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Oscar 2019 - vincitori e vinti

E così anche quest’edizione degli Oscar è stata archiviata e abbiamo la lista completa dei vincitori e degli “sconfitti”.

Quella di quest’anno è stata una serata particolare degli Academy Awards e per diversi motivi. È stata infatti la prima edizione priva di un vero e proprio presentatore unico, a seguito del passo indietro di Kevin Hart dalla conduzione dopo lo scandalo scoppiato in seguito al “ritrovamento” di alcuni suoi tweet particolarmente poco eleganti e con continui riferimenti omofobi. Le altre due sostanziali novità o motivi di interesse di quest’anno sono stati sicuramente rappresentati dalla candidatura di Black Panther a miglior film (e a diversi altri premi) e soprattutto la massiccia presenza di Netflix, con ben 15 nomination(s). Due particolari quest'ultimi che sottolineano come l’industria stia cambiando e di come gli Oscar, da sempre termometro vero per il cinema mondiale, raccontino di un panorama in evoluzione. Lenta, ma pur sempre evoluzione.

In definitiva posso dire che quest’anno a far “discutere” siano state più le nomination che gli effettivi vincitori. Le scelte dell’Academy sono state infatti grossomodo molto classiche e politicamente corrette per così dire. Come ogni anno, va detto, non hanno vinto proprio tutti i favoriti (no pun intended) o i film e artisti universalmente riconosciuti come migliori dei compagni di categoria. Ma ciancio alle bande e osserviamo la lista delle nomination con i vincitori evidenziati:

  • Miglior film
    Black Panther 
    BlacKkKlansman 
    Bohemian Rhapsody 
    La favorita
    Green Book 
    Roma 
    A Star is Born 
    Vice

  • Miglior regia
    Spike Lee, BlacKkKlansman
    Paweł Pawlikowski, Cold War
    Yorgos Lanthimos, La favorita
    Alfonso Cuarón, Roma
    Adam McKay, Vice

  • Miglior attrice protagonista
    Yalitza Aparicio, Roma
    Glenn Close, The Wife
    Olivia Colman, La favorita
    Lady Gaga, A Star Is Born
    Melissa McCarthy, Copia originale

  • Miglior attrice non protagonista
    Amy Adams, Vice
    Marina de Tavira, Roma
    Regina King, Se la strada potesse parlare
    Emma Stone, La favorita
    Rachel Weisz, La favorita

  • Miglior attore protagonista
    Christian Bale, Vice
    Bradley Cooper, A Star Is Born
    Willem Dafoe, At Eternity’s Gate
    Rami Malek, Bohemian Rhapsody
    Viggo Mortensen, Green Book

  • Miglior attore non protagonista
    Mahershala Ali, Green Book
    Adam Driver, BlacKkKlansman
    Sam Elliott, A Star Is Born
    Richard E. Grant, Copia originale
    Sam Rockwell, Vice

  • Miglior film straniero
    Capernaum (Libano)
    Cold War (Polonia)
    Never Look Away (Germania)
    Roma (Messico)
    Shoplifters (Giappone)

  • Miglior film d’animazione
    Gli Incredibili 2 
    Isle of Dogs
    Mirai 
    Ralph Spacca-Internet 
    Spider-Man: Un nuovo universo

  • Miglior corto d’animazione
    Animal Behavior
    Bao
    Late Afternoon 
    One Small Step 
    Weekends

  • Miglior sceneggiatura originale
    La favorita
    First Reformed 
    Green Book 
    Roma 
    Vice

  • Miglior sceneggiatura non originale
    The Ballad of Buster Scruggs 
    BlacKkKlansman 
    Copia originale
    Se la strada potesse parlare
    A Star is Born

  • Miglior colonna sonora originale
    Black Panther 
    BlacKkKlansman 
    Se la strada potesse parlare
    Isle of Dogs 
    Il ritorno di Mary Poppins

  • Miglior canzone originale
    All the Stars – Black Panther 
    I’ll Fight – RBG 
    The Place Where Lost Things Go – Il ritorno di Mary Poppins 
    Shallow – A Star is Born
    When A Cowboy Trades His Spurs For Wings – Ballad of Buster Scruggs

  • Miglior montaggio
    BlacKkKlansman
    Bohemian Rhapsody
    La favorita
    Green Book
    Vice

  • Miglior fotografia
    Cold War 
    La favorita
    Never Look Away 
    Roma 
    A Star is Born

  • Miglior scenografia
    Black Panther 
    La favorita
    First Man 
    Il ritorno di Mary Poppins 
    Roma

  • Miglior costumi
    The Ballad of Buster Scruggs 
    Black Panther 
    La favorita
    Il ritorno di Mary Poppins Returns 
    Maria Regina di Scozia

  • Miglior effetti speciali
    Avengers: Infinity War 
    Christopher Robin 
    First Man 
    Ready Player One 
    Solo: A Star Wars Story

  • Miglior trucco
    Border 
    Maria Regina di Scozia
    Vice

  • Miglior editing sonoro
    Black Panther 
    Bohemian Rhapsody
    First Man 
    A Quiet Place 
    Roma

  • Miglior mix sonoro
    Black Panther 
    Bohemian Rhapsody 
    First Man
    Roma 
    A Star is Born

  • Miglior cortometraggio
    Skin 
    Detainment
    Fauve
    Marguerite
    Mother

  • Miglior corto documentario
    Black Sheep 
    End Game 
    Lifeboat 
    A Night at the Garden 
    Period. End of Sentence

  • Miglior documentario
    Free Solo 
    Hale County 
    This Morning, This Evening 
    Minding the Gap
    Of Fathers and Sons 
    RBG

Si è tutto concentrato intorno agli stessi film, tutto sommato, eccezion fatta per le sorprese come Copia originale. Come pronosticato dal sottoscritto (è arrivato il divino Otelma) la questione Netflix si sarebbe “tutta” giocata sul miglior film straniero. Della proclamazione di Roma in questa categoria e la sua contemporanea a miglior film si è fatta diversa dietrologia, e in effetti questo escamotage è servito a liberarlo dal peso della statuetta più ambita. Consacrare Netflix avrebbe significato dare uno scossone netto all’industria e prendere una posizione in merito all’incalzante crisi della sala cinematografica come luogo unico di quest’arte. In precedenza sono stati il festival di Cannes e di Venezia a prendere una netta e polarizzata posizione in merito, con la competizione francese in netta opposizione e quella italiana invece che ha accolto la novità. Sugli Oscar di quest’anno gravava quindi il peso di dover in qualche maniera orientare in una direzione o nell’altra, e a conti fatti si è scelto di non scegliere, di lasciare uno spiraglio per entrambe le prese di posizione. Premiare così profusamente Alfonso Cuarón, oltre che a mantenere una linea politica ben chiara, essendo insieme ai suoi amigos il quinto regista messicano premiato negli ultimi sei anni, sottolinea come l’Academy abbia riconosciuto enormi meriti artistici a Roma e quindi a Netflix, ma che questo non basti a decretare l’effettivo e definitivo cambio di rotta dell’idea di Cinema. Infatti si è scelto come miglior film una bellissima pellicola (la cui recensione trovate qui https://www.ilgrigio.net/tra-il-bianco-e-il-nero/2019/2/9/green-book-di-peter-farrelly ), ma dall’appeal molto classico. Una tipologia di scelta condivisa anche per le altre categorie e che non fa arrabbiare nessuno (o quasi).

