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Streaming Wars

Chiudete le porte di casa con varie mandate, sbarrate le finestre, mettete in salvo vecchi e bambini: la guerra delle piattaforme streaming sta arrivando!

Netflix non detiene più lo strapotere che l’ha portata ad essere LA piattaforma streaming per eccellenza e il suo primato inizia a vacillare. Ma come, direte voi, con tutti gli abbonati che ha in giro per il mondo? Beh, signore e signori cari, la concorrenza s’è fatta agguerrita e ha preso ai fianchi la compagnia di Los Gatos. In particolare l’entrata in campo e le rivelazioni sui piani di Disney ed Apple ha messo in seria discussione l’equilibrio di potere nel mondo dell’intrattenimento multimediale.

Se prima infatti l’unica diretta concorrente era Amazon Prime Videos, adesso la prospettiva è cambiata e nei prossimi anni vedremo una vera e propria guerra per il controllo dell’intrattenimento audiovisivo. Ve ne parlo in questo momento proprio perché è freschissima la notizia dei futuri piani editoriali dei Marvel Studios per il Marvel Cinematic Universe, e le scelte adottate sono state molto influenzate dall’imminente apertura della piattaforma streaming Disney+. Questo sottolinea quanto si voglia spingere questa novità, che può per altro vantare un catalogo di esclusive da leccarsi i baffi, senza contare il resto della proposta non originale da paura. Una direzione che segna a mio avviso un nuovo modo di vedere la programmazione audiovisiva, verso quella che si prospetta come da titolo una vera e propria guerra di ascolti e abbonamenti.

Anche solo questi tre signori valgono un anno di abbonamento  Netflix.

Anche solo questi tre signori valgono un anno di abbonamento Netflix.

Ci sono proposte davvero per tutti i gusti e le tasche, partendo da quello che una volta era il servizio egemone per eccellenza (incredibile come possa cambiare tutto nel giro di poco tempo). Sebbene infatti Netflix possa contare su un numero di abbonati decisamente superiore alla media degli altri servizi di streaming a livello mondiale, va detto che negli ultimi tempi un numero sempre più considerevole di persone ha disdetto il contratto (parliamo a livello mondiale). Se volete la mia personalissima opinione (e se siete qui credo più che altro che ve la siete andata a cercare) il livello qualitativo medio della proposta di Netflix si è considerevolmente abbassato e soprattutto nella proposta di film di produzione originale si è raggiunta una certa stagnazione. Non bastano infatti i casi di Roma di Cuaron o la promessa del Messia Zio Martin Scorsese con il suo The Irishman a tenere alto il vessillo dei film targati Netflix. Il resto dei lungometraggi originali proposti sono nettamente di basso livello. Sulle serie anche devo ammettere di essermi trovato in difficoltà per diversi mesi, salvo per le sempre ottime produzioni animate che non hanno rivali. Certo, c’è il contratto di esclusiva di Ryan Murphy come garanzia di avere almeno uno show ogni anno di eccellente fattura, ma non credo basti.

La qualità media proposta dagli show di Amazon è fuori scala rispetto alla diretta concorrente. Queste serie sono infatti magari meno pubblicizzate (anche se cominciano a interessare sempre di più i media), ma per scrittura e per talenti coinvolti mantengono sempre un valore complessivo superiore. Amazon Prime Videos per certi versi sembra puntare alla qualità piuttosto che alla quantità, il che mi sembra una più che ottima direzione visto anche il costo così contenuto e considerato che include anche l’abbonamento a Prime per le spedizioni. Sul fronte lungometraggi originali la compagnia di Jeff Bezos punta soprattutto allo sviluppo di lavori per la sala e ha piazzato qui e lì delle opere niente male. Ah, per altro all’estero hanno anche un catalogo di cortometraggi e produzioni indipendenti, il che per un giovane regista come me non può che essere un plus. Il recente coinvolgimento di Neil Gaiman e lo sviluppo di piccole perle come The Terror, sottolineano un trend decisamente positivo per questa piattaforma.

I pochi talenti coinvolti in Apple tv+

I pochi talenti coinvolti in Apple tv+

Come un fulmine a ciel sereno si è manifestata anche la Apple con Apple Tv+, un’estensione potenziata del suo già esistente servizio streaming. Giusto per capirci, la compagnia della mela vanterà dei contenuti originali firmati tra gli altri da gente come Steven Spielberg, M.Night Shyamalan, J.J. Abrams, con star come Jennifer Aniston, Reese Witherspoon, Jason Momoa e tanti altri. Una notizia che per forza e prospettive mette la Apple sullo stesso ring e categorie delle sue dirette concorrenti e che contribuisce ad alimentare la guerra di cui sopra. Devo dire che per i nomi citati non ha praticamente rivali.

Solo vedendo questa immagine mi vengono addebitati i soldi dell’account.

Solo vedendo questa immagine mi vengono addebitati i soldi dell’account.

E siamo arrivati al quarto concorrente. Il più difficile da battere. Disney+ vanterà contenuti originali griffati Marvel, Star Wars, National Geographic e tutti i cataloghi relativi a precedenti produzioni con gli stessi nomi. Già solo questo farebbe tremare le ginocchia a chiunque. Non basta. La Disney acquista la Fox. Di conseguenza vuol dire avere anche tuuuuuutta la produzione passata e futura di tutte le sottocase di produzioni annesse a quel marchio. Ma tanto per dirne una, Disney+ permetterà di vedere qualsiasi episodio di tutte le stagioni dei Simpson. Sì, i Simpson. Rendiamoci conto, stiamo parlando di una compagnia che da sola vanta il 44% delle proprietà intellettuali della cultura pop contemporanea. Aggiungeteci a tutto questo le stesse produzioni Disney e quelle della Pixar (con anche dei nuovi show di animazione). Catalogo alla mano, non ci sarebbe storia. Il prezzo indicativo (americano) è poi davvero basso.

A queste grandi contendenti bisogna aggiungere Hulu, la Warner che attraverso HBO Go vuole emulare le sopracitate piattaforme, la già esistente Dc Universe (ancora inedita in Italia e credo tale rimarrà), Rakuten Tv e tantissime altre. Ma, va detto, queste rappresentano più degli spazzini dei rimasugli che verranno lasciati dai pesci più grandi che dei veri e propri competitor (anche se HBO vuol dire comunque le produzioni originali più forti degli ultimi 20 anni). Ecco, forse tra queste solo HBO Go potrebbe avere voce nelle battaglie a venire. Pensate solo alla possibilità di rivedere (legalmente, brutti maiali) Game of Thrones, Big Little Lies, i Sopranos, Westworld, The Leftovers e la futura serializzazione di Watchmen (speriamo sia il capolavoro che spero).

