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Cosa racconta il successo di Bodyguard (UK)

Di recente ho avuto modo di recuperare questa bellissima serie su Netflix e devo dire ne sono rimasto molto colpito.

Bello like the Sun.

Bello like the Sun.

Bodyguard è uno spy-thriller politico di grande effetto, magistralmente girato e interpretato. Il protagonista indiscusso della serie è il sergente David Budd, che ha il bellissimo volto di Richard Madden, il compianto Robb Stark de il Trono di Spade (e che nessuno mi parli di spoiler, se non avete visto le Nozze Rosse siete voi i criminali!). Qui Madden interpreta uno spigoloso reduce di guerra britannico, dall’evidente sinrdome post traumatica da stress e alle prese con la sua vita familiare in bilico. Ce ne accorgiamo da subito, il suo è un personaggio dalle tante sfumature e assolutamente poco “piacevole” a primo acchito, con quell’accento così marcato e gli evidenti problemi con alcool e che tanto facilmente si lascia sopraffare dalla rabbia. Eppure non possiamo fare a meno di interessarci a lui e allo strano destino della sua storia. David si troverà a sventare da solo un attacco terroristico, con il solo super potere di un’enorme umanità. Da lì in poi si muoveranno le intricate trame della serie, il cui incipit principale risiede nel fatto che il nostro ex-militare viene assegnato come guardia del corpo personale dell'ambizioso Ministro dell'Interno Julia Montague, la cui politica rappresenta tutto ciò che disprezza.

La serie giunta in Italia su Netflix è un prodotto dal ritmo marcatamente british e quindi non troppo incalzante. Eppure tiene incollati allo schermo, con la sua trama complessa e dalle diverse sfumature. I temi trattati sono tosti e senza mezzi termini. La sensazione generale è che non ci sia nessun personaggio particolarmente piacevole o positivo. In questo senso Bodyguard racconta benissimo il clima di Londra e del Regno Unito. Fa impressione pensare che una serie così tosta sia un prodotto della BBC, per intenderci la Rai inglese. Un thriller che non fa sconti da una parte e dall’altra. Un paese quello descritto che come il suo protagonista è scostante, diffidente, dedito al dovere e dalle profonde ferite. La contemporaneità schiava del terrorismo e il clima mondiale divisivo sono i veri protagonisti di questa storia, il tutto in un clima politico altrettanto divisivo e ricco di terribili intrighi.

Anche lei niente male.

Anche lei niente male.

Insomma, proprio come David Budd, l’Inghilterra è un personaggio difficile in questo momento. Un soldato dal passato glorioso e in grado ancora di compiere grandi gesti eroici, ma terribilmente ferito così in profondità, che quando questi dolori riemergono lo fanno con una violenza scostante. Ne emerge un lato umano straripante in tutte le sue sfumature e accezioni, incontrollabile e doloroso che rende la narrazione intricata e la caratterizzazione dei personaggi interessante e seducente. La cosa che mi ha colpito di più è come la serie si snodi in una sequenza di eventi inaspettati e a volte duri da digerire, con un coraggio e una consapevolezza lodevoli.

Una storia in cui si intrecciano vicende private, politica, sicurezza nazionale, terrorismo, l’identità di un paese, gli errori del passato e tante altre sfaccettature di un racconto dai toni action, thriller, spy, che non ha paura di rovesciare la prospettiva e passare dal grande al piccolo. Innumerevoli sono le riflessioni personali di David e Julia, protagonisti e rappresentanti di due schieramenti e molteplici posizioni.

Quindi, cosa racconta il successo di questa serie (e, si spera, dei suoi seguiti)?

Racconta che il clima di chiusura politica e sociale globale si riflette inevitabilmente e in maniera evidente sul nostro immaginario, ma che per fortuna la società globalizzata e iper-connessa dei nostri tempi può ragionare su questi temi attraverso il magnifico dono della narrazione e della fiction (non quella Rai…vabbè dai, anche quella). Il messaggio che scaturisce da Bodyguard, o almeno quello che il sottoscritto ha voluto leggere in essa, è che nel comprimersi la società inglese (specchio in questo caso di tutte le altre società civili) non deve chiudersi, ma piuttosto ragionare su sé stessa. È tempo di andare in terapia, gente! In questo caso, che un paese intero analizzi il proprio passato per capire il proprio futuro e codificare il presente. Se poi lo si fa producendo prodotti così finemente costruiti e veicolati, allora c’è sicuramente più gusto.