Caro Rami, ti rispetto solo per aver conquistato la tua collega e per aver arricchito la cerimonia con la sua magnifica presenza. Sono ancora arrabbiato con te…

Caro Rami, ti rispetto solo per aver conquistato la tua collega e per aver arricchito la cerimonia con la sua magnifica presenza. Sono ancora arrabbiato con te…

Identificare un vincitore unico di questa edizione è impossibile, o meglio in teoria ci sarebbe, ma è talmente scialbo e fuori luogo da risultare solo e soltanto mera operazione di propaganda. Sto parlando di Bohemian Rhapsody, che si è aggiudicato ben quattro Oscar e soprattutto il premio al miglior attore protagonista con Rami Malek. Che questo film potesse aggiudicarsi i premi tecnici relativi al suono può avere senso, per quanto si tratti di un’analisi molto grossolana, ma la cosa che mi ha stupito di più è stato il premio al montaggio. Ero convinto e forse in fondo ci speravo più per affetto, che il premio sarebbe andato a Vice e invece…In generale comunque con il premio a Malek si è trattata di una vera e propria esaltazione di un film che francamente trovo molto discutibile. Il successo commerciale ne ha evidenziato l’enorme potenziale indubbiamente, ma come nel caso del suo protagonista credo si sia trattata di una scelta puramente propagandistica. A tal proposito entrambi i film “musicali” di questa edizione pur ricevendo diverse candidature non hanno raccolto a mio avviso in maniera equa. A star is born forse avrebbe meritato qualcosina in più, ma d’altra parte fatto salvo per la statuetta a miglior canzone per Lady Gaga, mai veramente messa in discussione, la sua candidatura a miglior attrice era pura fantascienza. Peccato soprattutto per Bradley Cooper, qui alla sua miglior prova attoriale e a un grande esordio alla regia.

<<Ma io volevo l’altra statuetta!!!>>

<<Ma io volevo l’altra statuetta!!!>>

Si è detto di Roma e della sua esaltazione a metà. In effetti si è trattato di uno degli sconfitti in parte di questa edizione, ma va ricordato che con i premi alla regia e alla fotografia, Cuarón è diventato il primo artista ad aggiudicarseli contemporaneamente. In tal senso questo film ha tolto la giusta attenzione a un’altra pellicola che a mio avviso ha preso i famosi “schiaffoni” in questa edizione. Il premio a miglior attrice protagonista per Olivia Colman ha infatti salvato La Favorita da una vera e propria debacle. Se si pensa come la sua meravigliosa e disturbante performance sia stata preferita alla quasi certa vittoria di Glenn Close, che in coppia con Amy Adams vive ormai un puro dramma Di Capriano, si capisce quanto importante sia stata la scelta in favore de La Favorita. Come a dire: <<scusateci, ma possiamo darvi solo questo “contentino”, però dai…>>

Questi due film erano probabilmente i veri contendenti nei cuori dei cinefili più accaniti e a ragion veduta, e avevano conquistato ben dieci nomination a testa. Nel caso del film di Lanthimos ha sorpreso come non sia stato preferito per alcune categorie tecniche, dove obiettivamente spiccava rispetto alla concorrenza. Per certi versi è come se entrambi i film si fossero contesi idealmente le statuette che contano, salvo poi veder sfumare quella speranza per entrambi.

Mi è dispiaciuto, e già ho avuto modo di sottolinearlo, per Vice, ma obiettivamente si tratta di un film troppo scomodo e poco “da Oscar”. Christian Bale ha provato la carta “Gary Oldman” calandosi perfettamente nei panni di Dick Cheney, ma davanti al potere della candidatura di Rami Malek e del suo Fredd(o)y Mercury , nulla ha potuto. In questa categoria poi, se proprio devo dirlo, l’unico che avrebbe meritato era Viggo Mortensen, e sarebbe stata una sacrosanta consacrazione a un artista gigantesco fin troppo ignorato. In coppia con Vice, l’altro sconfitto-ma-tutto-sommato-non-è-che-ci-credeva-poi-tanto è stato Spike Lee con il suo Blackkklansman. Per il leggendario regista di Brooklyn si è trattato comunque della prima statuetta competitiva, vincendo alla miglior Sceneggiatura adattata, il che è sempre meglio del premio al trucco e parrucco di Vice, che sa tanto di beffa.

Venendo alla questione Black Panther, che dire, ha vinto dei premi sì minori, ma che sottolineano come si sia trattato innanzitutto di un premio all’intera Marvel per i dieci anni del suo universo condiviso e la stessa candidatura a miglior film non può che rappresentare solo e soltanto un omaggio. Per giunta andava esaltato in quanto una bellissima produzione tutta o quasi afro-americana, nell’anno in cui sono stati premiati più artisti di colore di sempre. Entrambi i premi a miglior attore non-protagonista e la stessa vittoria di Spike Lee vanno in questa direzione.

E non era meglio  Viggo  lì a sinistra? No? Sto diventando un conservatore…

E non era meglio Viggo lì a sinistra? No? Sto diventando un conservatore…

Quindi era prevedibile e giusto che a vincere il premio più ambito fosse Green Book, così come sacrosanta è stata la vittoria di Maershala Ali, sebbene sorprenda per il poco tempo trascorso dalla sua vittoria per il detestabile Moonlight. Il film di Peter Farrelly è come detto molto classico e permette allo stesso tempo all’Academy di fare una scelta in favore di un tema di grandissima attualità, senza sbilanciarsi estremamente.