Please, be good!

Please, be good!

Insomma, la guerra delle piattaforme streaming è ancora agli inizi, ma già si possono intravedere i diversi approcci delle varie fazioni. Una cosa è certa, per i nostri portafogli saranno dolori, mentre ci aspetta una vera e propria festa per i nostri occhi, per la nostra mente e per i nostri cuori.

I've GoT to go - Il Trono di Spade è morto, lunga vita al Trono

SE NON HAI VISTO L’ULTIMO EPISODIO DI GAME OF THRONES, SAPPI CHE QUI CI SARANNO SPOILER, OVVIAMENTE

Ed è quindi successo. Game of Thrones è finito, concluso, terminato. La sua ultima puntata, come tutta l’ottava stagione, ha diviso pesantemente critica e pubblico, con gente soddisfatta e indignados sia da una parte che dall’altra.

Come ribadito nel precedente articolo, le scelte degli autori di quest’opera non sono a mio avviso contestabili. Sono loro infatti i custodi unici dei segreti e dell’essenza dei personaggi che ci hanno raccontato e quindi, come per Avengers: Endgame, Lost, Breaking Bad, Il Ritorno del Re, Chinese Democracy, How I met your mother e tutti i finali contestati che possono venirvi in mente, questa versione resta l’unica possibile.

Quello che vorrei esprimere è quanto Il Trono di Spade abbia lasciato un’eredità pesante e importante all’interno del panorama seriale contemporaneo (ma davvero?) e di diritto rientra nel novero di quei prodotti rivoluzionari della nostra epoca. Se infatti Il Signore degli Anelii, l’ultimo grande kolossal della Storia del Cinema, aveva riscritto da solo l’idea stessa del fantasy (e non solo) per gli anni a venire, la serie tv adattata dai libri di George R. R. Martin ha saputo unire sapientemente gli elementi delle migliori opere del momento per declinarli secondo quel genere fantasy che tanto faticava in tv. Per ceti versi potremmo dire che Got è stato il LOTR della tv. La sagacia di Peter Jackson fu proprio quella di guardare al genere fantasy con un occhio moderno, ma soprattutto parecchio in linea con il mezzo prescelto. Il risultato è stato puro Cinema. Allo stesso modo i celeberrimi David Benioff e Dan Weiss, showrunner della serie soprannominati non a caso D&D, hanno saputo mescolare gli stili e le caratteristiche della grande serialità televisiva con i tropi del genere. Game of Thrones è infatti stata spesso tacciata di essere una grande soap-opera con le spade e i draghi e tutto sommato io questa critica non l’ho mai capita. Già di base significa porsi in una posizione un po’ saccente, guardando dal basso tale genere, ma di fatto con l’intrattenimento seriale e in particolare con quello televisivo, si sta parlando di vera e propria arte popolare, quindi la soap non è per nulla qualcosa di “basso”. Il modo in cui sono state fatte le cose è sempre stato carico di stile, atmosfera e ottima scrittura.

A livello mediatico, mi viene in mente solo l’MCU, l’universo cinematografico Marvel, che abbia avuto una risonanza così forte in tutto il mondo. Parlando di numeri, per intenderci, il solo finale della serie, nonostante la polemica era ormai scattata già dalla terza puntata, ha fatto registrare il record assoluto di pubblico per la HBO, con ben 19,3 milioni di spettatori incollati allo schermo. Se a questi sommiamo tutti noi che non abbiamo accesso a tali canali e chi ha reperito la serie in altre maniere, stiamo parlando di un prodotto che ha conquistato l’attenzione di una fetta impressionante dell’Umanità. E questo già di per sé porta un’enorme responsabilità e difficoltà di gestione.

Petizioni, petizioni ovunque!

Petizioni, petizioni ovunque!

Ora, lo so, voi siete qui per sentirmi parlare o bene o male dell’ultima puntata. Devo dire che il compito è alquanto gravoso, ma per toglierci la patata bollente dalle mani dirò subito che il finale mi è piaciuto. Mi è piaciuto perché ho trovato tutto molto umano, dai personaggi alle conseguenze delle loro azioni. La grande forza della serie è sempre stata di sapere riportare all’umano situazioni che trascendevano il piano del credibile. Ho pensato che tutte le risoluzioni per ciascun personaggio siano state ben centrate. A livello di messa in scena, la puntata è stata emozionante, con delle interpretazioni che finalmente hanno raggiunto l’apice della stagione (insieme alla 8x05, perché so che mi odierete nel sentirmelo dire). La tensione, lo svolgimento e le risoluzioni sono state davvero coinvolgenti, e non ho mai perso il contatto con la narrazione per tutto l’episodio.

Detto ciò, in queste settimane di discussioni, petizioni, recriminazioni, scandali, lacrime, polemiche e forconi, ho capito fondamentalmente il mio personale problema con questa stagione e credo sia il vero problema della ricezione generale del pubblico. Mi sento infatti di dire che la critica comune a molti riguarda l’eccessiva repentinità di alcune scelte narrative e della generale impressione di voler correre verso la conclusione di questa storia. E devo dirvelo, avete ragione, abbiamo ragione! Se le ultime due stagioni fossero state scritte nel solito format della serie, con 10 episodi a testa, forse il risultato sarebbe stato molto più garbato e coerente con lo stile dell’intero prodotto. Ciò che è mancata soprattutto in questa stagione è stato lo svilippo orizzontale della narrazione. Come molti di voi sapranno, le serie, ma in realtà le storie in generale, quando sono ben realizzate si sviluppano su un piano orizzontale, che riguarda la trama principale e il suo intreccio, e tante altre trame “secondarie” dette verticali. Presi singolarmente gli episodi di questa stagione hanno tutti uno svolgimento in linea con la qualità generale della serie e molti mi hanno anche emozionato più di tanti altri. L’unica eccezione è stata la 8x04, che a mio avviso ha rappresentato davvero il punto più basso della serie, sia per alcune scelte narrativamente assurde e per una recitazione mai così macchiettistica (lasciamo perdere lo #StarbucksGate). Il vero problema a mio avviso dell’ottava stagione, sta nella gestione della narrativa orizzontale, e il punto massimo di questa mia teoria è rappresentato dalla 8x03, La Lunga Notte tanto attesa e temuta. Ci troviamo in un contesto fortemente metanarrativo, dato che la mia disamina parte da un concetto semplice: lo spettatore sa che mancano 3 puntate. Quella che doveva essere la vera minaccia e la vera storia di tutta la serie, viene risolta in un episodio sulla carta epico, purtroppo con serissimi problemi di codifica video (il famoso “nun se vede un kaiser”), che a parte in alcune trovate visive e in un paio di scene ben costruite, sa troppo di un’enorme occasione mancata. Le stesse morti che avvengono in questo episodio sono effettivamente troppo buttate lì e stra telefonate. Insomma, non in stile GoT! È pur vero che però arrivati a questo punto dobbiamo poter credere che i nostri protagonisti non siano più invincibili e invulnerabili, soprattutto in un conflitto così anticipato e pericoloso, però è sembrato tutto un po’ approssimativo e poco carico di pathos e tensione.

