rock

Ti amo, Eddie Vedder

Martedì 26 giugno 2018

Sono a Roma, nello Stadio Olimpico, per essere precisi. Mi trovo al centro esatto di quello che dovrebbe essere il campo di gioco e guardandomi attorno sembrerebbe essere il centro del Mondo intero. O almeno del mio di Mondo. Il Palco è pronto e la gente assiepata sugli spalti sorseggia birra aspettando che il concerto cominci. Qualche canzone non meglio identificabile viene fatta suonare per ingannare l'attesa, ma non ha importanza. Ciò che importa è che a breve quei 5 (vabbè dai, 6 and counting) faranno il loro ingresso sul palco e potremo iniziare questo nostro rituale. Siamo arrivati lì con estrema calma e in poco tempo tutto sommato (si tratta pur sempre di Roma e sapete bene come la penso... https://www.ilgrigio.net/main-blog/2018/5/22/il-mio-primo-cortometraggio-episodio-2 ), quindi una volta trovato parcheggio siamo partiti in una corsa sul lungo tevere per arrivare in tempo e non perderci neanche un istante de L'Evento. Perché è di questo che si tratta, un Evento come nessun altro. I Pearl Jam mancano da Roma da 22 anni, come avranno modo di ricordare durante il live più e più volte, e a dirla tutta non sono mai scesi oltre Firenze da un bel pezzo! Non appena qualcuno si mostra sul palco parte un'ovazione troncata sul nascere nel constatare che si tratti di un tecnico o affini. La folla è incontenibile, le 21 sembrano lontane Light Years (pun intended). Poco dopo l'orario di inizio riportato sui biglietti, la band sale sul palco e viene accolta dal boato delle oltre 50mila anime accorse per ascoltarli. Pochi istanti e attaccano con Release.

Mi ripeto che lo sapevo, che sarà la stessa solfa di quattro anni prima a Milano. Eh sì, io i Pearl Jam li ho visti altre due volte in vita mia: a Milano nel 2014 e all'Heineken Jammin' Festival del 2010. Non poteva essere altrimenti, d'altra parte sono la mia band preferita. Sono cresciuto con loro, sono cambiato con loro, ho imparato e anche in questa occasione imparerò qualcosa di me. Me lo aspettavo che iniziassero con quel pezzo, lo conosco come le mie tasche come gran parte della loro discografia. Eppure appena iniziamo a cantare tutti e 50mila con Eddie e soci, dentro di me si muove qualcosa, una forza che non riesco a contenere, e inizio a piangere a dirotto, mentre urlo a Eddie e al mondo ogni singola parola della canzone.

Mi sentivo oppresso in mezzo a quella gente e stanco (avevo passato la notte in bianco e il viaggio di certo non ha aiutato) e avevo paura di sentirmi male. Ma tra le lacrime e la rabbia che sentivo smuoversi dentro sapevo la verità intrinseca di quel momento: io, Eddie, la band e tutto lo stadio stavamo condividendo le nostre anime, la nostra sofferenza, le nostre gioie, le nostre paure e le nostre speranze. Le stavamo lasciando andare, per l'appunto Release. Passato quel momento potevamo quindi iniziare a scatenarci.

Cavoli, quanti eravamo...

Cavoli, quanti eravamo...