Hanno provato anche a imbruttirlo, ma…

Hanno provato anche a imbruttirlo, ma…

Il punto è che questo tipo di narrazione sarebbe congeniale a qualsiasi paese culturalmente ed economicamente avanzato e permetterebbe di produrre contenuti fruibili e interessanti oltre che di riflettere sulla situazione attuale in cui versa il nostro mondo. E no, non mi si venga a dire che certe storie, certi soggetti, un certo modo di raccontare, sia un’esclusiva dei paesi anglosassoni. È una scusa dietro la quale ci siamo nascosti troppo a lungo. Abbiamo i mezzi, abbiamo le professionalità e adesso dopo tanti anni ad osservare gli altri abbiamo anche le indicazioni da seguire. Più che una lamentela il mio vuole essere un augurio, affinché si capiscano le reali potenzialità di quella che comunemente chiamiamo “solo tv”.

Lo Spettatore onnipotente

È in corso una vera e propria rivoluzione nel mondo della produzione audiovisiva. Netflix e tutte le altre piattaforme di contenuti streaming stanno guadagnando sempre più spazio nelle gerarchie della produzione cinematografica mondiale. Come se non bastasse la semplice osservazione delle abitudini dello spettatore medio, adesso anche i festival reagiscono alla cosa chi in un modo o nell’altro come i recenti esempi di Cannes e Venezia. La discussione si è accesa nel momento in cui Netflix e compagnia sono piombati sul mercato cinematografico forti di grandi budget, imponendosi anno dopo anno con i propri prodotti originali. Lungi da me però voler intavolare un discorso del tipo “i servizi streaming sono cattivi” oppure “progresso sì, ma vuoi mettere con la pellicola?”. Quello di cui voglio parlarvi oggi è l’evidente adeguamento della figura dello spettatore nel panorama multimediale dei nostri tempi.

Ve lo ricordate come funzionava una volta? Come seguivamo le serie tv? Eravamo vincolati agli orari dei palinsesti, quando non si potevano registrare (rimpiango ancora tutte le vhs di Batman che non trovo più). Sottolineo l’ovvio, ma indubbiamente in questo la rivoluzione dei servizi streaming e dell’on-demand è andata talmente oltre da diventare sistema. Questa è stata sicuramente la prima tappa di quel meccanismo che ha portato lo spettatore/fruitore al centro dell’obiettivo, forse per la prima volta nella storia della produzione audiovisiva popolare. Mai come in quest’epoca infatti lo spettatore è IL fulcro del meccanismo, complice anche e soprattutto lo spazio dato dalla rete. Oggigiorno il fruitore è in grado non solo di ricevere informazioni un tempo a solo appannaggio dei giornalisti più in gamba, ma la sua reazione a qualsivoglia dettaglio sulla produzione può ormai influenzare la stessa in modi imprevedibili. Credo sia avvenuta una vera e propria evoluzione del modello di marketing in tal senso, che ha spostato lo spettatore dal ruolo di terminale del prodotto a vera e propria testa del serpente.

Sia santificato il tuo nome!

Sia santificato il tuo nome!

A livello subliminale la possibilità di creare il proprio palinsesto personale o di modificare a proprio piacimento i momenti della fruizione, unita al maggior numero di informazioni a cui ha accesso, ha permesso allo spettatore di metabolizzare questo shift e sentirsi quindi in diritto e soprattutto in dovere di poter influenzare i processi produttivi. Per farla breve, ti prendi il dito con tutta la mano. Il problema è che non sembrano esserci più dei limiti rispetto alla credibilità e a una netta distinzione dei ruoli. Il fine ultimo di un prodotto è chiaramente il suo fruitore, ma grazie ai nuovi canali grazie ai quali lo spettatore si fa sentire, si permette di essere eccessivamente influente. Il problema è che tutto questo va a discapito di una sola figura a mio parere: dell’Autore.

L’artista non è niente senza il proprio pubblico, questo è evidente, ma in una logica produttiva ormai la figura degli autori ha perso sempre più nel tempo la propria posizione di forza. Credo che questo assunto per altro valga tanto per le produzioni popolari che per il cosiddetto cinema d’autore. In fondo pensateci, anche quello è diventato in parte sistema, con tutti i crismi del caso, e per certi versi inserito in un mercato di riferimento non così tanto di nicchia come un tempo. Ora, grazie alla molteplicità dei canali con cui raggiungere questo pubblico, è chiaro come quel famoso shift di cui parliamo appaia evidente. In una così vasta gamma di offerta l’unico modo per saltare all’occhio è dando al pubblico qualcosa che vuole. Magari è una critica eccessivamente lamentosa la mia, ma mi sembra che la tanto agognata globalizzazione abbia trasformato anche il mondo dell’audiovisivo in un grosso supermercato.