Sono convinto che con le giuste tempistiche avremmo digerito tutte le scelte degli sceneggiatori, a cominciare da quella che io ancora non riesco a digerire e capire. Anzi, sapete una cosa? Il problema non è nel capirla, ma nella credibilità di questa parte della storia, ovvero la storia d’amore tra Jon e Daenerys. Sempre per il discorso della metanarrativa o meglio in questo caso della lore di una proprietà intellettuale come questa, è ovvio che capiamo perché questi due dovrebbero stare assieme. Insomma, Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, e dai…i due personaggi più popolari…però è proprio nelle tempistiche di questa linea di trama che non riesco a credere. Questo problema porta con sé giocoforza anche tutti i suoi sviluppi, per cui gli stravolgimenti dell’ottava stagione della loro storia, si avvertono come incoerenti o poco credibili.

Non è però il caso dell’improvvisa follai manifestata dalla stessa Daenerys. No, in quel caso le ho creduto. Sono stato con lei, ho visto in quegli occhi tutte le peripezie che ha dovuto affrontare, ho visto quel suo sguardo a inizio puntata, senza trucco, smorta, spenta, quasi uno zombie. Ho visto che il personaggio che ho conosciuto a inizio della serie era morto. Le ho creduto.

Cioè, dai…

Cioè, dai…

Poi, signori cari, voglio sottolineare come nel finale mi sia davvero commosso a sentire le parole del buon Tyrion, balzato di diritto in testa alla mia classifica dei personaggi preferiti della serie. Perché in fondo è di questo che si è parlato finora, di quello che lui sottolinea nel suo toccante discorso, di Storie. E allora proviamoci ad approfondirle queste storie e vedrete che capiremo ancora meglio tutte le scelte che sono state fatte. Di come Jon Snow, nato Aegon Targaryen, cresciuto bastardo Stark, divenuto uomo come Guardiano della Notte, catturato in tutti i sensi dai Bruti, protettore della barriera, tradito dai suoi stessi compagni, morto e risorto per volere del Lord della luce, abbia infine salvato il mondo dalla minaccia della donna che ama (bah) e che tutti noi anche amavamo, per poi ritirarsi nella vergogna e nel pentimento a nuova vita oltre il mondo del Regno. La storia di Arya, che cercando per tutta la sua vita un modo per vendicarsi, ha scoperto che esistono tante altre cose per cui vale la pena vivere (sì, anche quello), e adesso naviga verso terre inesplorate. L’avventura di Sansa, che lamentandosi per un’intera serie, subendo l’impossibile e incassando tutti quei colpi è finalmente diventata la vera protettrice del Nord, come forse nemmeno Ned Stark poteva sperare. L’incredibile viaggio di Bran lo Spezzato, il protettore di tutte le storie. Colui che per primo aveva messo in moto l’intera storia di questa serie, proprio perché instancabile scalatore, doveva andare a ficcanasare dove forse era meglio rimanere cechi, proprio come noi spettatori che abbiamo da subito imparato le regole di questo show.

L’amore incestuoso e terribile tra Cersei e Jamie e i loro percorsi così diversi, ma tragicamente convergenti. Le terribili scelte che hanno compiuto e l’impossibile cammino di redenzione che hanno intrapreso a singhiozzo. La loro è la storia più miserabile e che in tal modo doveva finire (e lo dice uno che sperava tanto in un grande gesto eroico di Jamie). La trasformazione di Tyrion, da caustico e tragico commentatore del terribile mondo che non l’ha mai accettato, a saggio consigliere, uomo pieno sì di difetti, ma dotato della giusta forza per accettarli. Il suo pianto di fronte ai cadaveri de due fratelli ci racconta proprio questo. Nonostante tutto non poteva fare a meno di amarli, forse la colpa più grande che sentiva in petto.

Dolcini…

Dolcini…

E poi ci sono le storie di Bron, tagliagole ingaggiato come guardia del corpo, che ha finito col diventare il migliore nel suo campo. Brienne, confinata nella sua condizione femminile a non poter essere il guerriero che vorrebbe, e che invece diventa cavaliere, scopre l’amore e lo piange, ma resta fedele al più importante dei tanti giuramenti che ha fatto, quello con sé stessa.

La storia soprattutto di Daenerys, nata dalla tempesta, regina di etc etc. La ragazzina destinata a reclamare il suo trono tra le fiamme e la distruzione, la madre dei draghi che tanta strada ha dovuto fare e tanti nemici ha annientato lungo la via. La portatrice della rivoluzione tra le fiamme, la distruttrice di catene. L’ideologa per eccellenza che incarna la grande denuncia dell’intera storia, di come un’idea per quanto giusta possa sembrare, deve avere dei limiti, altrimenti porta a ciò che abbiamo visto. Tradita e pugnalata da tutti, ogni volta che ha tentato di fare quel passo in più, troppo oltre il limite dell’accettabile. Solo i folli e dei soldati senza anima potevano seguirla fino in fondo e così è stato. La sua è ovviamente la più tragica delle storie raccontate dalla serie.

Le vicende che hanno circondato quel Trono, che proprio nel finale viene distrutto dalla Magia, incarnata da Drogon, inutilmente tornata in quel mondo che non la riesce ad riaccettare, troppo preso com’è dalle vicende terrene tra uomini. Perché è anche questa la storia di Game of Thrones, la storia di un’umanità che non “crede” più a nessuna magia, né al ghiaccio della Morte e del Re della Notte, né al fuoco dei Draghi. E Daenerys, in fondo, non è che la rappresentazione dello stesso mondo che vorrebbe “liberare” tra le fiamme e la distruzione.

Ah e poi c’è Sir Davos, che ha tenuto fede alla propria fame di Re dei contrabbandieri. È riuscito infatti, nello stupore generale, a sopravvivere a tante di quelle battaglie, sgusciando tra uno scontro e l’altro. Insomma, contrabbandiere di sé stesso fino in fondo.

Ecco, lo sapevo, alla fine più che un’analisi è stata l’ennesima fanboyata, ma che ci volete fare. Sono un entusiasta e amo le Storie. Quindi scusatemi se ho pianto quando Tyrion ha pronunciato quelle parole, ma mi hanno fatto perdonare tutte le scelte discutibili di cui sopra.