In chiusura non posso che sottolineare una delle vittorie che più mi ha esaltato sebbene ampiamente pronosticata, ovvero quella di Spiderman: Un nuovo universo a miglior film di animazione. Si è parlato tanto di questo meraviglioso gioiello, ma forse non ancora abbastanza. C’è chi potrebbe vedere anche in questo caso una scelta politica, grazie all’introduzione al grande pubblico del giovane Miles Morales (nero, ispanico, con lo zio malvivente), ma sebbene sia innegabile la strizzatina d’occhio a tali tematiche, l’operazione è fatta con un garbo encomiabile. Tra lui e Black Panther non ho dubbi su chi preferisca come araldo del genere cinecomic.

Ah e volevo approfittarne per mandare un abbraccio a Damien Chazelle, che ha appena scoperto cosa si prova a essere Christopher Nolan

E voi? Avete fatto le scommesse? Ne avete vinte? Dove eravate mentre venivano proclamati i vincitori?

Per pura trasparenza non richiesta vi posterò i miei pronostici rigorosamente pre-Oscar.

Sceneggiatura originale: Vice

Sceneggiatura adattata: La Ballata di Buster Scruggs

Vfx: Avengers Infinity War

Sonoro: Roma

Montaggio sonoro: Bohemian Rhapsody

Scenografie: La Favorita

Miglior canzone: Shallow

Colonna sonora: Black panther

Trucco e parrucco: Maria Regina di Scozia

Film straniero: Cold war

Montaggio: Vice

Costumi: La Favorita

Fotografia: Roma

Regia: Lanthimos

Animazione: Spiderman: un nuovo universo

Attrice non protagonista: Rachel Weisz

Attore non protagonista: Maershala Ali

Attrice protagonista: Olivia Colman

Attore protagonista: Viggo Mortensen

Miglior Film: Green Book

Yassssss!

Yassssss!

Il mio primo cortometraggio - Episodio III

La vendetta del finale non-finale

(di solito è quello che tutti odiano)

E quindi eccomi qui, con una produzione da far partire, con un Master da affrontare e la sceneggiatura del corto da rimaneggiare ancora e ancora e ancora…

A volte la vita va così, dal nulla assoluto di mille decisioni e immobilismo da cui divincolarsi, a un’occasione da non poter bruciare che arriva nel momento in cui probabilmente sei meno propenso a sfruttarla. Lo so, suonerà come una lamentela di un bambino frignante che non riconosce la fortuna che gli è capitata, ma penso comprenderete la tensione che mi piombò addosso.

Comunque sia senza perdermi poi troppo d’animo mi misi sotto e lavorai la sceneggiatura. In tutto credo che di Corduroy ci siano state più o meno una decina di stesure sia del soggetto che della sceneggiatura e ognuna con la sua peculiarità. All’inizio era una storia molto più horror, con elementi anche sovrannaturali in alcune versioni, ma piano piano si andava assestando verso la sua forma definitiva.

Ovviamente ero anche assai preso dal Master che avevo iniziato e infatti ho avuto non poca difficoltà a districarmi tra gli altri vari lavori che incombevano. È sempre molto difficile spiegare il tempo di cui si ha bisogno per scrivere e soprattutto la condizione mentale necessaria per essere produttivi in tal senso. Ma, come già detto sopra, e per citare il mio eroe Batman (nella sua versione Lego): <<La vita non ti da cinture di sicurezza!>>.

La cosa peggiore oltre alla grande porzione di tempo che il Master si prendeva, è stato il clima di follia in cui mi immergeva giorno dopo giorno. Non scenderò nel merito, ma chi c’era sa a cosa mi riferisco. Insomma, non ero “in the right place” per preoccuparmi del mio debutto alla regia, eppure i mesi iniziarono a scorrere veloci. Inizialmente avevo immaginato di poter sfruttare la vittoria del bando e la produzione in corso per poter realizzare un lavoro di fine anno del master e quindi fare una vera e propria co-produzione. Purtroppo però al Master non erano d’accordo e così sentivo di aver perso una grossa occasione per fare le cose ancora più in grande (sì, è una vera e propria malattia, lo so). Fortunatamente durante questo percorso ho avuto il piacere di conoscere delle persone che subito si sono fatte avanti per darmi una mano. Il primo è stato un professore, un tutor, il quale grazie al suo interessamento è stato in grado di darmi la sicurezza di un’organizzazione tecnica e quindi del materiale da utilizzare per girare. Sembra un’assurdità in un’epoca in cui è diventato così semplice reperire mezzi tecnici, ma vi assicuro che con i tempi che stringono e dovendomi occupare di vari aspetti della produzione, questa cosa stava diventando un’ossessione. Dopo di che devo dire che i ragazzi e colleghi che ho conosciuto sono diventati una risorsa importantissima nella crescita del progetto, nonché dei veri amici. Insomma finalmente le cose iniziavano a ingranare.

Sembra assurdo ora riassumere tutto quest’anno passato al Master in queste poche righe, ma davvero non voglio dilungarmi tanto sugli aspetti quotidiani, ma solo sulla storia del progetto del corto. Grazie sempre al mio tutor ho potuto reclutare parte del resto della squadra per girare, quei ruoli di cui diciamo non mi sarei potuto occupare da solo a causa della mia inesperienza. Lo ringrazierò sempre, perché mi ha dato modo di conoscere delle persone e dei professionisti squisiti, con cui spero di collaborare anche in futuro. Il resto della troupe l’ho reperita grazie alle conoscenze di famiglia, per cui non ho avuto molti problemi. In oltre con gran parte di loro avevo da poco collaborato per il pilota de La famiglia Quozzo di e con Maria Bolignano (la divertentissima serie che potete seguire ogni martedì su facebook e IG tv, bestiche!). Insomma, la troupe c’era, le varie maestranze coperte, il cast pure aveva preso forma e avevo anche come girare. Mancavano sostanzialmente due cose fondamentali e che mi hanno preso gran parte del tempo una volta finita l’ennesima stesura della sceneggiatura: le date del set e le location.

Niente di troppo difficile, no?

More on that later…

Lo Spettatore onnipotente

È in corso una vera e propria rivoluzione nel mondo della produzione audiovisiva. Netflix e tutte le altre piattaforme di contenuti streaming stanno guadagnando sempre più spazio nelle gerarchie della produzione cinematografica mondiale. Come se non bastasse la semplice osservazione delle abitudini dello spettatore medio, adesso anche i festival reagiscono alla cosa chi in un modo o nell’altro come i recenti esempi di Cannes e Venezia. La discussione si è accesa nel momento in cui Netflix e compagnia sono piombati sul mercato cinematografico forti di grandi budget, imponendosi anno dopo anno con i propri prodotti originali. Lungi da me però voler intavolare un discorso del tipo “i servizi streaming sono cattivi” oppure “progresso sì, ma vuoi mettere con la pellicola?”. Quello di cui voglio parlarvi oggi è l’evidente adeguamento della figura dello spettatore nel panorama multimediale dei nostri tempi.