In otto anni sono stato quindi a tre dei loro concerti in tre momenti così diversi della mia vita che mi risulta davvero difficile spiegare. Il concerto del 2010 fu un delirio, un bel delirio. A una settimana dalla data erano saltate tutte le prenotazioni per pullman e affini per arrivare a Mestre e mi sentivo perso. Non era proprio un bel periodo. Avevo perso da poco mia Nonna, il primo grande lutto della mia vita e il mio migliore amico diciamo semplicemente che non se la passava per nulla bene. Quel concerto rappresentava molto di più di un semplice evento in quel momento...Mia madre decise di regalarmi il biglietto aereo per Venezia, salvandomi in corner. Superata con stile la mia nascente paura di volare (di lì a pochi anni diventerà insopportabile) e fattomi coraggio intrapresi quel viaggio da solo, facendo amicizia dove e come potevo. Fu una delle giornate più caotiche e calde che ricordi. I ragazzi con cui avevo legato furono molto accoglienti, anche troppo e praticamente passai la giornata sostentandomi con birra ghiacciata e fumo di dubbia provenienza. Le band che si alternarono sul palco furono tutte magnifiche, dai Beth Ditto e i suoi Gossip, passando per la carica degli Skunk Anansie e poi Ben Harper. Una vera bomba! Minacciava improvvisamente di piovere e qualche giorno prima allo stesso festival era stato annullato il concerto dei Green Day proprio per maltempo. Il mio superpotere, la sfiga di Paperino, si stava attivando e mi sentivo già spacciato. E in un certo senso avevo ragione. Poco prima che Skin attaccasse il suo set, il mio outfit passò da un look mutande, scarpe e occhiali a mutande, scarpe, occhiali e giacca impermeabile. Rassicurato sulle condizioni meteo la band attaccò. Non li avevo mai sentiti live e scoprì con mia enorme sorpresa che erano una bomba. Ad un certo punto però, iniziai a non sentirci più da un orecchio e diedi la colpa al batterista iper palestrato, il cui rullante doveva essere un pugile per quante ne incassava senza battere ciglio. Qualche istante dopo anche la vista mi stava abbandonando e vedevo tutto tra il blu e il rosso. Sì, stavo per avere un collasso, lo so, ma all'epoca tutto ciò si tradusse in un solo modo: stavo morendo, lì, da solo, senza salutare nessuno e soprattutto senza vedere i Pearl Jam!!! Mi andai ad accasciare al bordo di una transenna, lontano dalla folla, e poco dopo i ragazzi che mi avevano accompagnato durante la giornata mi vennero a salvare con un gelato. Io intanto pensavo a tutte le cose che avrei voluto ancora fare in vita, melodrammatico as usual, ai miei cari e alla mia ragazza dell'epoca (la quale mi avrebbe lasciato di lì a poco molto carinamente). Quella granita/gelato mi risollevò e in un attimo ero di nuovo in piedi giusto in tempo per la chiusura degli Skunk Anansie e l'arrivo di Ben Harper. Ma dove cazzo erano i Pearl Jam?! Non ce la facevo più, dovevano uscire! E lo fecero. Il concerto fu una rivelazione. Cantai ogni singola parola di ogni singola canzone e più di tutte credo che quella versione di Black la porterò per sempre nel mio cuore. Lunga, epica, dolce e malinconica più che mai. Il set di canzoni fu abbastanza vario e soddisfacente, ma la cosa impressionante erano loro, i ragazzi, finalmente dal vivo, finalmente io insieme a loro. Il ritorno a casa fu altrettanto allucinante, dato che l'unico pullman che portava all'aeroporto era gremito fino all'inverosimile e comunque prevedeva una lunga distanza a piedi per raggiungerlo. Una volta arrivati lì altra insidia: il terminal era chiuso di notte. La soluzione pur non essendo gradevole era una soltanto ovvero addormentarsi su una panchina nella notta gelida e umida della laguna. Come coperta avevo l'unica asciugamano che mi aveva accompagnato in quella lunga giornata di sole. Fu terribile e bellissimo allo stesso tempo e quando tornai a Napoli mi sentì diverso, arricchito.

Meno male che almeno ero nella mia casa di San Siro!

Meno male che almeno ero nella mia casa di San Siro!

