is born forse avrebbe meritato qualcosina in più, ma d’altra parte fatto salvo per la statuetta a miglior canzone per Lady Gaga, mai veramente messa in discussione, la sua candidatura a miglior attrice era pura fantascienza. Peccato soprattutto per Bradley Cooper, qui alla sua miglior prova attoriale e a un grande esordio alla regia.

<<Ma io volevo l’altra statuetta!!!>>

<<Ma io volevo l’altra statuetta!!!>>

Si è detto di Roma e della sua esaltazione a metà. In effetti si è trattato di uno degli sconfitti in parte di questa edizione, ma va ricordato che con i premi alla regia e alla fotografia, Cuarón è diventato il primo artista ad aggiudicarseli contemporaneamente. In tal senso questo film ha tolto la giusta attenzione a un’altra pellicola che a mio avviso ha preso i famosi “schiaffoni” in questa edizione. Il premio a miglior attrice protagonista per Olivia Colman ha infatti salvato La Favorita da una vera e propria debacle. Se si pensa come la sua meravigliosa e disturbante performance sia stata preferita alla quasi certa vittoria di Glenn Close, che in coppia con Amy Adams vive ormai un puro dramma Di Capriano, si capisce quanto importante sia stata la scelta in favore de La Favorita. Come a dire: <<scusateci, ma possiamo darvi solo questo “contentino”, però dai…>>

Questi due film erano probabilmente i veri contendenti nei cuori dei cinefili più accaniti e a ragion veduta, e avevano conquistato ben dieci nomination a testa. Nel caso del film di Lanthimos ha sorpreso come non sia stato preferito per alcune categorie tecniche, dove obiettivamente spiccava rispetto alla concorrenza. Per certi versi è come se entrambi i film si fossero contesi idealmente le statuette che contano, salvo poi veder sfumare quella speranza per entrambi.

Mi è dispiaciuto, e già ho avuto modo di sottolinearlo, per Vice, ma obiettivamente si tratta di un film troppo scomodo e poco “da Oscar”. Christian Bale ha provato la carta “Gary Oldman” calandosi perfettamente nei panni di Dick Cheney, ma davanti al potere della candidatura di Rami Malek e del suo Fredd(o)y Mercury , nulla ha potuto. In questa categoria poi, se proprio devo dirlo, l’unico che avrebbe meritato era Viggo Mortensen, e sarebbe stata una sacrosanta consacrazione a un artista gigantesco fin troppo ignorato. In coppia con Vice, l’altro sconfitto-ma-tutto-sommato-non-è-che-ci-credeva-poi-tanto è stato Spike Lee con il suo Blackkklansman. Per il leggendario regista di Brooklyn si è trattato comunque della prima statuetta competitiva, vincendo alla miglior Sceneggiatura adattata, il che è sempre meglio del premio al trucco e parrucco di Vice, che sa tanto di beffa.

Venendo alla questione Black Panther, che dire, ha vinto dei premi sì minori, ma che sottolineano come si sia trattato innanzitutto di un premio all’intera Marvel per i dieci anni del suo universo condiviso e la stessa candidatura a miglior film non può che rappresentare solo e soltanto un omaggio. Per giunta andava esaltato in quanto una bellissima produzione tutta o quasi afro-americana, nell’anno in cui sono stati premiati più artisti di colore di sempre. Entrambi i premi a miglior attore non-protagonista e la stessa vittoria di Spike Lee vanno in questa direzione.

E non era meglio  Viggo  lì a sinistra? No? Sto diventando un conservatore…

E non era meglio Viggo lì a sinistra? No? Sto diventando un conservatore…

Quindi era prevedibile e giusto che a vincere il premio più ambito fosse Green Book, così come sacrosanta è stata la vittoria di Maershala Ali, sebbene sorprenda per il poco tempo trascorso dalla sua vittoria per il detestabile Moonlight. Il film di Peter Farrelly è come detto molto classico e permette allo stesso tempo all’Academy di fare una scelta in favore di un tema di grandissima attualità, senza sbilanciarsi estremamente.