Ve lo ricordate come funzionava una volta? Come seguivamo le serie tv? Eravamo vincolati agli orari dei palinsesti, quando non si potevano registrare (rimpiango ancora tutte le vhs di Batman che non trovo più). Sottolineo l’ovvio, ma indubbiamente in questo la rivoluzione dei servizi streaming e dell’on-demand è andata talmente oltre da diventare sistema. Questa è stata sicuramente la prima tappa di quel meccanismo che ha portato lo spettatore/fruitore al centro dell’obiettivo, forse per la prima volta nella storia della produzione audiovisiva popolare. Mai come in quest’epoca infatti lo spettatore è IL fulcro del meccanismo, complice anche e soprattutto lo spazio dato dalla rete. Oggigiorno il fruitore è in grado non solo di ricevere informazioni un tempo a solo appannaggio dei giornalisti più in gamba, ma la sua reazione a qualsivoglia dettaglio sulla produzione può ormai influenzare la stessa in modi imprevedibili. Credo sia avvenuta una vera e propria evoluzione del modello di marketing in tal senso, che ha spostato lo spettatore dal ruolo di terminale del prodotto a vera e propria testa del serpente.

Sia santificato il tuo nome!

Sia santificato il tuo nome!

A livello subliminale la possibilità di creare il proprio palinsesto personale o di modificare a proprio piacimento i momenti della fruizione, unita al maggior numero di informazioni a cui ha accesso, ha permesso allo spettatore di metabolizzare questo shift e sentirsi quindi in diritto e soprattutto in dovere di poter influenzare i processi produttivi. Per farla breve, ti prendi il dito con tutta la mano. Il problema è che non sembrano esserci più dei limiti rispetto alla credibilità e a una netta distinzione dei ruoli. Il fine ultimo di un prodotto è chiaramente il suo fruitore, ma grazie ai nuovi canali grazie ai quali lo spettatore si fa sentire, si permette di essere eccessivamente influente. Il problema è che tutto questo va a discapito di una sola figura a mio parere: dell’Autore.

L’artista non è niente senza il proprio pubblico, questo è evidente, ma in una logica produttiva ormai la figura degli autori ha perso sempre più nel tempo la propria posizione di forza. Credo che questo assunto per altro valga tanto per le produzioni popolari che per il cosiddetto cinema d’autore. In fondo pensateci, anche quello è diventato in parte sistema, con tutti i crismi del caso, e per certi versi inserito in un mercato di riferimento non così tanto di nicchia come un tempo. Ora, grazie alla molteplicità dei canali con cui raggiungere questo pubblico, è chiaro come quel famoso shift di cui parliamo appaia evidente. In una così vasta gamma di offerta l’unico modo per saltare all’occhio è dando al pubblico qualcosa che vuole. Magari è una critica eccessivamente lamentosa la mia, ma mi sembra che la tanto agognata globalizzazione abbia trasformato anche il mondo dell’audiovisivo in un grosso supermercato.

Ed è proprio qui che secondo me avviene il grande cortocircuito che inevitabilmente ha portato alla famosa crisi del cinema inteso come luogo, la sala cinematografica. La chiave sta tutta nella mancata responsabilizzazione dello spettatore. Tutto gli è dovuto: si crea il proprio palinsesto; può vedere i contenuti che più gli aggradano ovunque voglia; può decidere di snobbare dei titoli semplicemente leggendo le mille recensioni che ci sono online; qual ora decidesse comunque di recarsi al cinema gli vengono offerti tutti i confort del caso nelle famose multisale, che devo ammettere hanno sempre più a che vedere con ciò che esula l’andare al Cinema. Insomma per farla bene credo che lo spettatore sia fin troppo coccolato e sapete cosa da in cambio? Minacce. Lamentele. Boicottaggi.

Ehssi, perché l’effetto peggiore che sta avendo questa combo letale di Internet+eccessiva attenzione, sta proprio nella considerazione che ha lo spettatore del proprio potere. La propria opinione (e qui si potrebbe copiaincollare per qualsiasi altra categoria di discussione) viene sbattuta in faccia a chicchessia, senza troppi complimenti. Lo spettatore si sente in diritto e talvolta anche in dovere di denunciare una cattiva scelta di casting, un adattamento dissacrante del proprio libro preferito, un’ambientazione sbagliata, insomma di commentare le informazioni su una produzione cinematografica, anche molto tempo prima che questa sia veramente iniziata. Ora, siamo d’accordo, probabilmente è sempre stato così solo che con la rete adesso è possibile allargare la propria finestra in modo da essere ascoltati maggiormente, ma il problema è che fin troppo spesso le produzioni appaiono quasi schiave di queste iniziative da parte del pubblico.

Com’è possibile che se una scelta di cast non va a genio alla “rete”, una produzione sia costretta a cambiare idea, sotto minacce e accuse a volte pesantissime agli stessi produttori e soprattutto agli attori, rei semplicemente di fare il proprio lavoro?

Va detto che in alcuni casi questo maggior potere dato agli spettatori è servito anche a salvare delle produzioni, permettendo a delle serie tv di essere salvate o in alcuni casi anche di spingere per la creazione di spin-off e così via. Ciò che però risulta insopportabile è come lo spettatore medio si sia andato sempre più a identificare con una massa informe, che preferisce il sicuro e il conosciuto e che non osa. In questa situazione mi risulta difficile credere che le stesse case di produzione possano osare a loro volta. Come potrebbe intercettare un pubblico che pensa di sapere cosa vuole, quando invece si lascia guidare magari dall’influencer di turno? E la critica? La critica è a sua volta in crisi poiché vive di assoluti, ma d’altra parte deve adeguarsi ai tempi.