Il concerto del 2014 a Milano arrivò in un periodo tanto diverso quanto più subdolamente insidioso della mia vita. Dirò semplicemente che da qualche tempo la mia vita aveva preso una piega inaspettata e difficilmente accettabile. L'anno precedente persi il mio migliore amico, si sciolse la band che avevo creato e che rappresentava il mio progetto di vita, fui allontanato da tutta una serie di amici senza capire sostanzialmente il perché e riuscì pure a rovinare una serie di relazioni amorose da record. Avevo anche da poco concluso il mio primo percorso universitario con la Triennale, ma quella gioia fu subito risucchiata da tutte quelle sconfitte una dietro l'altra. Il concerto dei Pearl Jam a giugno rappresentava la luce in fondo al tunnel. Andai prima a trovare mio cugino a Bologna, dove non ero mai stato, scoprendo una città meravigliosa e a grandezza d'uomo (figuriamoci di ragazzo). Da lì arrivai poi a Milano per il concerto, incontrando un altro cugino e amico fraterno, compagno di tantissime esperienze della mia vita impossibili da riassumere. Fu molto diverso da quel viaggio della speranza del 2010, ma allo stesso tempo riservò delle insidie, come perdersi a mezzanotte sbagliando uscita della metro. Ma seriamente, a Milano dopo le 11 anche d'estate stanno tutti chiusi in casa? Non ho mai visto una grande città così deserta e in pieno centro. Tornando al concerto non posso non sottolineare come la location giocasse un ruolo fondamentale per il sottoscritto essendo di fede interista. Il colpo d'occhio era di quelli da grandi occasioni e tutto era stato preparato alla grande. La band partì con Release come da programma e di seguito si lanciò in una serie di canzoni molto più adrenaliniche. Fu una set-list parecchio tirata e equamente divisa tra classici e brani in promozione, e soprattutto fu un concerto lunghissimo e nel complesso molto bello. Un piccolo grande neo per il sottoscritto fu il fatto che Eddie Vedder (tu quoque, mio eroe?!) dimenticò quasi del tutto il testo di Given to Fly, la mia canzone preferita. Un monito, un presagio, un terribile e increscioso evento...C'era però qualcosa in generale nel concerto che non andava. Mi sembrava tutto artefatto, meno viscerale rispetto all'esperienza di Mestre. Sentivo che qualcosa non andava e probabilmente ora col senno di poi capisco cos'era. Ero io a stare male, ad aver riposto in quel concerto una tale aspettativa, vedendo in esso un'ancora di salvezza che non poteva essere. A salvarmi dovevo pensarci da solo.

Il concerto di Roma, per tornare al presente, è stata tutta un'altra storia. Un'esperienza totale, coinvolgente, viva, ci si muoveva tutti come in un unico grande organismo e stavamo condividendo un'esperienza unica. La band per quanto possibile mi è sembrata ancora più matura e le scelte sui brani in alcuni casi sono state sorprendenti. In pratica hanno suonato quasi nella sua interezza il mio album preferito, Vitalogy, e già solo per questo mi sentivo al settimo cielo. A posteriori mi sento di dire una cosa: i Pearl Jam sono una band di opposizione, rappresentano la rabbia dei giusti, dei (non ancora) vinti e oppressi. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo quindi credo trovino delle forze nuove (non quelle patetiche, pun intended) in grado di restituirceli freschi e ringiovaniti, come non lo erano da anni. È indubbiamente triste, ma se possono regalarci emozioni come queste, allora viva la resilienza di questi ragazzi!

 

Dal concerto nel 2010

Dal concerto nel 2010

Caro Eddie,

resti uno dei pochi punti di riferimento della mia vita e la forza con cui porti avanti i tuoi messaggi, insieme alla poesia con cui li veicoli, rappresentano uno dei baluardi del rock e della buona musica oltre che di quel sentimento di Umanità cui ci stiamo disabituando. Resta come sei and keep on rocking in the free world!

P.S. a Roma non l'hai dimenticato il testo di Given to Fly (se non per una piccola defaillance), però in futuro, giusto per farmi stare più tranquillo, vedi di ripassartelo tra una bottiglia di vino rosso e l'altra!