Quindi arrivederci Game of Thrones. Non sai quanto godrò nel rivederti, puntata per puntata.

Gli Stark, veri protettori delle storie.

Gli Stark, veri protettori delle storie.

Il Gioco dei Troni & il finale impossibile

Vedete, io non credo che sarebbe potuta andare diversamente.

Di cosa sto parlando? Ma di Game of Thrones, ovviamente! La quinta puntata di questa ottava e ultima stagione (per i più nerd la 8x05) ha segnato un vero e proprio spartiacque tra i più accaniti sostenitori della serie e chi ormai non ne può più delle scelte dei due showrunner David Benioff e Dan Weiss. Per intenderci, sono addirittura partite delle petizioni per far riscrivere l’intera stagione o addirittura per imporre la “walk of shame” ai due sceneggiatori, rei a detta di questi sedicenti fan di aver rovinato lo show. Ma quando finirà questa ondata di ignoranza? Forse quando la smetteremo di pensare alle aspettative e torneremo a goderci ciò che abbiamo davanti.

È vero, anzi verissimo, la serie dalla settima stagione in particolare ha perso molto dello smalto iniziale. Dalla penultima stagione infatti ho iniziato a nutrire dei dubbi e delle ansie rispetto a dove stessero andando a parare i nostri impavidi showrunner. Non parlo della qualità complessiva dell’opera, ma di alcune scelte da un punto di vista puramente narrativo e della logica nelle decisioni di alcuni personaggi. Insieme a una sempre più crescente popolarità infatti, la serie si è dovuta difendere da critiche sempre più feroci, a cominciare, tanto per dirne una, dall’eccessiva velocità con cui adesso a Westeros si compiono certi viaggi una volta infiniti, o i famosissimi corvi raccomandata espressa, in grado di compiere la rotta di kessel in meno di 12 parsec (no one can). Devo però ammettere che non ho mai smesso di attendere ogni singolo episodio con trepidazione, di rivederne alcuni e in generale di restare ammaliato davanti a quella che dopo Breaking Bad è da considerarsi la serie evento di questa generazione.

Giorni di un futuro passato prossimo presente.

Giorni di un futuro passato prossimo presente.

Diciamoci la verità, sempre di una serie tv si tratta, e infatti come ogni serie a prescindere dalla qualità della stessa, arriva un momento in cui si manifesta maggiormente la sua natura. Il punto di riferimento è quello delle sit-com, per cui a un certo punto sopraggiunge un momento di stanca e si inizia a ragionare quasi da fan e meno da fruitori di un prodotto in sé. In alcuni casi si teme anche il celeberrimo “jump of the shark”, cioè quel momento all’interno della storia di una serie in cui si va davvero troppo oltre rispetto all’essenza del prodotto (questa espressione du resa celebre da un episodio famosissimo di Happy Days in cui, indovinate un po’, il nostro Fonzie letteralmente saltava con degli sci nautici uno squalo).

Ma tornando a noi, parliamo di uno degli eventi maggiormente discussi e sarò spoileroso: la morte di Cersei e Jamie Lannister.

<<Buon giorno, ssssignora!>>

<<Buon giorno, ssssignora!>>

Questi due personaggi, come ricordato dallo sterminatore di re nella 8x04, al momento dell’addio a Lady…ehm…al cav. Brienne, sono due esseri umani deprecabili e senza possibilità di redenzione. Una considerazione tragica per quelli che sono stati tra i protagonisti indiscussi di tutta la vicenda a Westeros. E sì, ovviamente tutti noi speravamo che il “buon” Jamie riuscisse a ripulire il proprio nome, magari in una grande scena madre epica ed eroica, ma davvero ci siamo dimenticati che serie stiamo guardando o cosa lui abbia fatto in precedenza? Game of Thrones è sempre stata spietata e terribile nei confronti dei buoni così come dei cattivi della sua storia. Il ricordo di Rob Stark è ancora vivido nel mio cuore, per non parlare di suo figlio che non ha mai visto la luce del sole. Oberyn Martell sta ancora cercando di capire cos’è successo, mentre Sansa ricorda benissimo tutto ciò che ha dovuto vedere e subire. TUTTO. E dico, voi, che guardate la stessa serie che vedo io, vi meravigliate che Jamie muoia così, ma soprattutto che Cersei faccia quella fine dopo una puntata passata a guardare dal balcone quel che si dice in città?

Il personaggio di Cersei ha dominato in lungo e in largo e in particolare dalla quinta stagione in poi ha assunto un ruolo centralissimo all’interno di tutta la vicenda della serie. Di momenti epici, tremendi, brutali, focosi, tristi e drammatici ne ha vissuti e ce ne ha fatti vivere molteplici. Cosa poteva aggiungere questo personaggio dopo la 6x10? E dopo la bellissima scena della 7x03 con il terribile destino di Elaria Sand e sua figlia? Volevate una fine più telefonata e canonica? Ma davvero? Non meritavano di morire in maniera miserabile e triste come le loro ripetute scelte e azioni? Siamo seri…

Che non ve basta?

Che non ve basta?

Venendo a un’altra questione spinosissima, il turn di Daenerys ha non tanto dell’incredibile, ma è stato tacciato di eccessiva repentinità. E sapete una cosa? Avete ragione.

Avete ragione perché il suo personaggio non ha subito le peggiori torture psicologiche e fisiche tipiche del mondo raccontato da Georgino Martino. No. Non le è stato perennemente ricordato il destino che avrebbe dovuto primo o poi acciuffare. Non ha subito tradimenti, offese, opposizioni politiche e non. Ma soprattutto non ha dovuto dire addio forse all’unico uomo che poteva starle accanto (sì, sono un Daario Naharis aficionados). Quello che voglio dire è che uno dei problemi principali in una serie e in particolare una così nutrita di personaggi e retroscena come questa, non si può arrivare all’ultimo momento alla festa e dire che fa schifo. La cosa tremenda dello spettatore medio è che dimentica anche le cose accadute poco tempo prima. Daenerys ha dovuto dire addio a due dei suoi alleati più fedeli e intimi come Ser Jorah Mormont (re della friendzone, come dice il baldo @TheWalkingRec) e la bellissima Missandei. Come se non bastasse il tradimento che fa partire tutto nella stupenda 8x05 è proprio quello del suo amore, John Snow. E qui voglio spezzare una lancia in favore dei detrattori.