In chiusura non posso che sottolineare una delle vittorie che più mi ha esaltato sebbene ampiamente pronosticata, ovvero quella di Spiderman: Un nuovo universo a miglior film di animazione. Si è parlato tanto di questo meraviglioso gioiello, ma forse non ancora abbastanza. C’è chi potrebbe vedere anche in questo caso una scelta politica, grazie all’introduzione al grande pubblico del giovane Miles Morales (nero, ispanico, con lo zio malvivente), ma sebbene sia innegabile la strizzatina d’occhio a tali tematiche, l’operazione è fatta con un garbo encomiabile. Tra lui e Black Panther non ho dubbi su chi preferisca come araldo del genere cinecomic.

Ah e volevo approfittarne per mandare un abbraccio a Damien Chazelle, che ha appena scoperto cosa si prova a essere Christopher Nolan

E voi? Avete fatto le scommesse? Ne avete vinte? Dove eravate mentre venivano proclamati i vincitori?

Per pura trasparenza non richiesta vi posterò i miei pronostici rigorosamente pre-Oscar.

Sceneggiatura originale: Vice

Sceneggiatura adattata: La Ballata di Buster Scruggs

Vfx: Avengers Infinity War

Sonoro: Roma

Montaggio sonoro: Bohemian Rhapsody

Scenografie: La Favorita

Miglior canzone: Shallow

Colonna sonora: Black panther

Trucco e parrucco: Maria Regina di Scozia

Film straniero: Cold war

Montaggio: Vice

Costumi: La Favorita

Fotografia: Roma

Regia: Lanthimos

Animazione: Spiderman: un nuovo universo

Attrice non protagonista: Rachel Weisz

Attore non protagonista: Maershala Ali

Attrice protagonista: Olivia Colman

Attore protagonista: Viggo Mortensen

Miglior Film: Green Book

Yassssss!

Yassssss!

Cosa racconta il successo di Bodyguard (UK)

Di recente ho avuto modo di recuperare questa bellissima serie su Netflix e devo dire ne sono rimasto molto colpito.

Bello like the Sun.

Bello like the Sun.

Bodyguard è uno spy-thriller politico di grande effetto, magistralmente girato e interpretato. Il protagonista indiscusso della serie è il sergente David Budd, che ha il bellissimo volto di Richard Madden, il compianto Robb Stark de il Trono di Spade (e che nessuno mi parli di spoiler, se non avete visto le Nozze Rosse siete voi i criminali!). Qui Madden interpreta uno spigoloso reduce di guerra britannico, dall’evidente sinrdome post traumatica da stress e alle prese con la sua vita familiare in bilico. Ce ne accorgiamo da subito, il suo è un personaggio dalle tante sfumature e assolutamente poco “piacevole” a primo acchito, con quell’accento così marcato e gli evidenti problemi con alcool e che tanto facilmente si lascia sopraffare dalla rabbia. Eppure non possiamo fare a meno di interessarci a lui e allo strano destino della sua storia. David si troverà a sventare da solo un attacco terroristico, con il solo super potere di un’enorme umanità. Da lì in poi si muoveranno le intricate trame della serie, il cui incipit principale risiede nel fatto che il nostro ex-militare viene assegnato come guardia del corpo personale dell'ambizioso Ministro dell'Interno Julia Montague, la cui politica rappresenta tutto ciò che disprezza.