Sì, lo so, ho fatto una filippica che sembra non avere né capo né coda e che sa tanto di vecchio lamentoso, però un punto voglio sottolinearlo. Io vorrei che tornassimo tutti quanti in sala. Vorrei che andassimo a vedere tutti insieme quei film brutti/belli che dopo almeno ti danno da parlare per qualche ora e che ricordi con un sorriso il giorno dopo. Vorrei che la smettessimo come spettatori di bollare tutto con voti, giudizi grossolani, di accogliere con indignazione notizie relative alla produzione X manco avessero sparato a dei bambini, di avere delle aspettative così fuori scala. Vorrei che tornassimo a guardare il cinema con meraviglia, godendo di quell’esperienza che non ha eguali. Vorrei che smettessimo di pensarci come dei singoli spettatori e tornassimo a vivere anche e soprattutto nel Cinema un senso di collettività di cui abbiamo un disperato bisogno di questi tempi.

Guardate com’è bella…

Guardate com’è bella…

Il Cinema e l’Arte vanno condivisi. Per farlo bisogna venire incontro a chi queste opere le crea. Creiamo un dialogo, non uno scontro. Basta con la dialettica prodotto-consumatore, torniamo all’opera-spettatore.

Perché se tu sei disposto a scendere dal pulpito, forse potremmo incontrarci nella navata e trovare una soluzione insieme e godere dell’arte che tanto ci riscalda il cuore. E magari la prossima volta che vuoi vedere un film su Netflix, invitami.

Il mio primo cortometraggio - Episodio 2

L'ATTACCO DEL LANCIO DELLA MONETINA

 

Eravamo rimasti all'enorme dispiacere per il Bando Imaie che stava sfuggendo via...

Ok, ok, in effetti non è che fosse stata cancellata quella possibilità, ma semplicemente il fatto di dover posticipare e aspettare l'intera Estate per poter anche solo "provare" a vincere un bando era una prospettiva carica d'ansia. Sono fatto così, sono impaziente, che ci posso fare? La cosa peggiore era l'idea di dover aspettare per quella che a quel punto avvertivo come una sconfitta annunciata. Diciamo che era un periodo fatto di scelte, molte delle quali parecchio importanti e con esito del tutto ignoto. Con il tempo (che suona molto da vecchio, considerando che parliamo di qualche mese fa, ma tant'è) ho imparato che in fondo tutte le scelte che facciamo richiedono un minimo salto verso l'ignoto e per quanto difficile sia, sto imparando ad accettare che bisogna lanciarsi.

Come detto precedentemente mi ero da poco laureato (in Febbraio) e va da sé che dovevo un attimo capire quale sarebbe stato il mio percorso futuro. C'era sempre il pallino del Centro Sperimentale di Cinematografia, ma da bravo ventenne (cioè, oddio, andando verso i 30) dovevo avere anche diversi piani B, C, D e giù fino alla XJXBJBZBJFSB. Iniziai a guardarmi intorno anche rispetto ai Master e ne adocchiai alcuni. Un giorno in preda alla foga decisi di prenotare un test per un Master interessante alla Liuss. Sì, lo so cosa starete pensando: "chesssssssssoldi!", ma adesso vi spiego come andò anche per darvi uno spaccato del pericolo. Dopo aver prenotato per questa mia sortita a Roma, dovetti preparare prima un test online. Potete immaginare il mio sbigottimento quando mi sono ritrovato davanti un test di economia puro! Mi sono sentito un imbecille, come se avessi sbagliato tutto e adesso mi sentissi obbligato a recarmi a Roma per sentirmelo dire. Come scoprì in seguito si trattava di uno standard per la facoltà in cui mi sarei iscritto. La sera prima di partire giocai una delle partite di calcetto più brutte della mia vita. Pieno d'ansia, con la gola chiusa e l'asma che si faceva più insistente e con la terribile sensazione di star commettendo un errore con tutta quella storia. Intendo il colloquio a Roma, mica la partita.

La mattina seguente la sveglia suonò inesorabile, così come si fece risentire prontamente anche la mia asma. Mi feci forza e in un attimo mi ritrovai in treno, in viaggio verso Roma. Ora, è doveroso fare una puntualizzazione. Il sottoscritto ha un rapporto con la città di Roma molto simile a quello di Homer Simpson con New York (chi crede, capirà). Ovviamente quella mia visita non fece eccezione. Beccai nell'ordine: pullman stracolmo e asfissiante; traffico di proporzioni bibliche; un incidente mortale con solo un casco a terra in una pozza di sangue e polizia in ogni dove; tamponamento tra un taxi e un'altra vettura risultato di quanto sopra; rissa "sfiorata" tra il suddetto taxista e il malcapitato di dietro. A condire il tutto, già con 5 min di ritardo, il navigatore mi aveva portato a circa 2 km a piedi dalla meta! Maledicendo brutti bagarozzi vari, mi feci coraggio e dopo aver avvisato quelli della Luiss mi lanciai in una corsa disperata (rivelatasi superflua) verso questa magnifica villa dove si sarebbero tenuti i colloqui. Arrivato lì capì da subito 2 cose: 1) seppur mi avessero preso, non avrei mai fatto tutto quel casino per un anno, quindi necessitavo di un alloggio e vista la zona ect non sarebbe stato assolutamente possibile per le mie tasche; 2) non appartenevo a quel luogo. Il colloquio in sé andò benissimo e fu molto stimolante e gratificante. Posso dire con assoluta tranquillità di non essere stato trattato mai con così tanto rispetto in ambito accademico (e ce credo, volevano i sordi tua!), ma c'era qualcosa che non mi convinceva della faccenda e sentivo di star prendendo in giro la persona più importante in tal senso: me stesso. A volte facciamo le cose sentendoci obbligati da forze e persone che non esistono. In quel caso avevo fatto tutto da solo. Così come da solo tornai in stazione con ben 7 ore di anticipo sul treno che avevo prenotato per il ritorno. Acquistai 22.11.63 di Stephen King, il mio primo romanzo del re, e comprai il biglietto per un treno a ridosso del pranzo. Non avrei atteso oltre in quella città inospitale.

Vi starete chiedendo che senso abbia tutto questo racconto in un blog che dovrebbe parlare del mio cortometraggio. Beh, signori cari, sono fatto così. Di quell'esperienza ricordo solo il piacere di quel libro, la ricerca, l'acquisto e la curiosità. Tutte le esperienze che dal Gennaio del 2017 a questo Maggio 2018 mi hanno portato a realizzare #Corduroy, sono parte integrante dell'Opera. Tutte. Le rivendico tutte.