Un   John   Snow   poco prima di aggiungere al suo repertorio di dialogo un bel &lt;&lt; Oh, Fuck!&gt;&gt; , dopo averci regalato ore ed ore di soli &lt;&lt; You’re my Queen.&gt;&gt;

Un John Snow poco prima di aggiungere al suo repertorio di dialogo un bel <<Oh, Fuck!>>, dopo averci regalato ore ed ore di soli <<You’re my Queen.>>

Sì, la storia d’amore tra i due rappresenta una delle svolte narrative più fuori luogo a mio avviso dell’intera serie. Pretestuosa, incestuosa (e vabbè), fan-service e da soap-opera. Ma il punto secondo me è che abbiamo iniziato a uscire fuori dalla suddetta festa. Non stiamo più vivendo le vicende della serie dall’interno, sospendendo la nostra incredulità. No, purtroppo è successo quello che succede quando un prodotto audiovisivo si fa troppo popolare. Un altro esempio nostrano? Gomorra - la serie. Da quando è diventato di moda parodizzare questo enorme evento nel panorama italiano che è stata ed è questa serie tv, la stessa è cambiata, adattandosi a un diverso contesto di pubblico. Purtroppo in questo caso il fattaccio è avvenuto già dopo la prima stagione, sancendo a mio modestissimo gusto, un notevole calo nella qualità e nel messaggio generale del prodotto. Ma torniamo a noi.

Ed eccola qui, quando non faceva figo darle della pazza.

Ed eccola qui, quando non faceva figo darle della pazza.

Con la 8x05, Got riprende tutte le grandi scelte artistiche, narrative e di messaggio che ne hanno resa la serie per eccellenza della nostra epoca. I dialoghi in particolare e le scene di solo dialogo sono talmente esplicative del senso alla base di tutta la storia da rinvigorire un comparto visivo mai come in questo caso superbo. Ripeto, mai! La 8x03 c’ha provato, ma a mio avviso ha fallito sopratutto per l’aspetto meta di quella specifica puntata. Trattandosi infatti della metà di questa ultima stagione, il pathos e la preoccupazione che lo spettatore può provare per i suoi beniamini non può mai raggiungere il livello di quest’ultima puntata. Per giunta la 8x05 è talmente GoT, che come da tradizione, essendo la penultima di stagione (e in questo caso dell’intera serie), è il momento più drammatico e pieno di colpi di scena della stagione.

Dai   Tyrion ,  portaci la Democrazia! So che puoi farcela! (ecco la mia previsione)

Dai Tyrion, portaci la Democrazia! So che puoi farcela! (ecco la mia previsione)

Il punto a cui voglio arrivare, esplicitato soprattutto nel titolo di questo pezzo, è che davvero non riesco ad immaginare un finale per questa storia. Più che speculare (e questo lo lascio a voi nei commenti sia su Facebook che qui sul sito) vorrei solo sottolineare questa sensazione con un’affermazione: ma quando mai vie è capitato di attendere un finale di una storia e non avere la minima di idea di come possa andare a finire?

È successo quest’anno con Avengers: Endgame, verissimo. Succederà per molti con Star Wars: The Rise of Skywalker (io non vedo l’ora). Vi invito a godervi il finale di GoT in quanto tale e ricordandovi che comunque vada, gli Autori hanno sempre ragione e voi torto. Qualsiasi sia la storia.

A maggior ragione quando, come in questo caso, l’esito appare così incerto da sembrare impossibile da decifrare. Così come sarà impossibile soddisfarvi, temo.

Cosa racconta il successo di Bodyguard (UK)

Di recente ho avuto modo di recuperare questa bellissima serie su Netflix e devo dire ne sono rimasto molto colpito.

Bello like the Sun.

Bello like the Sun.

Bodyguard è uno spy-thriller politico di grande effetto, magistralmente girato e interpretato. Il protagonista indiscusso della serie è il sergente David Budd, che ha il bellissimo volto di Richard Madden, il compianto Robb Stark de il Trono di Spade (e che nessuno mi parli di spoiler, se non avete visto le Nozze Rosse siete voi i criminali!). Qui Madden interpreta uno spigoloso reduce di guerra britannico, dall’evidente sinrdome post traumatica da stress e alle prese con la sua vita familiare in bilico. Ce ne accorgiamo da subito, il suo è un personaggio dalle tante sfumature e assolutamente poco “piacevole” a primo acchito, con quell’accento così marcato e gli evidenti problemi con alcool e che tanto facilmente si lascia sopraffare dalla rabbia. Eppure non possiamo fare a meno di interessarci a lui e allo strano destino della sua storia. David si troverà a sventare da solo un attacco terroristico, con il solo super potere di un’enorme umanità. Da lì in poi si muoveranno le intricate trame della serie, il cui incipit principale risiede nel fatto che il nostro ex-militare viene assegnato come guardia del corpo personale dell'ambizioso Ministro dell'Interno Julia Montague, la cui politica rappresenta tutto ciò che disprezza.

La serie giunta in Italia su Netflix è un prodotto dal ritmo marcatamente british e quindi non troppo incalzante. Eppure tiene incollati allo schermo, con la sua trama complessa e dalle diverse sfumature. I temi trattati sono tosti e senza mezzi termini. La sensazione generale è che non ci sia nessun personaggio particolarmente piacevole o positivo. In questo senso Bodyguard racconta benissimo il clima di Londra e del Regno Unito. Fa impressione pensare che una serie così tosta sia un prodotto della BBC, per intenderci la Rai inglese. Un thriller che non fa sconti da una parte e dall’altra. Un paese quello descritto che come il suo protagonista è scostante, diffidente, dedito al dovere e dalle profonde ferite. La contemporaneità schiava del terrorismo e il clima mondiale divisivo sono i veri protagonisti di questa storia, il tutto in un clima politico altrettanto divisivo e ricco di terribili intrighi.

Anche lei niente male.

Anche lei niente male.

Insomma, proprio come David Budd, l’Inghilterra è un personaggio difficile in questo momento. Un soldato dal passato glorioso e in grado ancora di compiere grandi gesti eroici, ma terribilmente ferito così in profondità, che quando questi dolori riemergono lo fanno con una violenza scostante. Ne emerge un lato umano straripante in tutte le sue sfumature e accezioni, incontrollabile e doloroso che rende la narrazione intricata e la caratterizzazione dei personaggi interessante e seducente. La cosa che mi ha colpito di più è come la serie si snodi in una sequenza di eventi inaspettati e a volte duri da digerire, con un coraggio e una consapevolezza lodevoli.

Una storia in cui si intrecciano vicende private, politica, sicurezza nazionale, terrorismo, l’identità di un paese, gli errori del passato e tante altre sfaccettature di un racconto dai toni action, thriller, spy, che non ha paura di rovesciare la prospettiva e passare dal grande al piccolo. Innumerevoli sono le riflessioni personali di David e Julia, protagonisti e rappresentanti di due schieramenti e molteplici posizioni.