La serie giunta in Italia su Netflix è un prodotto dal ritmo marcatamente british e quindi non troppo incalzante. Eppure tiene incollati allo schermo, con la sua trama complessa e dalle diverse sfumature. I temi trattati sono tosti e senza mezzi termini. La sensazione generale è che non ci sia nessun personaggio particolarmente piacevole o positivo. In questo senso Bodyguard racconta benissimo il clima di Londra e del Regno Unito. Fa impressione pensare che una serie così tosta sia un prodotto della BBC, per intenderci la Rai inglese. Un thriller che non fa sconti da una parte e dall’altra. Un paese quello descritto che come il suo protagonista è scostante, diffidente, dedito al dovere e dalle profonde ferite. La contemporaneità schiava del terrorismo e il clima mondiale divisivo sono i veri protagonisti di questa storia, il tutto in un clima politico altrettanto divisivo e ricco di terribili intrighi.

Anche lei niente male.

Anche lei niente male.

Insomma, proprio come David Budd, l’Inghilterra è un personaggio difficile in questo momento. Un soldato dal passato glorioso e in grado ancora di compiere grandi gesti eroici, ma terribilmente ferito così in profondità, che quando questi dolori riemergono lo fanno con una violenza scostante. Ne emerge un lato umano straripante in tutte le sue sfumature e accezioni, incontrollabile e doloroso che rende la narrazione intricata e la caratterizzazione dei personaggi interessante e seducente. La cosa che mi ha colpito di più è come la serie si snodi in una sequenza di eventi inaspettati e a volte duri da digerire, con un coraggio e una consapevolezza lodevoli.

Una storia in cui si intrecciano vicende private, politica, sicurezza nazionale, terrorismo, l’identità di un paese, gli errori del passato e tante altre sfaccettature di un racconto dai toni action, thriller, spy, che non ha paura di rovesciare la prospettiva e passare dal grande al piccolo. Innumerevoli sono le riflessioni personali di David e Julia, protagonisti e rappresentanti di due schieramenti e molteplici posizioni.

Quindi, cosa racconta il successo di questa serie (e, si spera, dei suoi seguiti)?

Racconta che il clima di chiusura politica e sociale globale si riflette inevitabilmente e in maniera evidente sul nostro immaginario, ma che per fortuna la società globalizzata e iper-connessa dei nostri tempi può ragionare su questi temi attraverso il magnifico dono della narrazione e della fiction (non quella Rai…vabbè dai, anche quella). Il messaggio che scaturisce da Bodyguard, o almeno quello che il sottoscritto ha voluto leggere in essa, è che nel comprimersi la società inglese (specchio in questo caso di tutte le altre società civili) non deve chiudersi, ma piuttosto ragionare su sé stessa. È tempo di andare in terapia, gente! In questo caso, che un paese intero analizzi il proprio passato per capire il proprio futuro e codificare il presente. Se poi lo si fa producendo prodotti così finemente costruiti e veicolati, allora c’è sicuramente più gusto.

Hanno provato anche a imbruttirlo, ma…

Hanno provato anche a imbruttirlo, ma…

Il punto è che questo tipo di narrazione sarebbe congeniale a qualsiasi paese culturalmente ed economicamente avanzato e permetterebbe di produrre contenuti fruibili e interessanti oltre che di riflettere sulla situazione attuale in cui versa il nostro mondo. E no, non mi si venga a dire che certe storie, certi soggetti, un certo modo di raccontare, sia un’esclusiva dei paesi anglosassoni. È una scusa dietro la quale ci siamo nascosti troppo a lungo. Abbiamo i mezzi, abbiamo le professionalità e adesso dopo tanti anni ad osservare gli altri abbiamo anche le indicazioni da seguire. Più che una lamentela il mio vuole essere un augurio, affinché si capiscano le reali potenzialità di quella che comunemente chiamiamo “solo tv”.