Quell'estate fu stramba, torrida e affascinante. Iniziai a lavorare assiduamente con la produzione che ha creduto fin da subito nel corto e tra vari progetti arrivai anche a godermi un bel periodo di vacanza in attesa del momento della verità. Il Bando del nuovo Imaie, quello per i fondi al cortometraggio, aveva cambiato modalità, per cui adesso si trattava di sperare nel Fato, nel Caso, nel più classico lancio della monetina. Ora, io tendenzialmente sono portato a non credere mai a queste cose, anche alla più remota possibilità che la Fortuna, nella sua definizione più classica, possa sorridermi tra così tanti partecipanti a un concorso. Ecco, se potessi abbracciare il me stesso che si era recato a Roma per inseguire un qualcosa in cui non aveva creduto neanche un instante, ma che si sentiva quasi costretto a farlo, lo farei. Lo abbraccerei forte e gli direi che tutte le esperienze portano a qualcosa. Nel mio caso mi hanno portato a provarci fino in fondo.

La monetina questa volta mostrò il suo volto più sorridente e nella sorpresa più totale mi ritrovai con un cortometraggio da produrre.

Happy Birthday, Marvel Cinematic Universe!

Sono passati ben 10 anni dalla messa in moto della grande macchina di storie che è stata ed è l’Universo cinematografico Marvel o MCU (che bella cosa gli acronimi), e con l’uscita di Avengers: Infinity War si è chiuso (o si sta chiudendo) un ideale ciclo narrativo composto dalle 3 fasi pensate dalla casa di produzione.

Le pellicole Marvel sono diventate sinonimo di Blockbuster e ad oggi, anche a seguito dell’acquisizione da parte di Disney, rappresentano ad ogni uscita dei veri e propri eventi cinematografici. La grande scommessa che i Marvel Studioshanno vinto prevedeva il sogno di creare un franchise composto da tanti altri. Di fatto la strutturazione dei comic books di riferimento si è andata a sovrapporre perfettamente alla progettazione delle pellicole di questo universo narrativo. Il tipo di composizione delle storie è infatti simile se non identica alle uscite dei fumetti, con serie regolari le cui trame vanno in parte a convergere in una saga che coinvolga i personaggi di ogni altra serie. Numeri alla mano questi prodotti sono andati a conquistare incassi senza precedenti se visti nella loro interezza e un sempre maggior successo di pubblico e critica. Certo, tutt’ora non raggiungono l’impareggiabile seguito di Star Wars, ma essendo entrambi universi gestiti da Disney si fa sempre più evidente l’intenzione di fare assomigliare i due franchise come gestione, con la produzione di vari spin-off da accompagnare alla saga principale (nel caso dell’MCU si tratta dei vari Avengers).

Cominciò tutto nel 2008, in un clima di enorme scetticismo, con l’uscita di Ironman, di Jon Favreaue con la prima apparizione di Robert Downey Jr.nel ruolo che lo ha riportato alla ribalta come uno dei migliori attori della sua generazione. Intendiamoci, la Marvel aveva provato vari esperimenti nel corso degli anni, tra cui la trilogia su Blade, ma il momento della nascita dei veri Marvel Studios coincide proprio con Ironman. Il film aveva un budget ridotto rispetto ai blockbuster dell’epoca, eppure riuscì a ritagliarsi il proprio spazio in un’epoca in cui il cinecomic (il genere di film tratto dal fumetto) ancora non aveva la risonanza e la legittimità di un vero e proprio genere. Certo, c’erano già stati negli anni gli esperimenti di successo con la Warner/Dc e la saghe su Batman, la serie degli X-Men e quella di Spiderman, ma i Marvel Studios avevano in mente un tipo di produzione inedito, che si differenziava dal semplice sistema di sequel e prequel: voleva creare un vero e proprio universo narrativo interconnesso.

Ho un'idea: facciamo triliardi di dollari rendendo pheeghi i personaggi nerd per eccellenza.

Ho un'idea: facciamo triliardi di dollari rendendo pheeghi i personaggi nerd per eccellenza.

Così, nella fase denominata Fase Uno di questo loro progetto, Kevin Feigee soci produssero nel giro di quattro anni ben sei film: Iron Man, L’incredibile Hulk, Iron Man 2, Thor, Captain America – Il primo Vendicatore eThe Avengers. Dopo il successo del primo film, con uno straripante Robert Downey Jr., erano stati gettati i semi della possibile costruzione narrativa che avrebbe portato alla creazione del super gruppo dei Vendicatori, la squadra dei più potenti supereroi di casa Marvel, riuniti per difendere la terra. Certo, il film successivo, Lincredibile Hulk(2008) con Edward Norton, non ebbe molto successo, anzi…la nota positiva è che permise di continuare a tessere questa trama e aggiungere nuovi personaggi all’universo narrativo. La Marvel stava giocando duro, basta vedere i nomi coinvolti. Il sequel di Iron Man, dal titolo Iron Man 2(2010), vide in aggiunta al cast originale nomi come quello di Sam RockwellDon Cheadlein sostituzione di Terrence Howardnel ruolo di James Rhodes/War Machine, Scarlett Johansonnnel ruolo di Natasha Romanoff e Mickey Rourkenel ruolo dell’antagonista Whiplash. Una scommessa non da poco considerando che l’attore era sì tornato alla ribalta con il suo ruolo magistrale in The Wrestler(2008) di Darren Aronofsky, ma salvo per la sua interpretazione in Sin City (2005) mancava al mondo della Hollywood “che conta”, dei grandi successi commerciali, da parecchio. Questo sequel fu il punto di svolta, il momento in cui furono messe sul tavolo tutte le carte che i Marvel Studios volevano giocarsi. Molti dei personaggi introdotti saranno infatti dei collanti tra i vari film che stavano preparando, a cominciare dalla Vedova Nera interpretata dalla Johansonn, ma soprattutto nella figura di Phill Coulson, l’agente dello S.H.I.E.L.D. che avrà un ruolo fondamentale nell’introdurre Thor sulla terra nel film del 2011 di Kenneth Branagh. Il film del regista inglese ebbe un riscontro leggermente sottotono rispetto all’irresistibile Iron Man e il gusto tutto Shakespeariano del regista contribuì solo in parte all’introduzione del mondo Fantasy della Asgard di Thor. Se non altro ci fece conoscere Chris Hemsworthnei panni (quelle poche volte in cui è vestito) di Thor e un fan-favorite come Tom Hiddlestonnel ruolo del suo fratellastro Loki. Stesso discorso si potrebbe fare per il successivo Captain America – Il primo Vendicatore (2011). Il film ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale fece conoscere al grande pubblico oltre al suo personaggio principale il suo interprete, Chris Evans, già Torcia Umana nel dimenticabile i Fantastici Quattrodi qualche anno prima e non nuovo al mondo dei cinecomics. Ma non intendo dilungarmi troppo su queste pellicole nello specifico. Ciò che conta è il tipo di produzione che la Marvel stava imbastendo. Ogni film era un piccolo blockbuster atto a mettere su mattone dopo mattone le fondamenta di quello che è tutt’oggi l’intero universo narrativo, in cui la pietra angolare è rappresentata da Iron Man, ma il primo punto esclamativo, la costruzione di un ideale pianerottolo è avvenuta con The Avengers(2012) di Joss Whedon.