Quindi, cosa racconta il successo di questa serie (e, si spera, dei suoi seguiti)?

Racconta che il clima di chiusura politica e sociale globale si riflette inevitabilmente e in maniera evidente sul nostro immaginario, ma che per fortuna la società globalizzata e iper-connessa dei nostri tempi può ragionare su questi temi attraverso il magnifico dono della narrazione e della fiction (non quella Rai…vabbè dai, anche quella). Il messaggio che scaturisce da Bodyguard, o almeno quello che il sottoscritto ha voluto leggere in essa, è che nel comprimersi la società inglese (specchio in questo caso di tutte le altre società civili) non deve chiudersi, ma piuttosto ragionare su sé stessa. È tempo di andare in terapia, gente! In questo caso, che un paese intero analizzi il proprio passato per capire il proprio futuro e codificare il presente. Se poi lo si fa producendo prodotti così finemente costruiti e veicolati, allora c’è sicuramente più gusto.

Hanno provato anche a imbruttirlo, ma…

Hanno provato anche a imbruttirlo, ma…

Il punto è che questo tipo di narrazione sarebbe congeniale a qualsiasi paese culturalmente ed economicamente avanzato e permetterebbe di produrre contenuti fruibili e interessanti oltre che di riflettere sulla situazione attuale in cui versa il nostro mondo. E no, non mi si venga a dire che certe storie, certi soggetti, un certo modo di raccontare, sia un’esclusiva dei paesi anglosassoni. È una scusa dietro la quale ci siamo nascosti troppo a lungo. Abbiamo i mezzi, abbiamo le professionalità e adesso dopo tanti anni ad osservare gli altri abbiamo anche le indicazioni da seguire. Più che una lamentela il mio vuole essere un augurio, affinché si capiscano le reali potenzialità di quella che comunemente chiamiamo “solo tv”.

Lo Spettatore onnipotente

È in corso una vera e propria rivoluzione nel mondo della produzione audiovisiva. Netflix e tutte le altre piattaforme di contenuti streaming stanno guadagnando sempre più spazio nelle gerarchie della produzione cinematografica mondiale. Come se non bastasse la semplice osservazione delle abitudini dello spettatore medio, adesso anche i festival reagiscono alla cosa chi in un modo o nell’altro come i recenti esempi di Cannes e Venezia. La discussione si è accesa nel momento in cui Netflix e compagnia sono piombati sul mercato cinematografico forti di grandi budget, imponendosi anno dopo anno con i propri prodotti originali. Lungi da me però voler intavolare un discorso del tipo “i servizi streaming sono cattivi” oppure “progresso sì, ma vuoi mettere con la pellicola?”. Quello di cui voglio parlarvi oggi è l’evidente adeguamento della figura dello spettatore nel panorama multimediale dei nostri tempi.

Ve lo ricordate come funzionava una volta? Come seguivamo le serie tv? Eravamo vincolati agli orari dei palinsesti, quando non si potevano registrare (rimpiango ancora tutte le vhs di Batman che non trovo più). Sottolineo l’ovvio, ma indubbiamente in questo la rivoluzione dei servizi streaming e dell’on-demand è andata talmente oltre da diventare sistema. Questa è stata sicuramente la prima tappa di quel meccanismo che ha portato lo spettatore/fruitore al centro dell’obiettivo, forse per la prima volta nella storia della produzione audiovisiva popolare. Mai come in quest’epoca infatti lo spettatore è IL fulcro del meccanismo, complice anche e soprattutto lo spazio dato dalla rete. Oggigiorno il fruitore è in grado non solo di ricevere informazioni un tempo a solo appannaggio dei giornalisti più in gamba, ma la sua reazione a qualsivoglia dettaglio sulla produzione può ormai influenzare la stessa in modi imprevedibili. Credo sia avvenuta una vera e propria evoluzione del modello di marketing in tal senso, che ha spostato lo spettatore dal ruolo di terminale del prodotto a vera e propria testa del serpente.

Sia santificato il tuo nome!

Sia santificato il tuo nome!

A livello subliminale la possibilità di creare il proprio palinsesto personale o di modificare a proprio piacimento i momenti della fruizione, unita al maggior numero di informazioni a cui ha accesso, ha permesso allo spettatore di metabolizzare questo shift e sentirsi quindi in diritto e soprattutto in dovere di poter influenzare i processi produttivi. Per farla breve, ti prendi il dito con tutta la mano. Il problema è che non sembrano esserci più dei limiti rispetto alla credibilità e a una netta distinzione dei ruoli. Il fine ultimo di un prodotto è chiaramente il suo fruitore, ma grazie ai nuovi canali grazie ai quali lo spettatore si fa sentire, si permette di essere eccessivamente influente. Il problema è che tutto questo va a discapito di una sola figura a mio parere: dell’Autore.

L’artista non è niente senza il proprio pubblico, questo è evidente, ma in una logica produttiva ormai la figura degli autori ha perso sempre più nel tempo la propria posizione di forza. Credo che questo assunto per altro valga tanto per le produzioni popolari che per il cosiddetto cinema d’autore. In fondo pensateci, anche quello è diventato in parte sistema, con tutti i crismi del caso, e per certi versi inserito in un mercato di riferimento non così tanto di nicchia come un tempo. Ora, grazie alla molteplicità dei canali con cui raggiungere questo pubblico, è chiaro come quel famoso shift di cui parliamo appaia evidente. In una così vasta gamma di offerta l’unico modo per saltare all’occhio è dando al pubblico qualcosa che vuole. Magari è una critica eccessivamente lamentosa la mia, ma mi sembra che la tanto agognata globalizzazione abbia trasformato anche il mondo dell’audiovisivo in un grosso supermercato.

Ed è proprio qui che secondo me avviene il grande cortocircuito che inevitabilmente ha portato alla famosa crisi del cinema inteso come luogo, la sala cinematografica. La chiave sta tutta nella mancata responsabilizzazione dello spettatore. Tutto gli è dovuto: si crea il proprio palinsesto; può vedere i contenuti che più gli aggradano ovunque voglia; può decidere di snobbare dei titoli semplicemente leggendo le mille recensioni che ci sono online; qual ora decidesse comunque di recarsi al cinema gli vengono offerti tutti i confort del caso nelle famose multisale, che devo ammettere hanno sempre più a che vedere con ciò che esula l’andare al Cinema. Insomma per farla bene credo che lo spettatore sia fin troppo coccolato e sapete cosa da in cambio? Minacce. Lamentele. Boicottaggi.