Lo Spettatore onnipotente

È in corso una vera e propria rivoluzione nel mondo della produzione audiovisiva. Netflix e tutte le altre piattaforme di contenuti streaming stanno guadagnando sempre più spazio nelle gerarchie della produzione cinematografica mondiale. Come se non bastasse la semplice osservazione delle abitudini dello spettatore medio, adesso anche i festival reagiscono alla cosa chi in un modo o nell’altro come i recenti esempi di Cannes e Venezia. La discussione si è accesa nel momento in cui Netflix e compagnia sono piombati sul mercato cinematografico forti di grandi budget, imponendosi anno dopo anno con i propri prodotti originali. Lungi da me però voler intavolare un discorso del tipo “i servizi streaming sono cattivi” oppure “progresso sì, ma vuoi mettere con la pellicola?”. Quello di cui voglio parlarvi oggi è l’evidente adeguamento della figura dello spettatore nel panorama multimediale dei nostri tempi.

Ve lo ricordate come funzionava una volta? Come seguivamo le serie tv? Eravamo vincolati agli orari dei palinsesti, quando non si potevano registrare (rimpiango ancora tutte le vhs di Batman che non trovo più). Sottolineo l’ovvio, ma indubbiamente in questo la rivoluzione dei servizi streaming e dell’on-demand è andata talmente oltre da diventare sistema. Questa è stata sicuramente la prima tappa di quel meccanismo che ha portato lo spettatore/fruitore al centro dell’obiettivo, forse per la prima volta nella storia della produzione audiovisiva popolare. Mai come in quest’epoca infatti lo spettatore è IL fulcro del meccanismo, complice anche e soprattutto lo spazio dato dalla rete. Oggigiorno il fruitore è in grado non solo di ricevere informazioni un tempo a solo appannaggio dei giornalisti più in gamba, ma la sua reazione a qualsivoglia dettaglio sulla produzione può ormai influenzare la stessa in modi imprevedibili. Credo sia avvenuta una vera e propria evoluzione del modello di marketing in tal senso, che ha spostato lo spettatore dal ruolo di terminale del prodotto a vera e propria testa del serpente.

Sia santificato il tuo nome!

Sia santificato il tuo nome!

A livello subliminale la possibilità di creare il proprio palinsesto personale o di modificare a proprio piacimento i momenti della fruizione, unita al maggior numero di informazioni a cui ha accesso, ha permesso allo spettatore di metabolizzare questo shift e sentirsi quindi in diritto e soprattutto in dovere di poter influenzare i processi produttivi. Per farla breve, ti prendi il dito con tutta la mano. Il problema è che non sembrano esserci più dei limiti rispetto alla credibilità e a una netta distinzione dei ruoli. Il fine ultimo di un prodotto è chiaramente il suo fruitore, ma grazie ai nuovi canali grazie ai quali lo spettatore si fa sentire, si permette di essere eccessivamente influente. Il problema è che tutto questo va a discapito di una sola figura a mio parere: dell’Autore.

L’artista non è niente senza il proprio pubblico, questo è evidente, ma in una logica produttiva ormai la figura degli autori ha perso sempre più nel tempo la propria posizione di forza. Credo che questo assunto per altro valga tanto per le produzioni popolari che per il cosiddetto cinema d’autore. In fondo pensateci, anche quello è diventato in parte sistema, con tutti i crismi del caso, e per certi versi inserito in un mercato di riferimento non così tanto di nicchia come un tempo. Ora, grazie alla molteplicità dei canali con cui raggiungere questo pubblico, è chiaro come quel famoso shift di cui parliamo appaia evidente. In una così vasta gamma di offerta l’unico modo per saltare all’occhio è dando al pubblico qualcosa che vuole. Magari è una critica eccessivamente lamentosa la mia, ma mi sembra che la tanto agognata globalizzazione abbia trasformato anche il mondo dell’audiovisivo in un grosso supermercato.

