cinema italiano

Recensione - Il Testimone invisibile di Stefano Mordini

Questa volta proverò un format diverso.

Ecco 5 buoni motivi per andare DI CORSA a vedere Il Testimone invisibile:

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1.

IL CAST

il film di Stefano Mordinivanta una squadra di attori straordinari e perfettamente in parte. Il ruolo del “giovane” imprenditore sotto accusa è abilmente interpretato da Riccardo Scamarcio, la cui unica pecca è forse quella di non riuscire a restituirne tutte le sfumature necessarie. In questo senso la sua co-protagonista, la sempre più brava Miriam Leone, interpreta con disinvoltura entrambi i livelli di lettura del personaggio, sia da vittima che da carnefice. Superlativi sono poi Fabrizio Bentivoglio, il cui ruolo non posso rivelare per dovere di non spoiler e ancor di più Maria Paiato. L’attrice, dalla consumata esperienza teatrale, interpreta la penalista cui si affida l’avvocato di Scamarcio per scagionarlo dall’omicidio dell’amante, ovvero la Leone. A dir poco magnetica.

 

2.

LA SCENEGGIATURA

Questo thriller si sviluppa tenendoti incollato alla poltrona della sala con continue riletture dei fatti. Un punto di vista che ruota vertiginosamente mettendo continuamente in discussione le posizioni dei protagonisti e dello stesso spettatore. I colpi di scena sono gestiti con sagacia e l’intero sviluppo è degno del genere di riferimento. Insomma, di trhiller ne vediamo sempre meno, quindi soprattutto se italiani vanno supportati.

 

3.

LO SCENARIO

È uno scenario familiare eppure un po’ diverso dal solito quello in cui si muove la storia di questo film. Siamo in Trentino, eppure l’atmosfera e lo scenario hanno un che di internazionale e nostrano allo stesso tempo. È un aspetto interessante, dato che da all’intera pellicola un sapore e un respiro più ampio, da thriller americano per intenderci. Non fraintendetemi però, perché questo film parla proprio del nostro paese e lo fa senza mezze misure. L’imprenditore sotto accusa, il sistema della giustizia che non funziona, la terribile solitudine dell’uomo comune davanti alle ingiustizie che subisce e il sordido mondo che si cela dietro al nostro modo di vivere le relazioni (coniugali o meno). Il caso del ragazzo scomparso (fortemente presente nella trama, ma che non svelerò sempre per non rovinarla) ricorda terribilmente alcuni fatti di cronaca nostrani. Insomma, come dico sempre (ma non solo io), il cinema di genere aiuta a riflettere sulla contemporaneità.

 

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4.

LA DURATA

Potrebbe sembrare offensivo, ma la breve durata di questo film risulta essere uno dei suoi maggiori punti di forza. In un’epoca in cui per portarvi in sala sembrano sempre più necessari spettacoli che superino le due ore, abbiamo un disperato bisogno di quei meravigliosi film sui 90/100 minuti. Il testimone invisibile è ricchissimo di eventi, situazioni e colpi di scena, tutti gestiti con un ritmo incalzante e preciso. Sarò sincero, la sensazione all’uscita è stata quella di aver assistito a un film molto più lungo, rispetto alle tante cose che racconta. Un piccolo tesoro.

 

5.

LA MIRIAM

E vabbè, volevo contenermi, ma proprio non ce la faccio. Finalmente abbiamo trovato LA nostra famme fatale da thriller. Miriam Leone oltre ad essere di una bellezza disarmante, sta dimostrando film dopo film di poter gestire tantissimi ruoli diversi. Passa quindi per esempio dall’ironia grottesca e assurda del divertentissimo Metti la nonna in freezer al personaggio inafferrabile del Il testimone invisibile. Se solo avessimo per le mani un giovane Hitchcock dovremmo farvi conoscere assolutamente e prima possibile!

In sua assenza mi candido io, che comunque faccio quel mestiere e che tanto ammiro il maestro. Sai dove trovarmi…

Vabbè dai, non faccio così schifo…non guardarmi così!

Vabbè dai, non faccio così schifo…non guardarmi così!

Recensione - Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis

Il vizio della speranza è il quarto lungometraggio di Edoardo De Angelis(quinto se si considera l’episodio Magnifico Shock in Vieni a vivere a Napoli). L’autore è considerato a ragione uno dei principali esponenti del cinema italiano del momento e i numerosi riconoscimenti in patria e all’estero lo dimostrano ampiamente. Con questo suo nuovo film segue idealmente (e praticamente) le suggestioni e l’atmosfera del bellissimo Indivisibili(2016). Anche in questo caso seguiamo le vicende di un mondo di vinti in una Castel Volturno da vera favola dark, accompagnando il tutto di nuovo con le musiche di Enzo Avitabile. Una multietnica e complessa società di dimenticati che, come ricordato dallo stesso regista nel confronto post-proiezione a cui ho avuto il piacere di assistere, siamo proprio noi.

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Lo scenario è quello ormai diventato iconico per tanto cinema italiano, quel paradiso perduto che era un tempo Castel Volturno e tutto il suo litorale. De Angelis lo declina questa volta come una sorta di Louisiana, con i suoi fiumiciattoli e le piccole imbarcazioni che li navigano. Poi palafitte, una comunità nera che potrebbe ricordare quella di tanti film americani e un senso di impantanamento perenne per la vita di questi personaggi. Eh sì, perché i protagonisti di questa pellicola sono come prigionieri dell’acqua. Il liquido vitale che li circonda, li protegge idealmente dall’orrore esterno (come nel caso del personaggio ben interpretato da Cristina Donadio) e che descrive idealmente le mura di un mondo da cui sembra impossibile la fuga. Un universo, quello in cui vive Maria, fatto di donne, di madri, di creature normalmente simbolo della vita, che in questo caso non hanno nulla più di umano. La nostra protagonista però nonostante faccia parte di un meccanismo criminale terribile, ha la forza di ribellarsi proprio grazie a uno stimolo vitale irresistibile. Una delle domande che pone il film è quanto mai centrale sia per l’intreccio che per i nostri tempi: è madre chi partorisce o chi il bambino lo vuole? De Angelis, da autore militante quale si definisce, non ha paura di schierarsi in tal senso come scoprirete nello scorrere della trama.