Ed è proprio qui che secondo me avviene il grande cortocircuito che inevitabilmente ha portato alla famosa crisi del cinema inteso come luogo, la sala cinematografica. La chiave sta tutta nella mancata responsabilizzazione dello spettatore. Tutto gli è dovuto: si crea il proprio palinsesto; può vedere i contenuti che più gli aggradano ovunque voglia; può decidere di snobbare dei titoli semplicemente leggendo le mille recensioni che ci sono online; qual ora decidesse comunque di recarsi al cinema gli vengono offerti tutti i confort del caso nelle famose multisale, che devo ammettere hanno sempre più a che vedere con ciò che esula l’andare al Cinema. Insomma per farla bene credo che lo spettatore sia fin troppo coccolato e sapete cosa da in cambio? Minacce. Lamentele. Boicottaggi.

Ehssi, perché l’effetto peggiore che sta avendo questa combo letale di Internet+eccessiva attenzione, sta proprio nella considerazione che ha lo spettatore del proprio potere. La propria opinione (e qui si potrebbe copiaincollare per qualsiasi altra categoria di discussione) viene sbattuta in faccia a chicchessia, senza troppi complimenti. Lo spettatore si sente in diritto e talvolta anche in dovere di denunciare una cattiva scelta di casting, un adattamento dissacrante del proprio libro preferito, un’ambientazione sbagliata, insomma di commentare le informazioni su una produzione cinematografica, anche molto tempo prima che questa sia veramente iniziata. Ora, siamo d’accordo, probabilmente è sempre stato così solo che con la rete adesso è possibile allargare la propria finestra in modo da essere ascoltati maggiormente, ma il problema è che fin troppo spesso le produzioni appaiono quasi schiave di queste iniziative da parte del pubblico.

Com’è possibile che se una scelta di cast non va a genio alla “rete”, una produzione sia costretta a cambiare idea, sotto minacce e accuse a volte pesantissime agli stessi produttori e soprattutto agli attori, rei semplicemente di fare il proprio lavoro?

Va detto che in alcuni casi questo maggior potere dato agli spettatori è servito anche a salvare delle produzioni, permettendo a delle serie tv di essere salvate o in alcuni casi anche di spingere per la creazione di spin-off e così via. Ciò che però risulta insopportabile è come lo spettatore medio si sia andato sempre più a identificare con una massa informe, che preferisce il sicuro e il conosciuto e che non osa. In questa situazione mi risulta difficile credere che le stesse case di produzione possano osare a loro volta. Come potrebbe intercettare un pubblico che pensa di sapere cosa vuole, quando invece si lascia guidare magari dall’influencer di turno? E la critica? La critica è a sua volta in crisi poiché vive di assoluti, ma d’altra parte deve adeguarsi ai tempi.

Sì, lo so, ho fatto una filippica che sembra non avere né capo né coda e che sa tanto di vecchio lamentoso, però un punto voglio sottolinearlo. Io vorrei che tornassimo tutti quanti in sala. Vorrei che andassimo a vedere tutti insieme quei film brutti/belli che dopo almeno ti danno da parlare per qualche ora e che ricordi con un sorriso il giorno dopo. Vorrei che la smettessimo come spettatori di bollare tutto con voti, giudizi grossolani, di accogliere con indignazione notizie relative alla produzione X manco avessero sparato a dei bambini, di avere delle aspettative così fuori scala. Vorrei che tornassimo a guardare il cinema con meraviglia, godendo di quell’esperienza che non ha eguali. Vorrei che smettessimo di pensarci come dei singoli spettatori e tornassimo a vivere anche e soprattutto nel Cinema un senso di collettività di cui abbiamo un disperato bisogno di questi tempi.

Guardate com’è bella…

Guardate com’è bella…

Il Cinema e l’Arte vanno condivisi. Per farlo bisogna venire incontro a chi queste opere le crea. Creiamo un dialogo, non uno scontro. Basta con la dialettica prodotto-consumatore, torniamo all’opera-spettatore.

Perché se tu sei disposto a scendere dal pulpito, forse potremmo incontrarci nella navata e trovare una soluzione insieme e godere dell’arte che tanto ci riscalda il cuore. E magari la prossima volta che vuoi vedere un film su Netflix, invitami.