Ed è proprio qui che secondo me avviene il grande cortocircuito che inevitabilmente ha portato alla famosa crisi del cinema inteso come luogo, la sala cinematografica. La chiave sta tutta nella mancata responsabilizzazione dello spettatore. Tutto gli è dovuto: si crea il proprio palinsesto; può vedere i contenuti che più gli aggradano ovunque voglia; può decidere di snobbare dei titoli semplicemente leggendo le mille recensioni che ci sono online; qual ora decidesse comunque di recarsi al cinema gli vengono offerti tutti i confort del caso nelle famose multisale, che devo ammettere hanno sempre più a che vedere con ciò che esula l’andare al Cinema. Insomma per farla bene credo che lo spettatore sia fin troppo coccolato e sapete cosa da in cambio? Minacce. Lamentele. Boicottaggi.

Ehssi, perché l’effetto peggiore che sta avendo questa combo letale di Internet+eccessiva attenzione, sta proprio nella considerazione che ha lo spettatore del proprio potere. La propria opinione (e qui si potrebbe copiaincollare per qualsiasi altra categoria di discussione) viene sbattuta in faccia a chicchessia, senza troppi complimenti. Lo spettatore si sente in diritto e talvolta anche in dovere di denunciare una cattiva scelta di casting, un adattamento dissacrante del proprio libro preferito, un’ambientazione sbagliata, insomma di commentare le informazioni su una produzione cinematografica, anche molto tempo prima che questa sia veramente iniziata. Ora, siamo d’accordo, probabilmente è sempre stato così solo che con la rete adesso è possibile allargare la propria finestra in modo da essere ascoltati maggiormente, ma il problema è che fin troppo spesso le produzioni appaiono quasi schiave di queste iniziative da parte del pubblico.

Com’è possibile che se una scelta di cast non va a genio alla “rete”, una produzione sia costretta a cambiare idea, sotto minacce e accuse a volte pesantissime agli stessi produttori e soprattutto agli attori, rei semplicemente di fare il proprio lavoro?

Va detto che in alcuni casi questo maggior potere dato agli spettatori è servito anche a salvare delle produzioni, permettendo a delle serie tv di essere salvate o in alcuni casi anche di spingere per la creazione di spin-off e così via. Ciò che però risulta insopportabile è come lo spettatore medio si sia andato sempre più a identificare con una massa informe, che preferisce il sicuro e il conosciuto e che non osa. In questa situazione mi risulta difficile credere che le stesse case di produzione possano osare a loro volta. Come potrebbe intercettare un pubblico che pensa di sapere cosa vuole, quando invece si lascia guidare magari dall’influencer di turno? E la critica? La critica è a sua volta in crisi poiché vive di assoluti, ma d’altra parte deve adeguarsi ai tempi.

Sì, lo so, ho fatto una filippica che sembra non avere né capo né coda e che sa tanto di vecchio lamentoso, però un punto voglio sottolinearlo. Io vorrei che tornassimo tutti quanti in sala. Vorrei che andassimo a vedere tutti insieme quei film brutti/belli che dopo almeno ti danno da parlare per qualche ora e che ricordi con un sorriso il giorno dopo. Vorrei che la smettessimo come spettatori di bollare tutto con voti, giudizi grossolani, di accogliere con indignazione notizie relative alla produzione X manco avessero sparato a dei bambini, di avere delle aspettative così fuori scala. Vorrei che tornassimo a guardare il cinema con meraviglia, godendo di quell’esperienza che non ha eguali. Vorrei che smettessimo di pensarci come dei singoli spettatori e tornassimo a vivere anche e soprattutto nel Cinema un senso di collettività di cui abbiamo un disperato bisogno di questi tempi.

Guardate com’è bella…

Guardate com’è bella…

Il Cinema e l’Arte vanno condivisi. Per farlo bisogna venire incontro a chi queste opere le crea. Creiamo un dialogo, non uno scontro. Basta con la dialettica prodotto-consumatore, torniamo all’opera-spettatore.

Perché se tu sei disposto a scendere dal pulpito, forse potremmo incontrarci nella navata e trovare una soluzione insieme e godere dell’arte che tanto ci riscalda il cuore. E magari la prossima volta che vuoi vedere un film su Netflix, invitami.