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La nostra Maria, interpretata benissimo da Pina Turco, ha in grembo la stessa speranza del titolo e non può fare a meno di aggrapparsi ad essa fino alla fine, anche a rischio come scopriremo della propria vita. Il suo personaggio casca continuamente in pozzanghere, sbadatamente cammina nell’acqua e, in uno scambio di ruoli, trascina la madre fuori dalla vasca/grembo in cui si rifugia dal mondo, quasi addormentata in quel porto sicuro. Ed è quanto mai metafora religiosa fortissima la nostra protagonista, sia per il nome, che per quel senso di peccato che porta dietro. Nonostante tutto è l’unica che ricerca un’Umanità che quei luoghi hanno dimenticato. La troverà nell’unico uomo che sembra rimasto dopo l’ideale alluvione di malvagità caduta su quelle terre. Il personaggio in questione ha un legame con Maria che riguarda il suo passato, ed è interpretato con grande sensibilità da Massimiliano Rossi.

Loro due insieme a una ragazzina doppiamente non voluta, poiché storpia (e probabilmente per il colore della pelle), rappresenteranno nella bellissima immagine finale la Natività ricercata da De Angelis, a sua detta vero e proprio topos della pellicola.

Come non citare infine una grandissima Marina Confalone, un’attrice di un altro pianeta proprio, qui cattivissima zia dagli affari neri come quei fiumi in cui si perdono le speranze dei personaggi che popolano questo mondo.

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Un film di un regista maturo e sicuro di sé, che ha cuore di voler raccontare una storia. E si sa, ogni atto cinematografico e narrativo è anche un atto politico e sociale. Sta a noi spettatori smetterla di dividere il cinema in due categorie.

Recensione - Notti magiche di Paolo Virzì

Notti magiche è il nuovo bellissimo film di Paolo Virzì che ho avuto il piacere di vedere in questi giorni. Il film racconta la storia dell’incontro nella Roma del grande cinema italiano tra tre giovani sceneggiatori, finalisti del premio Solinas, prestigiosa competizione di sceneggiatura che si disputa ancora tutt’oggi. I tre aspiranti autori sono diversissimi tra loro e rappresentano al meglio quella che era e forse è ancora l’Italia. Il film ha infatti il grande merito di essere ovviamente un divertente spaccato della realtà cinematografica dell’epoca, la magica estate in cui si disputarono i Mondiali di calcio in Italia, ma è di fatto un’istantanea di che cos’era quel paese. Un’Italia non poi tanto dissimile da quella attuale.

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I nostri protagonisti vengono immersi in un mondo d’elite, fatto di grandi autori, registi dimenticati, produttori senza scrupoli, vecchi dissapori, in un continuo contrasto tra la loro giovinezza e il decadente vecchiume che li circonda, ma che purtroppo li governa. Virzì ha dalla sua uno stile impeccabile che ci restituisce dei personaggi mai accantonabili ad un primo sguardo e sempre interessanti da scoprire. Così, andando avanti nella trama, scopriamo le mille sfaccettature dei nostri protagonisti e del mondo che li circonda e che sembra quasi volersi cibare della loro giovinezza. I tre ragazzi scopriranno a modo loro cosa si nasconde dietro al sogno che stanno inseguendo e si cacceranno in situazioni divertenti e piene di brio, condite da spasmi di una vitalità irresistibile.

Sarà la loro stessa vitalità, il loro impeto a impedirgli di capire davvero cosa gli accade intorno. La loro giovinezza e pulsione di vita che gli si rivolta contro impedendogli di fare il proprio mestiere a dovere, come gli rimprovera il capitano dei carabinieri (Paolo Sassanelli) che li interrogherà: <<volete fare gli sceneggiatori e non sapete fare gli spettatori>>. Si troveranno infatti coinvolti nella morte di un produttore influente e nel raccontare la loro versione dei fatti si dipanerà tutta la trama del film.

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Onnipresente è il contrasto tra la giovinezza e la vecchiaia, tra i nuovi arrivati carichi di talento e iniziativa e i vecchi maestri, ormai dei ruderi che, cito, “non hanno voglia di fare un cazzo”. Significativo in questo senso il fatto che i tre vengano sospettati per la morte del noto produttore (uno strepitoso Giancarlo Giannini), come a dire che la morte del cinema italiano sia avvenuta per mano dei giovani. Una paura questa che si potrebbe adattare a qualsiasi contesto di questo nostro paese che ha sempre avuto una grande paura di cambiare.

E allora applausi e un grazie a Paolo Virzì, eclettico regista che ci sta regalando pellicole sempre interessanti e vere, che raccontano il Paese come i grandi maestri sapevano fare, ma con lo sguardo rivolto al futuro. Se poi lo fa presentandoci anche dei giovani attori così in gamba, allora gli dobbiamo come minimo una visione, se non due.

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Ci tengo in chiusura a sottolineare come il film sia disseminato di omaggi più o meno diretti al nostro campione Federico Fellini, con un garbo e uno stile che non tutti possono permettersi. Che Grande Bellezza! (pun intended)

La morte del cinema italiano dipende dalle giovani leve? La videorecensione per Unici Magazine