Ehssi, perché l’effetto peggiore che sta avendo questa combo letale di Internet+eccessiva attenzione, sta proprio nella considerazione che ha lo spettatore del proprio potere. La propria opinione (e qui si potrebbe copiaincollare per qualsiasi altra categoria di discussione) viene sbattuta in faccia a chicchessia, senza troppi complimenti. Lo spettatore si sente in diritto e talvolta anche in dovere di denunciare una cattiva scelta di casting, un adattamento dissacrante del proprio libro preferito, un’ambientazione sbagliata, insomma di commentare le informazioni su una produzione cinematografica, anche molto tempo prima che questa sia veramente iniziata. Ora, siamo d’accordo, probabilmente è sempre stato così solo che con la rete adesso è possibile allargare la propria finestra in modo da essere ascoltati maggiormente, ma il problema è che fin troppo spesso le produzioni appaiono quasi schiave di queste iniziative da parte del pubblico.

Com’è possibile che se una scelta di cast non va a genio alla “rete”, una produzione sia costretta a cambiare idea, sotto minacce e accuse a volte pesantissime agli stessi produttori e soprattutto agli attori, rei semplicemente di fare il proprio lavoro?

Va detto che in alcuni casi questo maggior potere dato agli spettatori è servito anche a salvare delle produzioni, permettendo a delle serie tv di essere salvate o in alcuni casi anche di spingere per la creazione di spin-off e così via. Ciò che però risulta insopportabile è come lo spettatore medio si sia andato sempre più a identificare con una massa informe, che preferisce il sicuro e il conosciuto e che non osa. In questa situazione mi risulta difficile credere che le stesse case di produzione possano osare a loro volta. Come potrebbe intercettare un pubblico che pensa di sapere cosa vuole, quando invece si lascia guidare magari dall’influencer di turno? E la critica? La critica è a sua volta in crisi poiché vive di assoluti, ma d’altra parte deve adeguarsi ai tempi.

Sì, lo so, ho fatto una filippica che sembra non avere né capo né coda e che sa tanto di vecchio lamentoso, però un punto voglio sottolinearlo. Io vorrei che tornassimo tutti quanti in sala. Vorrei che andassimo a vedere tutti insieme quei film brutti/belli che dopo almeno ti danno da parlare per qualche ora e che ricordi con un sorriso il giorno dopo. Vorrei che la smettessimo come spettatori di bollare tutto con voti, giudizi grossolani, di accogliere con indignazione notizie relative alla produzione X manco avessero sparato a dei bambini, di avere delle aspettative così fuori scala. Vorrei che tornassimo a guardare il cinema con meraviglia, godendo di quell’esperienza che non ha eguali. Vorrei che smettessimo di pensarci come dei singoli spettatori e tornassimo a vivere anche e soprattutto nel Cinema un senso di collettività di cui abbiamo un disperato bisogno di questi tempi.

Guardate com’è bella…

Guardate com’è bella…

Il Cinema e l’Arte vanno condivisi. Per farlo bisogna venire incontro a chi queste opere le crea. Creiamo un dialogo, non uno scontro. Basta con la dialettica prodotto-consumatore, torniamo all’opera-spettatore.

Perché se tu sei disposto a scendere dal pulpito, forse potremmo incontrarci nella navata e trovare una soluzione insieme e godere dell’arte che tanto ci riscalda il cuore. E magari la prossima volta che vuoi vedere un film su Netflix, invitami.

The Walking Dead, dal fumetto a...beh...

Non mi è ancora capitato di parlarvi in maniera più aperta di fumetti sul sito. Direi che è arrivato il momento.

(anche se a essere sinceri, non si tratterà solo di comic-books…)

Sono un fan di The Walking Dead da tanti anni ormai. La serie a fumetti creata da quel genio di Robert Kirkman nel 2003 sotto la sua etichetta Skybound ed edita in Italia da SaldaPress dal 2005, è a tutti gli effetti uno dei fenomeni mondiali del nuovo millennio. Contrariamente a quanto potreste pensare dato quest’incipit, ho conosciuto il mondo dei vaganti iniziando a seguire la celeberrima serie tv tratta dal fumetto, ormai nel lontano 2010. The Walking Dead ha riscritto il paradigma dell’immaginario contemporaneo sul genere post-apocalittico e quindi della stessa sottocategoria del genere zombie/horror. È forse infatti dovuta in gran parte a queste storie scritte da Kirkman la sempre maggior fascinazione verso i racconti di un mondo andato a rotoli, del futuro distopico e dell’Umanità allo sbaraglio. Sicuramente ci troviamo anche in un periodo storico che ha favorito questo tipo di immaginario, ma di sicuro la saga dei morti viventi ha segnato lo spartiacque col passato.

È nato prima l’uovo o la gallina zombie?

Quando il me 19enne si affacciò all’epopea dello sceriffo Rick Grimes, non poté fare a meno di restarne terribilmente affascinato. Quella serie tv rappresentava qualcosa di nuovo nel panorama già a partire dai misteriosi promo che circolavano da qualche mese. Le prime sei puntate che raccontavano l’intera prima stagione erano molto simili e fedeli all’immaginario scaturito da quel genere di storie, morti viventi, jump-scares e compagnia bella. Eppure c’era qualcosa di diverso, qualcosa che veniva coniugato in una chiave nuova e assai intrigante. Le persone descritte da quella storia erano persone vere, non dei semplici sacrifici umani in attesa di essere squartati dal vagante di turno. Eh già, perché in the Walking Dead la parola zombie è da subito un taboo, quasi a sottolineare l’estraneità di questo prodotto impossibile da assimilare a tutto l’immaginario da cui proviene eppure così vicino ad esso (con buona pace di Romero).

Contenutisticamente si avvertiva un tentativo di rivoluzione circa i parametri del genere, o per lo meno per ciò che concerne la serialità televisiva e anche stilisticamente si potevano notare delle trovate ardite. Col passare degli anni e delle stagioni la qualità è andata aumentando fino a toccare i picchi a mio avviso della quarta stagione (e sporadicamente della quinta e qualcosina della sesta). Quando però ho avuto modo di mettere gli occhi sul fumetto originale la mia percezione è slittata di colpo. Per quanto si distanziassero per alcune scelte di intreccio e soprattutto per uno stile di grafico per nulla complementare, le due serie fino alla quinta stagione appunto viaggiavano su binari paralleli, ma qualitativamente elevati. Se però il fumetto ad oggi resta uno degli appuntamenti mensili che attendo con ansia e voglia, per la serie non posso dire altrettanto e anzi da un paio d’anni ho deciso di abbandonarla.

