cristina donadio

Recensione - Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis

Il vizio della speranza è il quarto lungometraggio di Edoardo De Angelis(quinto se si considera l’episodio Magnifico Shock in Vieni a vivere a Napoli). L’autore è considerato a ragione uno dei principali esponenti del cinema italiano del momento e i numerosi riconoscimenti in patria e all’estero lo dimostrano ampiamente. Con questo suo nuovo film segue idealmente (e praticamente) le suggestioni e l’atmosfera del bellissimo Indivisibili(2016). Anche in questo caso seguiamo le vicende di un mondo di vinti in una Castel Volturno da vera favola dark, accompagnando il tutto di nuovo con le musiche di Enzo Avitabile. Una multietnica e complessa società di dimenticati che, come ricordato dallo stesso regista nel confronto post-proiezione a cui ho avuto il piacere di assistere, siamo proprio noi.

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Lo scenario è quello ormai diventato iconico per tanto cinema italiano, quel paradiso perduto che era un tempo Castel Volturno e tutto il suo litorale. De Angelis lo declina questa volta come una sorta di Louisiana, con i suoi fiumiciattoli e le piccole imbarcazioni che li navigano. Poi palafitte, una comunità nera che potrebbe ricordare quella di tanti film americani e un senso di impantanamento perenne per la vita di questi personaggi. Eh sì, perché i protagonisti di questa pellicola sono come prigionieri dell’acqua. Il liquido vitale che li circonda, li protegge idealmente dall’orrore esterno (come nel caso del personaggio ben interpretato da Cristina Donadio) e che descrive idealmente le mura di un mondo da cui sembra impossibile la fuga. Un universo, quello in cui vive Maria, fatto di donne, di madri, di creature normalmente simbolo della vita, che in questo caso non hanno nulla più di umano. La nostra protagonista però nonostante faccia parte di un meccanismo criminale terribile, ha la forza di ribellarsi proprio grazie a uno stimolo vitale irresistibile. Una delle domande che pone il film è quanto mai centrale sia per l’intreccio che per i nostri tempi: è madre chi partorisce o chi il bambino lo vuole? De Angelis, da autore militante quale si definisce, non ha paura di schierarsi in tal senso come scoprirete nello scorrere della trama.

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La nostra Maria, interpretata benissimo da Pina Turco, ha in grembo la stessa speranza del titolo e non può fare a meno di aggrapparsi ad essa fino alla fine, anche a rischio come scopriremo della propria vita. Il suo personaggio casca continuamente in pozzanghere, sbadatamente cammina nell’acqua e, in uno scambio di ruoli, trascina la madre fuori dalla vasca/grembo in cui si rifugia dal mondo, quasi addormentata in quel porto sicuro. Ed è quanto mai metafora religiosa fortissima la nostra protagonista, sia per il nome, che per quel senso di peccato che porta dietro. Nonostante tutto è l’unica che ricerca un’Umanità che quei luoghi hanno dimenticato. La troverà nell’unico uomo che sembra rimasto dopo l’ideale alluvione di malvagità caduta su quelle terre. Il personaggio in questione ha un legame con Maria che riguarda il suo passato, ed è interpretato con grande sensibilità da Massimiliano Rossi.

Loro due insieme a una ragazzina doppiamente non voluta, poiché storpia (e probabilmente per il colore della pelle), rappresenteranno nella bellissima immagine finale la Natività ricercata da De Angelis, a sua detta vero e proprio topos della pellicola.

Come non citare infine una grandissima Marina Confalone, un’attrice di un altro pianeta proprio, qui cattivissima zia dagli affari neri come quei fiumi in cui si perdono le speranze dei personaggi che popolano questo mondo.

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Un film di un regista maturo e sicuro di sé, che ha cuore di voler raccontare una storia. E si sa, ogni atto cinematografico e narrativo è anche un atto politico e sociale. Sta a noi spettatori smetterla di dividere il cinema in due categorie.