La grande ambizione di riunire un gruppo di supereroi per la prima volta in un unico grande film (tentata in precedenza con scarso successo da La Leggenda degli Uomini Straordinari, anche se in comune avevano solo la matrice fumetto), si rivela una scommessa vincente e The Avengers è ad oggi ancora il quinto maggior incasso della storia del cinema. Il film è stato anche un successo da un punto di vista strettamente cinematografico e per la critica, ponendo le basi soprattutto per quello che sarà il tono delle pellicole a venire. Perché sì, potremmo stare qui a parlare dei vari film, dei successi e dei personaggi che ci hanno fatto conoscere, ma la vera e propria rivoluzione dei Marvel Studios risiede nella geniale idea di giocare con i generi cinematografici e in alcuni casi riscriverne le regole. Il film dei Vendicatori è un action-fantasy-sci-fi in cui si ride e tanto! Va detto che a contribuire alla creazione di quest’ibrido produttivo destinato a conquistare universalmente pubblico e critica abbia giocato un ruolo fondamentale l’acquisizione della Marvel da parte della Disney. Infatti da questa operazione la casa di Topolino si è aggiudicata i diritti di distribuzione di Avengers e del sequel Iron Man 3, inizialmente, per poi riconquistare i diritti anche sulle pellicole precedenti e future. Una cosa non da poco, dato che da questa operazione deriva anche il tipo di contenuto proposto. I Marvel Studios hanno decretato la rivincita dei nerd, il pubblico di nicchia, le storie degli outstider che si fanno sistema, cool. The Avengers è stato la consacrazione di questa folle scommessa di Kevin Feige.

Insistendo su questo punto non posso non sottolineare come nella Fase Due, a seguito dell’enorme successo della precedente, si sia ulteriormente alzato il tiro proponendo degli esperimenti molto interessanti. Su tutti Captain America – The Winter Soldier(2014) e Guardiani della Galassia(2014). Il primo oltre a essere un sequel del più sottotono il Primo Vendicatore,è un interessante spy-movie in salsa supereroica, primo vero tentativo forse di esprimere un contenuto più maturo rispetto al resto della produzione. In oltre ha permesso a due importantissime pedine per il futuro, i fratelli registi Joe e Anthony Russo, di entrare a far parte di questa grande famiglia. Con Guardiani della Galassiasi prende a piene mani dalla fantascienza più pura, sebbene arricchita di un umorismo unico che ne decreterà l’enorme successo. L’intuizione di James Gunnnel farci conoscere questo gruppo tutto sommato minore e sconosciuto ai più (se non ai più fanatici fumettofili) è stata quella di umanizzare quanto più possibile il suo protagonista, Peter Quill (lo spassosissimo Chris Pratt). Grazie al suo amore per la cultura pop e la musica rock, questo protagonista ci porta nello spazio prendendoci per mano, alla scoperta di personaggi strambi e curiosissimi. Ognuno dei fantasiosi abitanti di questo mondo sono però portati tra noi, riconoscibili in tutte i difetti e i pregi dell’animo umano, tanto che ci dimentichiamo dell’assoluta mancanza di serietà all’interno della pellicola e ci lasciamo guidare da un lungo pezzo rock con tanto di assoli. La Marvel stava insomma sperimentando con alcune pellicole, mentre contemporaneamente insisteva con il suo tono di fabbrica, che prevedeva pellicole divertente e i cui personaggi non si prendono mai sul serio. In tal senso il vero passo falso (di certo non commerciale) è rappresentato dal secondo film degli Avengers, Age of Ultron(2015), schiavo di battutine e trovate più tediose che altro. Iron Man 3(2013) è interessante per le trovate coraggiose che si concede, salvo il modo in cui chiude idealmente la trilogia sul personaggio (che chiaramente monopolizzerà altre pellicole come vedremo); Thor – The Dark World(2013) è invece un fantasy senz’anima e troppo confuso, alla ricerca di un’epicità a tratti ridicola. Tra i film di questa fase Ant-Man (2015) nel suo ridimensionare (brutto, ma dovuto gioco di parole) le aspettative, riesce ad essere paradossalmente uno dei film più riusciti del MCU. Un action-comedy con elementi da heist movie, perfetto blockbuster estivo.

La fase due segna anche il debutto delle serie tv prodotte da Netflix. La Marvel aveva fatto dei tentativi con Agents of SHIELDe Agent Carter, più o meno riusciti, ma è con DaredevilJessicaJonesLukeCagee IronFist(e gli spin-off The Defenderse The Punisher) che mette un punto esclamativo, allargando le trame dell’universo narrativo anche nella serialità di un certo livello (almeno per alcune di queste). Soprattutto con Daredevil e Jessica Jones l’MCU si è arricchito finalmente di contenuti più maturi e di storie intriganti e non per forza intrise di forzata ironia. Insomma, ormai le trame di questo universo potevano parlare a chiunque.

Il colpo di grazia è arrivato con la Fase Tre. Ormai i ritmi produttivi dei Marvel Studios permettono la costante produzione di almeno due pellicole l’anno, e ad ogni annuncio seguono prenotazioni, aspettative e la sicurezza di incassi da record. La concorrenza non esiste e addirittura riescono a strappare un accordo per portare Spider-Man nel proprio universo narrativo, prima per una breve apparizione in Captain America: Civil War(2016) e poi per una co-produzione con la Sony che ne detiene i diritti per Spider-Man: Homecoming(2017). Il primo è una straripante prova di forza, in cui sono presenti quasi tutti i personaggi visti finora e prova a segnare anche un certo cambio di tono rispetto al grosso della produzione precedente. In questa fase ci si permette di introdurre con degli stand-alone anche dei personaggi davvero per intenditori, ma tanto una volta passati i Guardiani della Galassia, perché non provarci? E infatti i Marvel Studios lanciano Doctor Strange(2017), ambizioso film ricco di spunti ingegnosi e che sfruttano appieno le possibilità della CGI, regalandoci suggestioni psichedeliche. Non contenti piazzano la bomba con Black Panther(2018), vero e proprio successo inatteso e senza precedenti per numeri e accoglienza. Il personaggio è entrato quasi da subito nell’immaginario contemporaneo con una forza senza precedenti (e a ragion veduta, visto che il film è forse uno dei migliori cinematograficamente parlando). Nel mezzo c’è il sequel sottotono di guardiani della Galassia, intitolato Vol.2, il già citato Spider-Man, molto teen e tutto sommato divertente e soprattutto un tentativo rassegnato con Thor. Ragnarokè il terzo film della sua personalissima trilogia e finalmente, capendo che il personaggio non tira come gli altri e che vanno sfruttate delle caratteristiche proprie dell’interprete, la produzione punta a imbastire un film che racchiude tutti gli elementi di successo degli altri: una commedia fantascientifica a forti tinte fantasy, condita da battutine e ironia ad ogni singola scena.