Zombie double features

Col crescere della mia conoscenza fumettistica e la contemporanea affezione del prodotto originale, mi sono reso conto che i momenti più qualitativamente rilevanti della serie tv erano trasposizioni fedelissime o variazioni sul tema di classe dal fumetto. Questo in generale non significa niente di negativo o positivo, ma da semplice constatazione si è trasformata in vera e propria criticità nel momento in cui i due prodotti hanno virato e preso ognuno la propria strada. Non fraintendetemi, la serie tv di The Walking Dead ha avuto dei momenti narrativamente pazzeschi e originali, capaci di tenerci incollati allo schermo pieni di domande e di dubbi sulle sorti dei nostri beniamini, sfruttando un linguaggio assolutamente televisivo. Ma da quando i tempi hanno iniziato a dilatarsi, il prodotto ha subito dei momenti tremendamente tediosi e insopportabili, al punto che si è dovuto correre ai ripari utilizzando la carta dell’adattamento dell’originale quando ormai era troppo tardi. Anche questo stratagemma ha perso di efficacia.

Il problema alla base sta proprio nella natura dei due prodotti. Mentre il fumetto è nato in un modo e ha sempre dato prova di rimanere fedele a sé stesso, l’adattamento televisivo si è fatto di anno in anno sempre più conforme alle logiche di trasmissione. Un esempio su tutti in grado di sottolineare le differenze narrative sta nella gestione delle dipartite di alcuni personaggi chiave.

Robert Kirkman (vero e proprio factotum di entrambi i prodotti) nel fumetto si può permettere il lusso di farci sentire come in una stagione di Game of Thrones (iperbole voluta). I nostri personaggi preferiti (e anche quelli che proprio non ce ne può fregare di meno) sono sempre in pericolo, ogni, fottuto, numero… non c’è storyline che tenga infatti e per i nostri c’è sempre nell’aria il pericolo di rimetterci la vita, o un braccio, un occhio o un amato. Una logica questa applicabile fino a un certo punto per uno show che invece ha degli obblighi contrattuali, un esercito infinito di fans che raccolgono rumors e informazioni online sui propri attori preferiti and so on. Tutte cose che impediscono un libero svolgimento delle dinamiche narrative di un tipo di storia del genere.

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SPOILEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEERRRRRRRRRRRRRRR, ho detto SPOILER

Esempi famosi di questa differenza sono per dire il braccio che il Governatore taglia improvvisamente a Rick (sì, il protagonista di tutta la baracca), come punizione. Una scena del genere non avremmo potuto mai vederla in tv, per non parlare di tutte le difficoltà delle conseguenze. L’altro grande esempio è poi l’arrivo di Negan (dio, Negan…) così atteso nel fumetto quanto nella serie, quanto anticlimatico nella seconda. L’attenzione nella storia a fumetti era tutta da dare al personaggio, al nuovo cattivo in arrivo, quasi che non ci importasse del povero Glenn (sì, muore in entrambe le versioni). Nell’attesa snervante tra l’arrivo di Negan e il conoscere le sue vittime, purtroppo a farla da padrone è stata la seconda ansia, facendo perdere di forza una buona interpretazione di quel figo di Jeffrey Dean Morgan (a mio modesto avviso non aiutato da dialoghisti e messa in scena in generale). La morte di Abraham è poi stata gestita in modo da darle maggiore importanza. Nel fumetto si becca una freccia in testa, così dal nulla e tu puoi solo accettare che sia successo. Nella serie tv ovviamente data l’affezione del pubblico verso il personaggio si è deciso di farne una delle due vittime di Negan. Siamo ormai così schiavi delle aspettative, dei rumors e degli spoiler che le storie prendono determinate pieghe obbligate dagli spettatori (non fatemi nemmeno iniziare a parlare di Star Wars o Game of Thrones, eh!).

Sono una brutta persona ad aver riso a questa scena?

Sono una brutta persona ad aver riso a questa scena?

Ma ci sarebbero tanti altri momenti che obiettivamente non avrebbero avuto la stessa funzione passando da un medium all’altro. Basti pensare alla triste sorte di Lori e Judith (moglie e nascitura di Rick), stroncate durante la fuga dalla prigione. Una scena del genere non avrebbero mai potuto mostrarcela in tv, nonostante la serie ci avesse abituati a momenti truculenti e gore di un certo livello. E ancora l’arrivo dei cannibali, con il deludente inizio della quinta stagione; l’arrivo dei Salvatori; la scoperta delle altre comunità oltre Alexandria; Carl che perde un occhio.

Ma non voglio dilungarmi ulteriormente a interpretare la parte del fanboy deluso (un po’ sì, dai). La serie tv ci ha regalato anche dei momenti totalmente originali e fortissimi, salvo poi inabissarsi nella tediosa routine di troppi episodi e poco da dire. Il problema come dicevo ‘sta alla base delle due operazioni. Quando Rick, nel momento principe della serie, fa il suo discorso “non l’avete capito? Siamo NOI i morti viventi”, riassume in un’unica frase tutta l’opera. E il fumetto, pur prendendosi delle libertà tipiche del mezzo, rimane fedelissimo a quell’idea. La serie purtroppo deve sottostare a logiche diverse e ahinoi da troppo tempo si è impantanata in un limbo noioso e ripetitivo, facendo leva sulla popolarità di certi personaggi (o per meglio dire attori). Insomma, come al solito sono i nerd (o presunti tali) a rovinare tutto.

Uno dei classici esempi tratti dal fumetto di  "Oddio, ma lo sta facendo davvero?"

Uno dei classici esempi tratti dal fumetto di "Oddio, ma lo sta facendo davvero?"

Ho guardato con non poco interessa a Fear the Walking Dead, un tentativo interessante di rinvigorire la formula e l'universo narrativo. La proposta è stata praticamente di riavvicinare l'obiettivo a un nucleo ristretto di protagonisti e raccontare una storia più concentrata. L'esperimento è indubbiamente una gran paraculata, ma finora mi ha sempre lasciato soddisfatto. Ormai però si avvia al quarto anno di messa in onda e a meno che non arrivi il tanto paventato incontro tra le due storyline, non so come faranno a mantenere la mia o la altrui attenzione.

La serie tv a mio avviso doveva avere i cojones di trovare una conclusione degna almeno un anno fa, mentre invece da tutta l’impressione di voler tirare avanti ignorando tutti i jump of the shark che si è concessa. Sarei uno stupido a non rendermi conto dell’ovvio, che se un prodotto fa ancora numeri così impressionanti non potrà mai finire nell’immediato, ma che ci posso fare, a me importa delle storie. Mi tengo il mio fumettino, l’attesa del nuovo episodio e quell’infinità di personaggi di cui non ricordo il nome.

Ma chissene frega, d’altronde sono tutti morti viventi.

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