La foto celebrativa dei primi 10 anni di MCU.

La foto celebrativa dei primi 10 anni di MCU.

Con Avengers: Infinity War, i Marvel Studios hanno idealmente chiuso un primo ciclo della loro esistenza e l’hanno fatto alla grande. Senza dilungarmi, poiché non si tratta di una recensione (e per altro se siete giunti fin qui, vi voglio proprio bene e mi scuso), il terzo capitolo degli Avengers segna il punto più alto finora raggiunto dal MCU. Il compimento di un piano imbastito in 10 anni conditi di tanto ottimo intrattenimento, storie e personaggi, capaci e talentuosi cineasti, artisti e scrittori. E lo fa cambiando ancora una volta la propria pelle, proprio quando chiunque avrebbe giocato sicuro. Il film è difficilmente collocabile ed etichettabile, se non come un prodotto unico nel suo genere. È Cinema. È Fumetto. È una Serie. È tutto ciò che volevamo vedere in una sala e forse anche qualcosa che non sapevamo di volere. Chi mi conosce lo sa, non sono mai stato il fan numero uno del MCU, ma lo guardavo con invidia e a volte con noia, essendo un fan della Distinta Concorrenza. Eppure ne ho visto ogni singolo film e mi sono affezionato ai suoi personaggi. Amo il cinema, amo i fumetti e amo le serie tv. Non posso fare a meno quindi di essere felice nel meravigliarmi di fronte alle mutazioni che questo grande fenomeno sta portando a questi media, ponendo domande, contestando, divertendoci, e a volte rispondendo agli stessi dubbi che pone. Quindi tanti auguri, MCU! Adesso che Disney acquista anche la Fox, bisognerà farci l’abitudine e imparare ad adorarti. Lode all’Ipnorospo!

Ah, scusate…troppo presto?

Il mio primo cortometraggio - Episodio 1

LA MINACCIA FANTASMINA

 

A breve realizzerò un sogno che inseguo da più di un anno.

Nel Febbraio 2017, fresco laureato e attraversando un periodo complicatissimo a livello personale e familiare, ho iniziato a lavorare ad un'idea che stava maturando da qualche mese. Avevo questa storia dentro di me, una suggestione che gridava a gran voce la necessità di venir fuori. Difficilmente lavoro partendo da un'immagine, ma stavolta è stato proprio così. "Una cuoca sfida il proprio pubblico brandendo un coltello dalla parte della lama", questo era il fotogramma incastonato nella mia mente in quel periodo. Dopo averci lavorato un po' è nata l'idea di Corduroy, il mio primo cortometraggio.

La storia iniziava a prendere forma, mentre la mia vita sembrava un aereo in piena turbolenza. Finito il percorso universitario avevo deciso di provare con il Centro Sperimentale di Cinematografia e il corto sembrava il giusto biglietto da visita con cui presentarmi alle selezioni. Avevo pianificato questo percorso ben prima, mentre preparavo gli ultimi esami e tutto sembrava filare in tal senso. Qualcosa però non mi convinceva. Vuoi per formazione, vuoi per gusto personale, non riuscivo a digerire di dover realizzare qualcosa solo e semplicemente per partecipare ad un'altra scuola, l'ennesima della mia formazione. In oltre mi metteva un'ansia pazzesca il fatto che per le regole della scuola quello fosse l'ultimo anno in cui potessi partecipare alle selezioni, dopo di ché niente, nisba, nada, si sarebbe chiusa quella porta. A lungo ho cercato di mettere a tacere quella vocina infastidita da questa condizione, ma alla fine ho dovuto cedere davanti all'evidenza: non faceva per me.

Il soggetto del corto è stato rimaneggiato tante di quelle volte che non ricordo. Il fatto di dover puntare ad un minutaggio specifico per le selezioni mi metteva ancora di più in agitazione, ma c'era dell'altro. Questa storia mi apparteneva e mi appartiene ad un livello talmente personale e inconscio da non poter accettare condizioni esterne. Avevo bisogno di raccontarla a modo mio. Nell'estate del 2017 ho iniziato a collaborare come sceneggiatore per un collettivo di autori, con quelli che sono attualmente i produttori del progetto. Mi fecero notare che c'era la possibilità di partecipare a un bando indetto dal Nuovo Imaie per la realizzazione di prodotti audiovisivi e in particolare cortometraggi, con un contributo niente male vista la situazione. Io di natura tendo a non credere in certe cose, poiché tendo a pensare che sia tutto pilotato, ma tant'è partecipammo a questa selezione. A Luglio scadeva la domanda, ma a causa di un problema tecnico (troppe le domande ricevute, tante da mandare in tilt il sistema) fu rinviato tutto a Settembre.

Ricordo benissimo quel periodo dell'estate scorsa. Lavoravo a vari progetti contemporaneamente e quando si fece concreta la possibilità di realizzare la mia storia, il mio corto, fui come trascinato in un vortice di stress e ansia senza precedenti. La settimana precedente alla scadenza fu uno dei periodi più rocamboleschi della mia vita. Dovevo sistemare tutto, sia a livello creativo e artistico, che da un punto di vista produttivo e burocratico. Insomma, è stata la prima volta che ho avuto a che fare con tutto quel mondo che sta dietro la realizzazione di un prodotto audiovisivo. Meeting dell'ultimo secondo, revisioni notturne, caldo asfissiante e dozzine di maglie di ricambio. Potete immaginare la mia faccia la momento della disdetta della scadenza. Non ci potevo credere, ma dovetti fare i conti con la realtà e rimandare tutto a Settembre...